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La verità negata nel testo "L'ultima notte di Aldo Moro" di Paolo Cucchiarelli

“Possibile che siate tutti d’accordo nel volere la mia morte per una presunta ragion di Stato che qualcuno lividamente vi suggerisce, quasi a soluzione di tutti i problemi del Paese? Altro che soluzione dei problemi. Se questo crimine fosse perpetrato, si aprirebbe una spirale che voi non potreste fronteggiare. Ne sareste travolti”. È l’ultimo pensiero che Aldo Moro rivolge, in uno scritto del 28 aprile 1978, all’allora segretario della Democrazia Cristiana Benigno Zaccagnini. L’ultima delle sue 86 lettere scritte alla famiglia, ai leader democristiani, al Papa. Alle 4,57 di quarantadue anni fa, 9 maggio 1978, Aldo Moro veniva ucciso per mani delle Brigate Rosse. Lo statista pugliese, veniva ritrovato dentro una Renault rossa, perfettamente vestito da “Presidente”: gemelli d’oro inseriti ai polsini della camicia, panciotto abbottonato, la cravatta ben stretta al collo, i mocassini; ha con sé il cappotto blu. Tutti gli abiti sono lavati e stirati di fresco.

La vicenda del rapimento e della morte di Moro rimane fra le più misteriose e peggio spiegate (probabilmente volutamente) della nostra storia, e fra le meno compatibili con le versioni ufficiali che continuano ad essere propagandate da commissioni d'inchiesta, stampa e TV. Un chiarimento, di tutta la vicenda processuale, ma anche politica, per una reale dinamica, dei motivi profondi di quei tragici 55 giorni, viene dal libro di Paolo Cucchiarelli, scrittore investigativo e giornalista: "L'ultima notte di Aldo Moro”. L’autore ricostruisce nelle sue 406 pagine, con documenti inediti, nuove testimonianze, perizie, fotografie, alcune nuove, il rapimento, la prigionia e le ultime ventiquattr'ore del presidente DC, confutando pezzo dopo pezzo il castello di menzogne costruito negli anni. Sono pagine da cui emerge una realtà sconcertante, fatta di operazioni d'intelligence internazionali, che per la prima volta vengono qui precisate, con tanto di nomi e cognomi, trattative fra istituzioni e terroristi, patti con la malavita organizzata, personaggi rimasti totalmente ai margini delle vicende giudiziarie. L’autore pone all’attenzione del lettore, attento, curioso e desideroso di verità, la realtà di un complotto articolato con piani ben precisi volto alla distruzione politica e poi fisica di quello che sarebbe con ogni probabilità divenuto il Presidente della Repubblica. Un capo dello Stato che sicuramente la gente comune, avrebbe accettato all’unanimità. Lo statista magliese fu il principale stratega del centro-sinistra e della "solidarietà nazionale". Il suo impegno fu dedicato a tenere insieme Stato e società innovazione e tradizione, cambiamento e coesione, in un sistema sociale e politico messo a dura prova dalla transizione degli anni Settanta. Fu un impegno ostacolato dagli stessi uomini del suo partito, in diverse circostanze combattuto fino al completo accordo per la sua morte.
A pagina 24 Paolo Cucchiarelli, riporta una affermazione, riferita alla mattina del rapimento, espressa nel primo processo dalla famiglia Moro: “il capo scorta, il maresciallo Oreste Leonardi, non aveva reagito in modo adeguato perché aveva riconosciuto qualcuno di sua conoscenza oppure perché vide qualcosa che colpì la sua attenzione, quel tanto che bastò a impedirgli di reagire in modo e tempo utile”. Ancora oggi, a 42 anni di distanza, non si conosce tutta la verità sul delitto. Di tutta questa vicenda resta pregnante, tra le tante, una delle sue tante frasi, che noi italiani dovremmo imparare ad usare sempre; “Quando si dice la verità non bisogna dolersi di averla detta: la verità è sempre illuminante”. Per adesso è importante ricordare un statista in questo mare di nani.

 

Oreste Roberto Lanza


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