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Una sentenza che farà discutere: in appello confermata la proprietà del comune

La chiesa non è di proprietà della Diocesi, ma del Comune. Questa l’ultima decisione proveniente dalla Corte di Appello di Potenza che ha confermato la decisione del giudice di primo grado condannando, la Diocesi di Melfi, Rapolla e Venosa,a pagare le spese processuali per circa 17mila euro.A Pescopagano, comune in provincia di Potenza, la storia processuale dell’ex Monastero di Sant’Antonio e Santa Maria delle Grazie, da molti anni al centro di una contesa tra il clero e amministrazione comunale è finalmente arrivata ai titoli di coda. Nel 2011, in primo grado, prima della sua soppressione, il tribunale di Melfi ne certifico la proprietà comunale, sentenza che fu impugnata dalla Diocesi. Una storia processuale, complessa alcune volte con intrecci complicati, sorta con la precedente amministrazione comunale del sindaco Fernando Schettini, morto poi nel 2009. Un primo cittadino che riuscì a reperire dei fondi nel lontano 1990 per la ristrutturazione del luogo sacro e che venne fermato dall’opposizione appunto della Diocesi che ne rivendicò la proprietà.

 

Da qui vari contenziosi che entrarono in connessione con quello più rilevante legato ad un decreto del Regno delle due Sicilie del 29 dicembre 1814 trovato dall’avvocato Giovanni Albanese natio di Bari, ma di padre potentino, appassionato di storia, che, alla fine, è riuscito a chiarire i termini e i limiti della proprietà di un edificio storico di grande pregio tolto dalle mani del clero ecclesiastico. Il legale barese, Giovanni Albanese, attraverso una precisa e corposa documentazione, ha fatto rilevare che la chiesa fu realizzata su un suolo donato dal comune di Pescopagano, come rilevato da un atto di cessione evidenziato negli “dati statistici e schede bibliografiche dei conventi della Provincia di Napoli 1517-1985”. Ma è l’epoca napoleonica a chiarire l’intera vicenda. “Quando i napoleonidi occuparono il Regno di Napoli- sottolinea Giovanni Albanese - ed allontanata la monarchia borbonica procedettero all’eversione dei beni ecclesiastici: dapprima con decreto del 13 febbraio 1807 di Giuseppe Napoleone e poi con decreto del 7 agosto 1809 di Gioacchino Murat. Quest’ultimo dispose la soppressione in tutto il regno di Ordini religiosi Minori conventuali e tutte le proprietà appartenenti a questi Ordini furono riunite al Demanio dello Stato”. Un documento che lo stesso avvocato Albanese è riuscito a recuperare nell’Archivio di Stato di Potenza.

 

L’arrivo, poi, di Ferdinando IV Re delle Due Sicilie avrebbe potuto annullare il decreto e restituire la chiesa all’originario proprietario (l’Ordine dei Conventuali Minori), dal momento che il Borbone revocò i decreti murattiani. Atto di revoca che non ci fu come spiega l’avvocato Giovanni Albanese: “Il re precisò lo stato dei locali demaniali concessi ai Comuni per usi civici nella provincia di Basilicata, spiegando che nel Comune di Pescopagano il convento dei Conventuali (e quindi anche la chiesa in esso compresa) era destinato a Caserma della Gendarmeria e ad altri usi comunali”. Nei decenni successivi, nessuna autorità ecclesiastica, nel corso dei decenni, ha esercitato un diritto di sorta sulla chiesa di Pescopagano. Ora, la domanda sorge spontanea: il Comune come si determinerà alla luce di questa nuova sentenza che appare definitiva; come si porrà nei confronti della diocesi. “L’importante – conclude Giovanni Albanese – che sia stato certificato la titolarità del bene nei confronti della Diocesi, a cui, in seguito, potrebbe cedergli il diritto di culto. In ogni caso voglio dire che il merito di tutto questo è del sindaco di allora Fernado Schettino”. Una cosa pare certa, potranno riprendere i lavori di ristrutturazione, bloccati all’epoca dall’amministrazione comunale non ritenendo la Diocesi proprietaria della chiesa.

 

Oreste Roberto Lanza


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