Il calcio può uccidere: dobbiamo farcene una ragione?

 

Il calcio non è solo un gioco ma anche un fenomeno sociale, può diventare una follia

Il calcio può uccidere: dobbiamo farcene una ragione? La notizia che il nostro giornale deve registrare, con dispiacere in questa domenica, è quella di un morto e quattro feriti. Il tragico bilancio è frutto di una rissa tra due gruppi di tifosi di due squadre di calcio di Eccellenza Lucana: la Vultur Rionero e il Melfi. Allora mentre la politica, anche quella lucana, ragiona in molti casi di aria fritta e di favole che non si raccontano più da tempo, il nostro giornale con rammarico, deve raccontare di un disagio sociale, di famiglie spezzate e di vite perdute. Vite perdute per cosa: per momenti di sport che dovrebbero essere di serenità, di incontro, di condivisione e anche di una giusta e contenuta esaltazione per il risultato positivo raggiunto. Invece, dobbiamo annotare risse, violenze di ogni genere, di giovani che nella loro perenne noia quotidiana aspettano la domenica, scegliendo uno stadio di calcio, luogo che, Albert Camus, indicava come posto al mondo dove l’uomo può essere felice, per sfogare tutto la violenza possibile verso un suo coetaneo che tifa o condivide colori sportivi diversi dai propri.


A questo punto, qualcuno, può pensare che il calcio ha le sue ragioni misteriose che la ragione non conosce. Il calcio, però, non è solo un gioco ma anche un fenomeno sociale diventato per molti, forse tanti, una malattia che può portare alla pazzia. Si, il termine giusto è pazzia perché non si possono armare le proprie macchine con armi, bastoni di ogni tipo, qualche bomba carta, con l’obiettivo di uccidere il simpatizzante della squadra avversa. Manifestare la propria appartenenza ad una tifoseria ultrà non sembra più essere, semplicemente, una fede calcistica vissuta all’interno di un gruppo, bensì, qualcosa di meno mutevole che sembra assumere le sembianze di un vero e proprio mestiere, passando, ovviamente, per la definizione di uno stile di vita.


Torna alla mente quel 20 novembre 2018 allo stadio San Siro di Milano, partita Inter –Atalanta, diventato il simbolo dell’anarchia e dell’assenza di limiti degli stadi italiani. Un motorino lanciato dagli spalti rimandava a un significato preciso, un’idea definita di andare oltre la violenza. Purtroppo, in verità, anche nel calcio oggi si parla di nemici e non di semplici avversari. Proprio come nella nostra politica quotidiana: chi la pensa diversamente da me è un nemico. Il nemico va abbattuto con tutte le armi possibili anche sopprimendolo, chi se ne frega, se trattasi di un giovane ancora in erba. Ora le conseguenze saranno soltanto repressive. Arresti, qualche sospensione delle attività calcistiche da parte degli organi sportivi, la solita fiaccolata che sembra tanto una presa in giro e poi tutto nel dimenticatoio in attesa di un prossimo episodio che potrà costare la vita a qualche altro giovane di famiglia. Resta la realtà vera di una società contemporanea senza un senso forte di autorevolezza. Il primo passo, vero, dovrebbe essere quello di fare una severa autocritica su alcuni aspetti: dal disagio giovanile, alla precarietà del lavoro, la famiglia, la scuola, il vuoto morale ed istituzionale. Meditiamo cari lettori, facciamolo prima di trovarci la prossima volta di fronte alla perdita di speranze e desideri di qualche altro nostro figlio.

 

Oreste Roberto Lanza


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