di maio salvini

 

La fine del governo gialloverde non è una buona notizia per il M5S. L’alleanza col PD è la sua mutazione genetica

Quando Di Maio disse, con enfasi quasi commovente, “oggi è nata la Terza Repubblica” evidentemente non sapeva di che parlava. Non era la prima e non sarebbe stata l’ultima volta che il giovane leader a cinque stelle la sparava grossa, sia sul piano politico che istituzionale, tanto che da lì a qualche giorno avrebbe chiesto nientemeno che l’impeachment per Mattarella, salvo poi a indicarlo come colonna portante e punto fermo della Repubblica. Dopo le ultime vicende sulla fine del governo fra il M5S e la Lega di Salvini, quest’affermazione ha il sapore della beffa. Se le Repubbliche nascessero e morissero così in fretta, e soprattutto con questi criteri, ci sarebbe da preoccuparsi, ma fortunatamente non è così.
La crisi di governo che l’Italia sta vivendo in questi giorni è stata innescata tecnicamente da Salvini ma provocata in effetti dal corto circuito tra le due forze politiche, M5S e Lega, che avrebbero dovuto dar vita alla Terza Repubblica.

Il proclama di Di Maio muore, dunque, con il governo gialloverde, cade cioè la carica di innovazione e cambiamento dell’esperimento. Non è un caso che il governo Di Maio-Salvini si chiamava proprio “governo del cambiamento”.
Fermo restando che quello che accade ora nel campo del centrodestra è tutto da vedere, ma che sicuramente non si può più pensare ad una sua compattezza costruita intorno a Salvini, i cambiamenti più rilevanti riguardano il campo progressista e il Movimento di Grillo.

Innanzitutto, per i grillini sarà difficile parlare di movimento postideologico perché la formula, semplicemente, non regge. La fine dell’avventura gialloverde ha dimostrato che alle differenze culturali e politiche non c’è contratto che tenga.

Lega e M5S erano accomunati solo dalla carica antisistema e dal populismo che, seppur di provenienza diversa, accendeva, e forse ancora accende, i rispettivi elettorati, per il resto c’è una distesa di sabbia che li divide, un deserto che 14 mesi di governo non sono serviti ad attraversare per incontrarsi su un progetto di lungo termine. Le stesse difficoltà si riscontrano nelle trattative col PD che, al di là dei pesanti insulti di cui è stato bersaglio da parte dei grillini, è altra cosa sul piano dell’economia, dell’ambiente e del lavoro. Per avvicinarsi al partito di Zingaretti e Renzi i pentastellati hanno già dovuto rinunciare alla carica antieuropea degli inizi e dovranno faticare per mettere insieme le politiche economiche e quelle in materia di lavoro di Renzi, il padre del Job Act, con le proprie.
Sorge il dubbio che la formula “né di destra né di sinistra” significhi la possibilità di allearsi con chiunque, asseconda delle convenienze, magari dissimulando la politica del pendolo con formule del tipo “contratto di governo” o altre fantasie. Va detto per inciso che definirsi postideologici non dipende dal non essere né destra né sinistra, perché destra e sinistra non sono ideologie. È un po’ la stessa contraddizione che tocca a un movimento che si dice antisistema ma che per sopravvivere utilizza i mezzi del sistema che avrebbe voluto abbattere.
La più grande mutazione grillina, però, riguarda l’aspetto strutturale della loro natura politica, cioè quello della democrazia diretta. E questo per due motivi.
Il primo è che per realizzare una democrazia diretta o dei cittadini, come affermano, occorre superare il parlamentarismo e il dettato costituzionale che lo sostiene, cioè l’assenza completa del vincolo di mandato per i parlamentari. Il passaggio dall’alleanza con Salvini a quella con il PD è avvenuto all’insegna della correttezza costituzionale legata alla centralità del parlamento. Ma se i cittadini non possono scegliere neanche gli alleati con cui governare perché questo tocca, come è giusto, ai parlamentari nella loro libertà costituzionale, in cosa si sostanzia la democrazia diretta grillina? Di certo non si può fare affidamento alla ambigua piattaforma Rouseau, che della libertà del parlamentare è la negazione.
Il secondo è che il taglio dei parlamentari, che è cavallo di battaglia dei cinque stelle, implica il ritorno al proporzionale superando il bipolarismo legato al maggioritario, e il sistema elettorale proporzionale richiede necessariamente la centralità del parlamento e quindi della mediazione tra partiti e gruppi parlamentari.
La domanda è: come fa un Movimento politico nato massimalista, e che si professa postideologico, a mediare le proprie posizioni con forze politiche che sono invece ideologizzate e identitarie? Come fa un Movimento che aveva la pretesa di portare i “cittadini” in parlamento a tener fede agli impegni presi con loro nelle campagne elettorali se poi deve barattarli con gli alleati di turno per poter governare? La politica postideologica è dunque solo un elenco di punti programmatici da strappare all’alleato di turno, o da condividere con esso?
La verità è che non si può governare senza un’idea di paese e senza un modello di Stato e di società da poter comporre con quello di altri partiti. La fine del governo gialloverde non è una buona notizia per il M5S perché è l’implicita dichiarazione dell’impraticabilità del sogno grillino, e l’alleanza col PD ne segna la mutazione genetica. Può darsi che ciò non sia un male ma semplicemente un gradone impervio da scalare nella storia del Movimento e della sua maturazione istituzionale. Ma una cosa è certa, Di Maio non ha fondato la Terza Repubblica, è stato semplicemente risucchiato dalla Prima.

 

Francesco Addolorato

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