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Il convegno promosso dall’ACAT club “San Giovanni”, ha acceso una luce nuova sul problema

Quando si parla di “dipendenze” occorre mettere da parte il vecchio approccio individuale e anonimo, quasi che la persona coinvolta non avesse un volto, una storia, una famiglia, una vita, bisogna partire da quest’ultima, coinvolgendo nel percorso di riabilitazione tutto il vissuto della persona e il mondo familiare e sociale che lo circonda.
È questo il messaggio che è emerso dal convegno “Oltre le dipendenze, aspetto sociali e legali”, tenutosi qualche settimana fa a Chiaromonte organizzato dall’ACAT (Associazione dei Club Alcologici Territoriali) "San Giovanni", con il patrocinio del comune di Chiaromonte. Cos’è un club e come funziona lo ha spiegato ai numerosi presenti Giosuè Marino, che dell’ACAT “San Giovanni” è il presidente, ricordando che l’associazione è composta da famiglie che, insieme ai loro cari caduti nella trappola della dipendenza dell’alcol, fanno un percorso non solo verso la sobrietà ma anche verso il miglioramento degli stili di vita.
Il sindaco Valentina Viola ha apprezzato proposto l’iniziativa e ha auspicato che diventi un appuntamento rivolto anche alle scuole. La scelta di Chiaromonte è legata alla presenza nella struttura un tempo occupata dall’ospedale San Giovanni, ora trasferito nella struttura vicina più funzionale e moderna, è operativo il Centro di Riabilitazione Alcologica, fra i più qualificati del
L’Italia centro-meridionale, del quale ha portato il saluto Emidio Lamboglia. Il centro, ha spiegato Lamboglia, che è affiliato con l’analoga struttura di San Daniele del Friuli, e che trova nei club, come il CAT “San Giovanni” alleati preziosi che sviluppano la parte sociale dell’intervento medico-riabilitativo del CRAS.
L’approfondimento del tema del convegno è stato affidato agli esperti Vittoria Melchionda e Stefano Ricci, psicologa e servitore-insegnate del centro la prima, e docente universitario alla “Sapienza” di Roma il secondo.
Le dipendenze sono figlie della “società additiva” nella quale viviamo, ha spiegato Melchionda, richiamandosi alla traduzione inglese del termine che è appunto “addiction”. È una società che genera bisogna per accrescere consumi e fidelizzare verso questi ultimi attraverso l’imposizione, apparentemente impercettibile, di stili vita indotti, tendenti a trasformare l’individuo in consumatore. “Ma non abbiamo la percezione di questo rischio”, ha aggiunto l’esperta, spiegando che la dipendenza “non è un problema psichiatrico o di malattia, ma di comportamento sociale, per cui in realtà siamo tutti, in quanto consumatori, a rischio dipendenza. Si tratta di una dipendenza senza sostanza”, in molti casi, ma è pur sempre dipendenza, generata dallo stesso meccanismo che troviamo nell’alcolismo o nell’uso di stupefacenti. Quale, a questo punto, il rimedio a questa sorta di massificazione indistinta dell’individuo? “Dobbiamo e ducare le persone, soprattutto i giovani, a crearsi una personalità, sviluppare relazioni vere non virtuali, sviluppare fiducia e solidarietà”, ha spiegato, portando così il problema “oltre le dipendenze” e verso i comportamenti sociali che mettono a rischio la persona.
Sulla stessa lunghezza d’onda è stato l’intervento di Stefano Ricci, docente universitario di medicina sociale, legale e del lavoro, che del tema ha dato una lettura più specialistica, affrontando l’intreccio tra l’aspetto medico legato alla diagnosi e alla cura e quello legale, legato ai diritti del paziente e alla tutela della salute.
“Curando una persona dipendente curiamo la società” ha spiegato l’esperto, anche se “l’atto medico tocca sempre i diritti delle persone e pazienti non sono tutti uguali per cui gli obiettivi devono essere individualizzati”.
Le conclusioni sono state affidate alle parole di don Marcello Cozzi dell’associazione Libera che ha mostrato un approcci alquanto critico al problema delle dipendenze, sottolineando le difficoltà di una battaglia in cui il principale alleato, cioè lo stato, da un lato crea strutture per combatterle e dall’altro contribuisce ad alimentarle, attraverso ad esempio il gioco d’azzardo.

 

Francesco Addolorato


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