25 aprile festa della  liberazione

 

La Liberazione è ancora oggi una festa che divide. Cerchiamo l’unità sul sangue di vinti e vincitori

La festa della Liberazione si ripropone, come ogni anno, nella sua complessità storica e interpretativa, eppure maledettamente semplice nel messaggio che la accompagna da quel 22 aprile 1946 quando Re Umberto I la promulgò per la prima volta su proposta del presidente del Consiglio. Quel presidente del Consiglio era Alcide De Gasperi, democristiano, lo stesso che nel 1949 la istituì definitivamente come festa nazionale, anniversario della Liberazione dell’Italia dall’occupazione nazifascista.
Nel principio fu la festa di tutti, dunque, ma poi col tempo le cose cambiarono, e la festa di tutti finì col non essere festa per tutti. Nel senso che alcuni non si riconobbero, e ancora oggi non si riconoscono in essa, quasi fosse la festa di una sola parte. Ma di quale parte?


“Quando comincia una guerra la prima vittima è sempre la verità. Quando la guerra finisce le bugie dei vinti sono mascherate, quelle dei vincitori diventano storia”.


Questa famosa frase, attribuita a Brenno capo dei Galli, e ripresa come epigrafe dedicata “a una ragazza del ‘43” dallo storico Arrigo Petacco in un suo celebre libro sulla seconda guerra mondiale, ci avverte su quanto occorrerebbe essere accorti nel maneggiare la storia, specie quando questa ha a che fare con l’attualità e con i rapporti sociali e culturali contemporanei. Lo sapeva bene Winston Churchill, uno dei protagonisti del periodo storico in questione, che nei suoi scritti appuntò una frase che sembra essere un monito per il futuro:

“In tempo di guerra, la verità è così preziosa che bisogna nasconderla dietro una cortina di bugie".

liberazione milano
Basterebbe questo per evitare di usare la storia come una clava per tramortire gli avversari politici o come una roncola per dissodare il terreno politico-culturale nel quale seminare le proprie idee. E così si scoprirebbe che nei giorni della Resistenza anche la verità ha versato il proprio tributo di sangue ai fatti e che le celebrazioni civili dovrebbero navigare su acque limpide, che sono quelle della riconciliazione e della pace.
Se ne accorsero già alcuni nostri intellettuali che provarono a mettere in guardia da una guerra imperitura che sarebbe andata oltre l’8 settembre e anche oltre il 25 aprile.


“Ho visto morti sconosciuti, i morti repubblichini. Sono questi che mi hanno svegliato. Se un ignoto, un nemico, diventa morendo una cosa simile, se ci si arresta e si ha paura a scavalcarlo, vuol dire che anche vinto il nemico è qualcuno, che dopo averne sparso il sangue bisogna placarlo, dare una voce a questo sangue, giustificare chi l’ha perso. …. Per questo ogni guerra è una guerra civile: ogni caduto somiglia a chi resta, e gliene chiede ragione”.

Così scriveva Cesare Pavese ne La casa in collina.
Ecco! Scavalcare i morti! È questo che non si dovrebbe mai fare per poter conquistare la civiltà della libertà, e celebrare una liberazione da tutto ciò che è violenza e sopruso.
Ce ne avverte anche la sensibilità umanamente laica di uno dei più grandi poeti italiani, Salvatore Quasimodo, in una poesia che gronda sangue e urla il perché di una guerra fratricida, Laude 29 aprile 1945:

“E perché, madre, sputi su un cadavere a testa in giù, legato per i piedi alla trave? E non hai schifo degli altri che gli pendono a fianco? Ah quella donna, le sue calze da macabro can-can e gola e bocca di fiori pestati! No, madre, fermati: grida alla folla di andare via. Non è lamento, è ghigno, è gioia: già s'attaccano i tafani ai nodi delle vene. Hai sparato su quel viso, ora: madre, madre, madre!”

foibe
Se lo sdegno per le guerre fosse sdegno per i morti, per tutti i morti, gli italiani infoibati nelle doline istriane tra il ’43 e il ’45, sarebbero ricordati come martiri sul cui sangue dovrebbe rinascere una nuova Europa. Nelle profonde gole dell’Istria non finirono solo volenterosi italiani fascisti che la avevano occupata nel corso del ’18-’22, con l’intento di “italianizzarla”, ma anche macellai, avvocati, donne, bambini, sacerdoti, uomini comuni che avevano la sola colpa di essere italiani. Uccisi e poi scaraventati in fosse profonde decine di metri. A volte buttati giù vivi o agonizzanti, sepolti in quelle buche (appunto “fovea” cioè “foibe”) in cui gli abitanti di quei luoghi erano soliti buttare spazzatura e oggetti ormai inutili.
Fu questo il significato simbolico dell’infoibazione, trattare gli italiani come un rifiuto, una materia inservibile che viene sepolta da metri cubi di terreno, dal momento che, una volta scaraventati giù, vi si faceva brillare esplosivo in modo che i corpi, spesso di persone ancora vive, venissero letteralmente ingoiati dalla terra.
Ma di questa tragedia, di questi morti, si parla poco, e poco importa se, come scriveva nella sua lauda Quasimodo, “Da secoli la pietà è l’urlo dell’assassinato”. Non per tutti i morti c’è pietà!
Allora impariamo dalla storia la pietà per chi versa il sangue e liberiamoci dalle violenze e dai conflitti ideologici. E allora potremo celebrare, tutti insieme, la Liberazione dal regime nazifascista come paradigma della Liberazione da ogni sopruso e da ogni dittatura, e sul sangue dei vincitori e dei vinti costruire una civiltà del rispetto e della pace!

Francesco Addolorato


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