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Con i suoi versi profondi ha immortalato gli avvenimenti e le usanze della sua città

Se la lingua che parli nella tua regione è diversa nelle parole, nella grammatica e nei suoni dalla lingua italiana comunemente usata per comunicare, allora stai parlando in dialetto. Possiamo anche chiamarlo vernacolo, quella lingua che, come si dice, incolla bene la storia e la fa vedere. Per raccontare un fatto ci vuole la lingua “nostra” come dicono dalle nostre parti. Insomma come diceva anche Tullio De Mauro, linguista e accademico italiano, ministro della pubblica istruzione dal 2000 al 2001: “La lingua italiana è una lingua seconda, da insegnare come tale, a partire dalla prima, cioè dal dialetto.”


Se poi al dialetto si accompagnano parole poetiche del luogo con una metrica composta da convenzioni legate al ritmo e alla struttura dei versi, il gioco è fatto. La Lucania possiede tanti e diversi poeti alcuni di questi, fermamente legati al proprio paese natio. C’è un poeta lucano, potentino, che ha tracciato, con i suoi versi dialettali profondamente sentiti, gli avvenimenti, le usanze della sua città di nascita. Amata all’ultimo respiro anche quando è stato costretto a trasferirsi a Roma. Si tratta di Mario Albano, nato agli inizi del 1912, precisamente il 7 febbraio, a Potenza, in vico Pontolillo, dove c’era il forno della famiglia Pontolillo, quando ancora non era stata realizzata via del Popolo. Un poeta sportivo: la prima parte della sua vita è dedicata all’attività ginnica, atletica leggera non disdegnando quella calcistica.
Nel 1930 l’ispirazione poetica lo strascina a contaminare i suoi pensieri con il dialetto potentino; operazione nata, come si apprende dalle pagine della sua storia, in una casa contadina del rione Addone. Una sua prima poesia in dialetto, a soli diciotto anni, “Nu’ Spunzalizie”; un anno dopo, nel 1931, “Lu Trascorse” e poi “La Rarea”. Nel 1932 scrive “Lu ginema parlante”, dopo aver scoperto la radio con voci e rumori, il cinema vedi anche ombre. Ma il componimento del potentino Mario Albano, pare quello de “Cuntana d’aprile”, versi dedicati ad una ragazza che pare conoscere a cui chiede di non seguire la moda se vuol trovare un buon marito, di non arricciarsi troppo i capelli o di portarli alla maschietta, come era la moda del tempo, ma di curare di più come doveva comportarsi dentro casa. Versi che paiono osservare il nuovo stato femminile, lungi dall’essere, il poeta, un moralista. Ma ci sono poesie di un richiamo forte, come “Putenza Mia”: “questa è Potenza mia, de sta Putenza mos’adda parlà”; stiamo parlando del 1974. Via Pretoria: “si tu la storia de ogne Putenzese, de queddu rriccche o senza nu turnese”. La grandezza di Mario Albano, questo poco ricordato e conosciuto poeta, è quello di aver voluto parlare sempre il linguaggio di tutti i giorni, della gente comune e di essere, cosa sostanziale, vero interprete del popolo potentino. Ricordare, per un momento, Mario Albano, significa amare il nostro dialetto, significa amare anche noi lucani possessori di una grande eredità.

Oreste Roberto Lanza


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