Vanno via due uomini del sud, due eccellenze della nostra terra

“Professo', permettete un pensiero poetico? Siamo angeli con un'ala soltanto e possiamo volare solo restando abbracciati!”. Così è stato come angeli abbracciati, in un giro di lancette, sono volati via insieme, lasciando nella tristezza della solitudine non solo fisica ma soprattutto culturale un’intera generazione, l’Italia vera quella composta di persone perbene. Come fosse stata una premonizione. Mentre cominciavo a leggere le prime pagine del libro del giornalista napoletano, Marco Esposito “Zero al Sud”, ecco arrivare l’altra notizia: dopo Andrea Camilleri anche Luciano De Crescenzo ci ha lasciati. Subito ho pensato: una notizia di una gravità inaudita già con un titolo “Zero Al Sud”. Perché vanno via due uomini del sud, due eccellenze della nostra terra, due persone perbene, due divulgatori, ognuno a modo proprio, di valori essenziali per una vita composta. 


Luciano De Crescenzo, con quella suaaria sorniona, è stato prima di tutto un umanista, che ha fatto dell’ironia e della divulgazione le sue bandiere espressive, intingendo il tutto in un umorismo sapido e colto e traducendo la filosofia greca nel buonsenso comune.Nato a Napoli nel 1928, quartiere San Ferdinando, zona Santa Lucia, figlio di un fabbricante e negoziante di pellami, ha svelato negli anni e a modo suo, ogni dettaglio della sua biografia: dai genitori che si conoscono “in fotografia” grazie a un popolare sensale del tempo fino alle marachelle col compagno di scuola Carlo Pedersoli, in arte Bud Spencer; dall’apprendistato nella ditta del padre ai brillanti studi in ingegneria idraulica, passando per i giorni di guerra a Cassino. Un grande anticonformista, dopo aver fatto carriera da informatico alla Ibm, lascia il lavoro e si dedica alla scrittura usando le armi del surreale e del paradosso scritto; la sua grande opera “Così parlo Bellavista”. Ora che lui è salito agli altari più alti potremo tradurre quella famosa frase dedicata a Maradona con: “SanGenna', non ti crucciare, tu lo sai, ti voglio bene,ma 'na finta 'di u’ professorsquaglie 'o sangrint' 'e venepe’semp!”. Andrea Camilleri, nato a Porto Empedocle in provincia di Agrigento il 6 settembre 1925, per gran parte della sua esistenza ha vissuto a Roma. Regista, autore teatrale, televisivo e radiofonico, autore di saggi sullo spettacolo. Negli anni dal 1945 al 1952 ha pubblicato racconti e poesie, vincendo anche il Premio St Vincent. Ha insegnato Istituzioni di Regia all'Accademia d'Arte Drammatica. Rosetta,la sua compagnia di una vita con le sue tre figlie, quattro nipoti e due bisnipoti.La svolta, raccontano le pagine della sua vita, porta scritto l’anno 1992 con l'apparizione de “La stagione della caccia”. Camilleri diventa un autore di grande successo: i suoi libri, ristampati più volte, vendono, dicono i dati, mediamente intorno alle 60.000 copie.Poi arriva Montalbano. Il primo giallo “La forma dell'acqua”. Atmosfere siciliane che non presentano alcuna concessione a motivazioni commerciali o a uno stile di più facile lettura. La sua caratteristica notata da tutti è una certa commistione tra italiano e siciliano. Lavorando per il teatro Camilleri ebbe modo di approfondire le opere in dialetto di Carlo Goldoni.Il siciliano di Camilleri, però, non è una semplice trascrizione di parole dialettali. Molti la definiscono una rielaborazione del dialetto, integrandolo con l'italiano. La domanda sorge spontanea: sono andati via due stoici o due epicurei? U’ professor avrebbe risposto parlando del suo cafè :“Se viene fatto con amore il caffè può diventare buonissimo. Veda: quello il caffè da dentro alla caffettiera lo sente se c'è simpatia tra chi lo sta facendo e chi se lo deve bere”.Andrea Camilleri e Luciano De Crescenzo sono stati e saranno sempre come una tazza di cafè, una bevanda irrinunciabile per noi cresciuti tra le pagine di quei scritti, pensieri nobili, che alcune volte hanno trasformato le nostre giornate melanconiche in un attimo di pace e serenità. Arrivederci, ma non lasciateci soli, qui i barbari, pirati e capitani hanno preso il sopravvento. Noi tutti abbiamo paura.

 

Oreste Roberto Lanza


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