I partiti che raccolgono più voti sono anche quelli che cambiano più in fretta strategia

“Come si cambia per non morire” recitava il ritornello di una vecchia e bella canzone di Fiorella Mannoia. Mai verso fu più adatto a descrivere in modo poetico, si fa per dire, la situazione politica italiana di questo momento storico, in cui partiti e movimenti sono costretti a cambiare per sopravvivere e per mantenere le posizioni di potere. Tanto più che la canzone della riccioluta compagna Fiorella continuava dicendo “come si cambia per dimenticare”.
Dimenticare, appunto! Dimenticare le offese e gli insulti reciproci, le ipocrisie dei “mai” e i giuramenti scritti sopra la sabbia. Di Maio che tuonava “mai con il partito di Bibbiano”, esagerando nei toni e nei contenuti, e Renzi che sentenziava “non starò mai in un partito che fa l’accordo col M5s”, aggiungendo che “non ci penso proprio a uscire da un partito che è il mio partito”. La fine della storia è che PD e M5S sono alleati al governo e si apprestano a fare liste anche alle regionali mentre Renzi è sull’uscio del Nazareno con la valigia in mano e a fermarlo ci sono solo i sondaggi che non sono entusiasmanti per la formazione di un suo personale partito.


Dall’altra parte la Lega di Salvini si trova in un vicolo cieco. Con tanti voti, è vero, ma pur sempre in un vicolo cieco perché per vincere e diventare premier ha bisogno dei voti di quei centristi che di sovranismo non ne vogliono sentir nemmeno parlare e che si dichiarano saldamente europeisti. Come si fa allora? Il vero cambiamento della Lega deve ancora arrivare, e arriverà sicuramente dopo il bagno di folla e di liturgie vichinghe di Pontida.
Una cosa però è certa: nessuno dei partiti può rimanere più quello che era o quello che è stato finora. Il PD di Zingaretti è chiaramente spostato a sinistra, al punto che i distinguo con i compagni Speranza e Fratoianni ormai bisogna cercarli al microscopio, ed è chiaro a tutti che il partito dei congressi e delle liturgie della democrazia interna scandita a colpi di mozioni roboanti è ormai lontano, la linea politica si cambia con un tweet di Franceschini e Zingaretti. Sono bastate due cinguettii dei leader pro grillini e si parla già di alleanza organica e duratura con quegli stessi uomini che solo qualche mese fa lo stesso segretario definiva “bugiardi”, sciacalli” e tanto altro. Senza parlare degli attacchi alla piattaforma Rousseau e al dileggio della democrazia che essa rappresentava per i dem. “Come si cambia per dimenticare” appunto!

Eppure tutto questa giostra di maschere che ruotano e cambiano espressioni e posizioni non è solo frutto della voglia di sopravvivenza. Mi ricordo le parole di un vecchio esponente democristiano che alla vigilia del disastro del 1994 sentenziò che per la DC cominciava l’ultima chiama per il cambiamento. "O si cambia per scelta, o si cambia per necessità, o si cambia per disperazione" spiegò.

La DC non cambiò per nessuno di questi motivi e morì. PD e M5S sono ancora al secondo grado della scala del buon democristiano. Possono cambiare per necessità perché il sistema della seconda Repubblica non è ancora al collasso come lo era quello della prima ai tempi di tangentopoli.
D’altronde anche la Lega del 4% ha subìto con Salvini un cambiamento non da poco! Dal movimento secessionista ed esclusivamente padano si è passati a quello patriottico del “Prima gli italiani”. Bel salto quello di diventare paladini del nazionalismo identitario tricolore per chi fino a pochi anni fa l’Italia voleva dividerla.
Eppure sono proprio questi i partiti che, chi più chi meno, stanno rastrellando voti negli ultimi anni. Forse perchè la domanda politica cambia troppo in fretta, o forse perché sono gli slogan a smuovere l’elettorato più che le idee e i programmi. O forse è solo cambiata la classe politica che, non riuscendo a cambiare le cose come promette agli elettori, cambia strategia a ogni cambio di luna. Magari perché è una classe politica lunatica, o magari perché promette la luna e poi non riesce a darla.
(Nella foto il marales di Tvboy in piazza Capizucchi a Roma)

 

Francesco Addolorato


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