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Quel 27 gennaio 1945, quando si aprirono i cancelli del campo di Auschwitz

Il 27 gennaio è il giorno della Memoria. Una ricorrenza internazionale celebrata ogni anno come giornata per commemorare le vittime dell'Olocausto. È stata designata dalla risoluzione 60/7 dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite del 1º novembre 2005. Si è stabilito di celebrare il Giorno della Memoria ogni 27 gennaio perché in quel giorno del 1945 le truppe dell'Armata Rossa, impegnate nella offensiva Vistola-Oder in direzione della Germania, liberarono il campo di concentramento di Auschwitz. L'Italia ha formalmente istituito la giornata commemorativa, nello stesso giorno, alcuni anni prima della corrispondente risoluzione delle Nazioni Unite: essa ricorda le vittime dell'Olocausto, delle leggi razziali e coloro che hanno messo a rischio la propria vita per proteggere i perseguitati ebrei, nonché tutti i deportati militari e politici italiani nella Germania nazista.


La memoria ha bisogno di verità, per fare la storia vera, che non può essere strumentalizzata e edulcorata a piacimento. È tempo di verità, raccontare i fatti chiari e precisi. La verità oltre l’ideologia, come diceva Giampaolo Pansa, grande giornalista e scrittore venuto meno alcune settimane fa, per aiutare il nostro tempo ad avere un cammino pulito e vero verso l’orizzonte del nuovo futuro. Dobbiamo necessariamente parlare, soprattutto, della tragedia delle foibe, una pagina di storia che per molti anni l'Italia dei vincitori ha voluto dimenticare. Provare a ricostruire quegli eventi drammatici, capire, come mai, questa tragedia è stata confinata nel regno dell'oblio per quasi oltre sessant'anni, è il vero impegno di tutti noi senza legarsi ad apparenze o pubblicità di comodo per ritagliarsi posizione di rendita politica e non solo. Anche i morti delle foibe vogliono parlare per essere ricordati e non dimenticati.
Quel sangue frutto degli eccidi ai danni di militari e civili, in larga prevalenza italiani autoctoni della Venezia Giulia, del Quarnaro e della Dalmazia, avvenuti durante la seconda guerra mondiale e nell'immediato secondo dopoguerra, da parte dei partigiani jugoslavi e dell'OZNA, gridano perché qualcuno ne racconti la loro verità. Le foibe, un macabro palcoscenico di sommarie esecuzioni quando i partigiani comunisti del maresciallo Tito vi gettarono migliaia di persone colpevoli di essere italiane, fasciste o contrarie al regime comunista. Una tragedia dove i libri che la raccontavano sono stati sepolti nella polvere, mai più ristampati e articoli mai più consultabili. Un silenzio come valore di inesistenza. Bisogna ripartire da questi fatti mettere insieme memoria, ricordo ma soprattutto verità. Bisogna parlare delle vittime dell’olocausto insieme con quelle delle foibe per consegnare alle nostre generazioni future un quadro nitido di quello che le dittature possono sviluppare nei cuori e nelle menti degli uomini. Il grande cambiamento è quello di un ardente desiderio di scavare nella storia con una ferrea volontà di non limitarsi alle apparenze, quelle che nei prossimi giorni affolleranno piazze per raccontare soltanto mezze verità. Bella la frase di Winston Churchill :“Una bugia fa in tempo a compiere mezzo giro del mondo prima che la verità riesca a mettersi i pantaloni.”

 

Oreste Roberto Lanza


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