Il vuoto che la morte di Pasquale Totaro-Ziella lascia nel mondo della cultura lucana e nella comunità di Senise è palpabile già da qualche anno, da quando i tentacoli di una malattia lunga e disumana lo hanno confinato nel buio dell’oblio e della fuga dal mondo. Un mondo che per il poeta, a cui Senise ha dato i natali 68 anni fa, era sangue, delizia e passione, espressi in maniera magistralmente originale nell’unico linguaggio che la sua espressione conosceva: quello della poesia.
La corposa produzione letteraria di Totaro-Ziella è un immenso reticolo di parole, suoni e versi che ha un unico filo conduttore riconducibile appunto a quel registro lirico che è rintracciabile tanto nel narratore, quanto nel saggista e nel critico d’arte. Egli era soprattutto poeta, e la poesia permea e sostiene tutta la sua attività culturale.
Le pietre del paesaggio di Senise rimangono il nucleo centrale della sua poetica, il mondo che lo ha partorito e lo contiene, il punto di partenza e di arrivo del suo percorso umano e artistico che mai diviene, però, occasione di chiusura in un provincialismo campanilistico, il quale non appartiene all’universalità del sentire dell’uomo Totaro-Ziella. Da “Solamente questo paese”, che è la sua prima raccolta di poesie risalente al 1976, fino a “Paesuomo” del 2007, che invece è una delle ultime, il mondo profondo del suo paese è sempre occasione di riflessione esistenziale, tanto da configurarsi come simbolo della sua poetica che si esprime in due dei suoi tanti neologismi che sono “Spaesamento” (che dà il nome alla raccolta del 1994) e, appunto, “Paesuomo”.
Sono immagini poetiche che richiamano i concetti di incomunicabilità e di sradicamento che sono alla base del suo sentire di uomo e di poeta. La raccolta “A canne a pietre a posti fatati” del 1979 richiama la poetica dell’indistinto, evocativa più che narrativa, in cui il ricordo gioca il ruolo fondamentale della distanza che impreziosisce e universalizza il microcosmo paesano nei tratti essenziali della madre (della quale Pasquale ha voluto portarsi il sigillo utilizzando accanto al cognome paterno, Totaro, anche quello materno, Ziella) che è grembo e rivolta, speranza e rifugio dalla lacerazione del mondo (“Mia madre inserta fichi spaccati alla speranza/di trovarmi una vita perfetta alla sua”Porsia, da Solamente questo paese).
Altro luogo poetico di Pasquale Totaro-Ziella è il dialetto, che in lui non è folklore di maniera ma crogiuolo di vita e di morte, lingua nativa che spesso è intraducibile, come il titolo della sua raccolta del 2008 “Schenfunne ‘i munne” che suona più o meno come “abisso del mondo”, e che per me rimane il suo testamento spirituale. Qui ritorna la figura materna, alta e statuaria, colta nel rossore infuocato del mattino mentre si intreccia i capelli alla senisese con la “gnetta” e attende ignara la triste notizia che il fato riserva a chi vive nell’abisso di questo sud.
La produzione poetica di Totaro-Ziella comprende poi raccolte d’amore tra cui “Corale accorato corale” (1981), “Clena” (1984), il cui nome nasce da quello della moglie Clementina, musa ispiratrice di molte sue composizioni, “E poi esci dalla rosa” (2003) in cui l’amore per la donna diviene sentimento universale che arde “attorno a tutti i fuochi della terra”. Raccolte poi contenute nella silloge “Quasi un madrigale” del 2009.
Notevoli anche le raccolte introspettive e più strettamente esistenziali, come “Autocritica di un uomo” (1993), “Umani paesi di pietra” (2004), “D’amore di morti” (1998), o di impegno civile contro le guerre, come “Ci siamo già stati” del 2002. Altre raccolte sono “Chiamate Giovanni (1998), “Isabella Isabella” (2005) dedicata alla poetessa Isabella Morra, e “Viscigliella” (2008). “Los fueratierra” (1999), infine, raccoglie alcuni suoi componimenti in lingua spagnola.
Pasquale Totaro-Ziella è stato letterato poliedrico e colto la cui produzione spazia dalla lirica, alla narrativa, alla saggistica fino alla critica d’arte.
Originale per la sua profondità evocativa è la produzione narrativa che comprende racconti intensi di ambienti di paese come “La farmacia” (1993), “Angelarosa” (1994), “Gatta Miraska” (1995) scritto in un italiano sporco contaminato dal dialetto senisese, “Facoltà di parola” (1997), “Porco porco” (2002) e due romanzi: la storia di Occhilucente in “Il ragazzo di Luce” (2004) da cui è stato tratto anche un cortometraggio, e “La squadra delle cropani” (2006).
Intensa e ricca di contatti di alto livello artistico è stata poi l’attività di critico d’arte di Totaro-Ziella. Dagli esordi della monografia artistica su “Luca Celano, a “Tagli di tela”, fino a “Tendenze dell’arte lucana contemporanea”. Poderoso il catalogo della mostra itinerante “Apollinia” che vede un suo corposo saggio introduttivo, e la raccolta sugli “Archetipi Leviani” da lui curata. Profondo conoscitore del poeta romantico di Senise Nicola Sole, ne ha curato la monografia “Niccola Sole” e la raccolta “L’arpa lucana”.

Totaro-Ziella si è cimentato anche con piccole composizioni per il teatro, come "Icaro", portatata in scena dai suoi alunni, e "Le macchie del Sole", piccolo testo teatrale sulla vita del poeta Nicola Sole, rimasto incompiuto.


Francesco Addolorato
 

 

0
0
0
s2sdefault

sponsor

Sponsor