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Nacque il 18 maggio 1939 il magistrato che ha dedicato la sua vita alla lotta contro la mafia

"Se vogliamo combattere efficacemente la mafia, non dobbiamo trasformarla in un mostro né pensare che sia una piovra o un cancro. Dobbiamo riconoscere che ci rassomiglia". 81 anni fa, 18 maggio 1939, nasceva a Palermo, Giovanni Falcone. Un magistrato italiano che ha dedicato la sua vita alla lotta contro la mafia senza mai retrocedere di fronte ai gravi rischi a cui si esponeva con la sua innovativa attività investigativa, mosso da uno straordinario spirito di servizio verso lo Stato e le sue istituzioni. È stato tra i primi a identificare Cosa Nostra in un’organizzazione parallela allo Stato, unitaria e verticistica in un’epoca in cui si negava generalmente l’esistenza della mafia e se ne confondevano i crimini con scontri fra bande di delinquenti comuni.

La sua tesi è stata in seguito confermata dalle dichiarazioni rilasciate nel maxiprocesso dal primo importante pentito di mafia, Tommaso Buscetta, e, negli anni seguenti, da altri rilevanti collaboratori di giustizia. Potremo dire che l’Italia ha avuto il vantaggio di avere un magistrato. Un vero magistrato, nobile nella sua parola, con la passione di essere al servizio della sua terra e dell’Italia. Molti biografi di Giovanni Falcone, all’unanimità raccontano di una stoffa di magistrato presente già all’esito del processo di Rosario Spatola. Processo al trafficante mafioso che nasceva da un rapporto di polizia giudiziaria, presentato al procuratore della Repubblica Costa. Un rigore investigativo mai conosciuto nel passato e nel presente della nostra quotidianità, indagini finanziarie ed estrema capacità realizzate con una coesione all’interno del gruppo che è passato alla storia come il “pool antimafia”: caratteristica che ha permesso la realizzazione del primo maxiprocesso alla mafia, il più grande risultato mai conseguito contro Cosa nostra.

Con il suo innovativo metodo di indagine ha posto fine all’interminabile sequela di assoluzioni per insufficienza di prove che caratterizzavano i processi di mafia in Sicilia negli anni ’70 è 80. Il metodo che si avvalse di indagini finanziarie presso banche e istituti di credito in Italia e all’estero e permette di individuare il movimento di capitali sospetti. Esso è tuttora adottato a livello internazionale per combattere la criminalità organizzata. Da leggere il suo libro “Cose di cosa nostra” Un libro che ha segnato un’epoca. Uno scritto dove il magistrato palermitano mette a nudo il sistema della criminalità organizzata, illustrandone i meccanismi e le articolazioni di potere, il perverso sistema di valori, le modalità di reclutamento dei nuovi affiliati, le attività illecite, i canali di accumulazione e di riciclaggio del denaro, le strategie di intimidazione e i rapporti con la politica. In un tempo, come quello odierno, dove si fa fatica a ricordare le persone perbene, non dimenticare il magistrato nato nel rione palermitano della Kalsa, il rione più antico della città, sollecita e solletica attimi di riflessione perché il senso di giustizia, di lealtà e onesta diventino bandiere di vita vera per tutti. E perché il coraggio non muoia più.

 

Oreste Roberto Lanza


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