La sua storia oggi da voce ad un popolo intero. «La mia tesi sul genocidio da cui sono scappato».

Il coraggio, la forza di lottare per la propria vita non hanno colore o confini. Ogni essere umano dovrebbe poter scegliere dove vivere onestamente su questa terra, senza doversi preoccupare di fuggire da un genocidio o di non essere accolto. Pensare che i malvagi abbiano una nazionalità è l'errore più grande che il genere umano compie ogni giorno. Le guerre, anche quelle apparentemente più giuste, purtroppo talvolta confondo e ci danno l'illusione che qualcosa ci appartenga. La terra su cui viviamo non è nostra ma sta a noi prendercene cura e il paradiso non lo troveremo nell'aldilà ma solo dove il rispetto è reciproco e dove tutti sono solo una risorsa. Quando si sfoglia la tesi di Ahmed Musa, colpisce è la dedica scritta sul frontespizio. «A Nelson Mandela». Un nome simbolo di libertà scelto per quel figlio nato pochi mesi fa e partorito dalla moglie anche lei rifugiata, ma ora residente in Norvegia, nel Nord Europa, un sogno per tanti migranti come lui, dove ci si può sentire accolti e dove si può lavorare e riacquistare dignità senza troppe etichette e pregiudizi. Ahmed Musa, 32 anni e già laureato in economia a Khartoum, è stato proclamato dottore magistrale in Scienze Internazionali (ex Scienze Politiche) con una ricerca e una storia non facile da riportare. La sua tesi «racconta non solo la guerra e il genocidio che hanno distrutto il Darfur, il mio Paese-racconta Ahmed- ma anche il dramma della mia famiglia e di tante persone come me che hanno dovuto abbandonare tutto, attraversare l'Africa e il Mediterraneo, per salvare la propria vita». Quando si è seduto davanti alla commissione, la voce di Ahmed ci ha messo un istante lunghissimo prima di farsi sentire.

L'emozione ha rischiato di giocargli un brutto scherzo. «Mi sono laureato in Economia a Khartoum nel 2007. Poi, ho lavorato anche come professore in patria ed è lì che ho conosciuto mia moglie poiché era una mia collega. Ma questo momento è molto importante perché ha un valore speciale». È l'ultimo capitolo di una favola iniziata nel modo peggiore. Nel 2008 i miliziani governativi Janjawid, i «demoni armati sui cavalli» accusati di stupri e assassini di massa (senza risparmiare neanche i bambini), attaccano la sua città Entkena. Suo padre è torturato e ucciso. Lui è arrestato, dopo 7 mesi di prigione si ammala gravemente. È così debilitato da essere considerato morto. Abbandonato in un campo, il suo corpo esanime è notato da un gruppo di contadini che lo soccorrono. In quel momento la vita di Ahmed Musa cambia ancora una volta traiettoria. Il viaggio in Libia è solo una breve tappa di una estenuante fuga. La guerra e la caduta di Gheddafi, nel 2011 spingono il rifugiato a imbarcarsi su una carretta del mare. Il viaggio verso Lampedusa è lungo una settimana, la metà dei compagni di traversata muore per gli stenti. L'arrivo in Italia è una festa, ma dura davvero poco. Trasferito in un hotel in Calabria, il progetto di accoglienza cessa improvvisamente. Si ritrova senza niente, un'altra volta, e finisce in strada. Che questa volta però l'ha portato a Torino. «Ho dormito in stazione al freddo. Poi, dei connazionali mi hanno portato alla "casa gialla" di via Bologna. Lì eravamo in venti in pochi metri, studiare non è stato facile. In estate ho subito anche un'aggressione razzista». Sono trascorsi quattro anni dall'iscrizione all'Università. «Ho dovuto lavorare per sostenermi. Ho fatto il cameriere, l'addetto del McDonald's, ho anche pulito lo stadio», racconta il neodottore arrivato alla proclamazione grazie anche all'aiuto dell'associazione Mosaico e a tanti altri operatori che hanno creduto in lui.
«Ho deciso di scrivere questa tesi per svelare le ragioni del conflitto del Darfur — spiega — per accendere i riflettori sui crimini di guerra e denunciare gli errori dell'Onu». Il voto finale è 90/110. Nella tesi lo studente ha raccolto anche dieci interviste a rifugiati come lui: testimonianze non facili da scovare che impreziosiscono un lavoro di ricerca con una morale. «La dichiarazione universale dei diritti-aggiunge-vale solo sulla carta perché poi interviene la politica». Sullo scacchiere del Darfur si sono scontrati gli interessi delle grandi potenze e il prezzo peggiore lo hanno pagato i civili delle minoranze etniche. «Mi piacerebbe tornare in patria ma dopo tutto quello che ho passato, a Torino ora sto bene . Ho trovato tanti amici, ho conquistato dopo tanti anni i documenti, tifo la Juve» e da ieri ha una laurea, un curriculum e una famiglia che sogna di riunire.

 

Silvia Silvestri

 


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