A giudicare dall’effluvio di messaggi, video e citazioni che diffondono auguri e buoni auspici d’amore e di pace saremmo portati a credere a un Natale davvero autentico, foriero di un rinnovamento del cuore e dell’agire degno di un mondo veramente rinnovato. È la speranza di tutti e forse anche il proposito sincero dei più.
La realtà, però, ci racconta un’altra storia fatta di contrapposizioni aspre, di sfiducia reciproca, di sospetti diffusi e di una verità che si fa sempre più relativa, sempre più eterea e inarrivabile perché ormai nessuno crede più a nessuno. È il grande paradosso della civiltà contemporanea che riesce a mistificare tutto, nascondendo il senso profondo delle cose per mostrarne solo l’aspetto più superficiale e opportunisticamente più conveniente. Così è anche del Natale, una festa che ognuno piega ai propri convincimenti vestendola del proprio abito.
Eppure Gesù bambino nasce nudo non perché ognuno possa vestirlo con l’abito che più gli aggrada, così che possa rassomigliare il più possibile alla propria narcisistica umanità; nasce povero non perché qualcuno possa comprarne la dignità e la libertà; nasce lontano da casa non perché non ne abbia una.
Gesù nasce nudo perché è Dio, e la divinità non ha bisogno dei segni del potere, nasce povero per essere libero di obbedire a suo Padre, nasce lontano da casa perché per trovare la verità bisogna mettersi in viaggio.
È questa la realtà del Natale che le luci della nostra festa non riescono a rivelare, perché ormai in noi, nel cuore dell’uomo dell’occidente sviluppato, non nasce più un bambino che porta speranza ma un vecchio che porta rassegnazione e assuefazione. Assuefazione al benessere, alle competizioni, all’esaltazione acritica delle proprie opinioni, alla necessità di sopraffare e denigrare l’altro.
Per capire la straordinarietà dell’evento che stava accadendo, ai Magi è bastata la luce di una stella e ai pastori l’annuncio di un angelo, a noi invece non bastano duemila anni di storia e il sangue di tanti martiri per stupirci di ciò che accade nella grotta di Betlemme, dove Dio ha incontrato l’uomo per cambiarne il cuore e farne “una creatura diversa”. Diversa, appunto! Perché dopo secoli di cambiamento abbiamo ancora paura della diversità della santità. Allora la laicizziamo, la paganizziamo, come ha detto Papa Francesco nell’apertura di questo avvento: “rischiamo di mondanizzarci e di perdere la nostra identità, anzi, di ‘paganizzare’ lo stile cristiano”.
Il rischio della paganizzazione è sempre dietro l’angolo per i cristiani, soprattutto quando perdono il gusto per lo stupore e si accomodano in una vita fatta di buoni sentimenti e rassicuranti certezze. È allora che il Natale diventa solo luci e regali che sono il simulacro vuoto di ciò che dovrebbero rappresentare. La luce è il cammino della speranza che si illumina nella visione natalizia e non il bagliore accecante che copre tutto e ci fa tutti più buoni. La luce di Betlemme è un faro puntato verso il futuro e non il lumicino che viene da una tradizione lontana che si confonde col folklore. Dio ha creato l’uomo viaggiatore, ma poi l’uomo ha creato i confini e si è scoperto migrante, straniero e infine nemico.
Il Natale è la festa del Dio che si fa carne e sangue, che supera i confini della divinità per afferrare l’uomo nella sua pochezza e farne una grande opera. Tutto comincia da quella grotta, con un bambino e una stella che indica un cammino. Non possiamo fermarci al bagliore delle luci che affollano case, strade e negozi, e festeggiare il Natale che non c’è! Di luce ne basta una. Ma che sia quella giusta!


Francesco Addolorato
 

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Perché i cinque minuti di follia di Beppe Grillo al Circo Massimo, dove ha arringato la sua piazza ironizzando sull’autismo e offendendo gli Asperger, rappresentano un episodio grave e deprecabile?
Semplicemente perché sono stati una pericolosa e mastodontica fake sull’autismo, sulla sua natura, sulle implicazioni sociali che lo accompagnano, sulle potenzialità vere che gli autistici possono sprigionare, e infine un gigantesco monumento al nemico contro il quale, noi genitori di figli autistici, lottiamo ogni giorno: lo stigma sociale.
È una colossale bugia che comincia fin dalle prime parole quando, col suo solito tono da istrione invasato, Grillo afferma: “siamo pieni di malattie nevrotiche, siamo pieni di autismi”. E no caro Beppe, l’autismo non è una malattia e soprattutto non è una malattia nevrotica. L’autismo è una sindrome da cui, a differenza delle malattie, non si guarisce, è una condizione connaturata all’individuo che manifesta problemi nella sfera della comunicazione e in quella dell’interazione sociale.
Questo non vuol dire, come ha spiegato poi Grillo, che il soggetto Asperger (e non Aspenger come ha detto due volte su tre a testimonianza di quanto poco conosce l’argomento) parla senza rendersi conto e senza capire che chi sta di fronte a lui non capisce, continuando a parlare come se fosse fuori dal mondo. È vero esattamente il contrario, la persona con autismo ha difficoltà di comunicazione e spesso sa di non essere compreso da chi gli sta di fronte. Ma questo non genera in lui il comportamento schizofrenico che Grillo ha descritto, cioè quello di continuare a parlare imperterrito come se fosse solo, ma esattamente il contrario. La consapevolezza di non essere compreso genera in lui frustrazione e quindi ritrazione in se stesso e chiusura, il che significa semplicemente una cosa: sofferenza.
E questo lo sa bene chi, come un padre, ha imparato a guardare gli occhi del figlio autistico e vedere nel suo sguardo la delusione della solitudine. Ironizzare su questa condizione di sofferenza è semplicemente animalesco.
Altrettanto animalesco è alimentare lo stigma, il segno distintivo, il dito puntato verso il diverso identificato come “quello che”. Quello che vive in un mondo tutto suo, quello che parla in modo sempre uguale, quello che si parla addosso e non si rende conto che chi gli sta di fronte non lo capisce. Lo stigma appunto, la gabbia che ti costruisce intorno la società e dalla quale non esci perché qualcuno, come Grillo, ha deciso che deve andare così.
E invece no! Noi che conosciamo davvero cos’è l’autismo non ci stiamo, non accettiamo che i nostri figli siano chiusi in uno stereotipo che contribuisce in maniera cinica alla loro emarginazione, perché noi sappiamo che dentro un autistico c’è una persona, con i suoi desideri, i suoi progetti e le sue tante sofferenze. E per questo diciamo a Grillo che gli farebbe bene conoscere da vicino il mondo delle persone autistiche, magari imparerebbe a vedere il mondo da una prospettiva diversa e ad apprezzare il silenzio.
Francamente ci spettavamo una reazione diversa all’indignazione di tanti di noi, e invece il Beppe nazionale si è limitato a farfugliare un “vi sono vicino” e il proposito di continuare “a usare le metafore”. Appunto, la metafora! Se volevi offendere politici o politicanti hai completamente sbagliato il termine di paragone. Come accade spesso anche in questo caso la pezza è peggio del rattoppo. Una metafora è una trasposizione, una parola usata per rendere in maniera simbolica il significato di ciò che si vuol dire. Se il tuo intento era dire che i politici parlano senza accorgersi di non essere capiti, di essere su un altro pianete, ebbene, hai sbagliato completamente metafora, perché agli autistici questo non si addice.
Se volevi usare un termine di paragone per denigrare l’oggetto delle tue invettive non dovevi usare l’autismo, né alcun’altra condizione di sofferenza. E invece l’hai fatto e da vile quale sei non hai avuto neanche il coraggio di chiedere scusa.
Caro Grillo adesso una metafora te la faccio io. Devi sapere che nella nostra vita, come genitori di ragazzi autistici, incontriamo tanti “Mangiafuoco” che vorrebbero fare dei nostri figli burattini per i loro teatri. Incontriamo tanti “Gatto e la volpe” che vorrebbero venderci soluzioni a buon mercato. Incontriamo tanti “Lucignolo”, falsi amici che ostentano comprensione e disponibilità ma poi spariscono nel momento del bisogno.
Se non abbiamo paura dei Mangiafuoco, non abbiamo paura dei Gatto e la volpe, e non abbiamo paura dei Lucignolo, figuriamoci se possiamo avere paura di un Grillo parlante!
E questa volta la metafora è perfettamente calzante.


Francesco Addolorato
 

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Sono parenti ma non sono la stessa cosa. Popolarismo e populismo hanno la stessa radice semantica ma il loro significato e la prassi che si intende indicare con le due definizioni sono estremamente diversi, direi quasi contrapposti.
È l’idea stessa di popolo che cambia da un termine all’altro, perché se per il populista la parola “popolo” indica l’insieme delle persone che si muovono dietro l’idea del leader, che tende ad identificarsi con esse, per il popolarismo il termine “popolo” è il soggetto di una prassi democratica, di un metodo di partecipazione alla vita pubblica, tanto che “popolare” può essere sinonimo di democratico.
Tutto si gioca, dunque, nel rapporto tra popolo e politici, fra rappresentanti e rappresentati, fra establishment e cittadini. E in questo perpetuo dualismo il populismo si posiziona allo stesso livello del popolo proponendosi come detentore e portatore sano delle sue istanze e dei suoi valori tradizionali e virtuosi, in contrapposizione con il potere che è invece raffigurato dalla narrazione populista come rubato, preso in ostaggio e usato malamente dalle élite di governo. Per questo il populismo è strettamente legato all’antipolitica, ne rappresenta al tempo stesso l’espressione e il generatore.
Ma l’antipolitica finisce laddove cominciano le responsabilità di governo, perché non si governa senza la politica, e non si governa con il populismo, altrimenti la deriva antidemocratica è certa. La caratteristica del populismo è l’antiestablishment, ma una volta che si è establishment le cose cambiano. Occorre fare i conti con la politica, che è visione organica di un paese, progetto da costruire e da realizzare a partire dal popolo e dalle sue esigenze per dare poi una prospettiva alle sue attese per il futuro.
“Ad uno Stato accentratore tendente a limitare e regolare ogni potere organico e ogni attività civica e individuale, vogliamo sul terreno costituzionale sostituire uno Stato veramente popolare, che riconosca i limiti della sua attività, che rispetti i nuclei e gli organismi naturali - la famiglia, le classi, i Comuni - che rispetti la personalità individuale e incoraggi le iniziative private.” Questo scriveva don Luigi Sturzo un secolo fa, in quel gennaio del 1919, quando si rivolgeva ai “Liberi e forti” e chiamava i cattolici ad abbandonare il disimpegno politico per partecipare alla costruzione di un’Italia più libera e più democratica.
Per raggiungere l’obiettivo di uno Stato che fosse “la più sincera espressione del volere popolare”, Sturzo e la commissione provvisoria non a caso chiedevano una profonda riforma dell’istituto parlamentare in senso proporzionalista insieme alla elettività del Senato e il voto alle donne. Una svolta nel senso della democrazia partecipata, che già guardava con preoccupazione al germe malsano di un nazionalismo vestito da prepotenza coloniale e puntava a quell’amore per la patria di coloro che “sanno congiungere il giusto senso dei diritti e degl'interessi nazionali con un sano internazionalismo”. Che poi è il vero patriottismo.
Tutto questo è l’esatto opposto del populismo nostrano di oggi, che sbeffeggia il parlamento e nutre il culto dell’uomo forte che governa sull’onda del consenso dei propri seguaci e nel disprezzo dei propri avversari politici, che si veste dell’elmo di Scipio inventandosi ogni giorno una nuova guerra.
Altra cosa è il popolarismo, che nutre la democrazia governando i processi della società che cambia, dando fiducia ai cittadini dei quali si sforza di interpretare le istanze e le prospettive fornendo loro il supporto legislativo ed esecutivo. A differenza di chi ha la pretesa di guidarli i cittadini, perché le guide conducono, come i condottieri, dalla cui funzione non a caso deriva la figura del Dux, il duce, colui che conduce il popolo portandolo per mano. E quando a guidare è uno solo l’epilogo non è mai felice.


Francesco Addolorato

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La giornata mondiale della consapevolezza sull’autismo di quest’anno non è cascata benissimo, sia per tempo che per circostanze. La concomitanza con la pasquetta, tradizionale festa della spensieratezza primaverile, caduta proprio il 2 aprile, non aiuta a focalizzare l’attenzione sul tema.
Ad offuscare il blu che dovrebbe caratterizzare la giornata, infine, è piombato lo spiacevole episodio di cronaca che ha coinvolto il centro di Venosa gestito dai Padri Trinitari, nel quale sono stati scoperti episodi di violenza sui ragazzi autistici ospiti della struttura.
La voglia di accendere l’attenzione sulle problematiche dei nostri figli, tuttavia, non è per nulla scalfita, e noi celebriamo con la stessa forza la giornata del “Light it up blue”, puntando le orecchie su ciò che vogliono dirci. Se li facessimo parlare di sicuro ci comunicherebbero desideri e sogni molto simili a quelli di noialtri normodotati, a cominciare dalla voglia di luce, dalla possibilità di vedere il blu del cielo, come tutti. E allora?
Allora riflettiamo sugli interventi che vengono attuati sulle persone autistiche, soprattutto quelli che riguardano la loro sistemazione in centri diurni o residenziali. La domanda da porsi, nel costruire i percorsi riabilitativi e psicoeducativi degli autistici, deve essere: qual è la migliore qualità di vita per questa persona autistica? Per questa e non per un’altra, chiaramente. Perché ogni persona autistica ha il proprio standard di qualità della vita, e ogni persona autistica è titolare di diritti inviolabili assolutamente sanciti da diverse fonti di diritto, come la Convenzione delle Nazioni Unite sui Diritti delle Persone con Disabilità, o la Carta dei Diritti delle Persone affette da Autismo. Lo spirito di questi fondamentali documenti di legalità non tocca solo l’assistenza e i processi riabilitativi, ma anche e soprattutto la piena attuazione della loro personalità, il diritto a realizzarsi come ‘persona’, pur nei limiti dati dalle caratteristiche dello spettro.
È qui che occorre interrogarsi sulla reale adeguatezza dei centri per l’autismo, e sui percorsi che essi propongono ai nostri figli. Per ragioni di organizzazione, e spesso anche di economia, questi centri propongono una ‘giornata tipo’ per tutti i ragazzi, diversificando le attività, curate anche con le dovute cautele e professionalità, senza proporre un percorso individualizzato che abbia come scopo, non solo il mantenimento delle abilità e delle autonomie, ma il loro impiego per dei veri percorsi di inclusione sociale.
La vita degli autistici è lì dove si trova quella di tutte le altre persone: nella società, nel mondo. Quindi nelle scuole, nei centri di aggregazione sociale, nei parchi cittadini, nelle parrocchie, nei locali, nelle piazze e nei luoghi frequentati da persone della loro stessa età. È lì che vogliono stare, e i centri valgono nella misura in cui riescono a inserirli nella vita fuori dai centri, seppur in minima parte, sotto li il cielo blu che sovrasta ogni altra persona della loro età.
Questo è possibile solo con uno sforzo culturale che coinvolga operatori, strutture sanitarie e società. È una sfida. Ma è quella vera. La sfida della vita. Il desiderio di vita degli autistici è più grande di quanto noi possiamo pensare, perché loro ci dicono sempre molto meno di quello che pensano, sentono, desiderano e temono.
Ma da padre che cerca di dedicarsi il più possibile al proprio figlio autistico mi sono sentito piccolo e inutile quando, un giorno, dopo aver passato molto tempo con lui, come faccio di solito, ho guardato nei suoi occhi, e vi ho letto una profonda insoddisfazione e tristezza. “Cosa è successo? –gli ho chiesto- Vuoi fare qualche altro giro?”. E lui con gli occhi piantati nel più profondo della mia anima, mi ha risposto: “no, vorrei uscire con i miei amici!”.

È così. Capisci l’abisso dell’autismo solo quando ci sprofondi dentro!


Francesco Addolorato

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Se in questo paese, in cui abbondano pensatori e teorici, gli intellettuali, i filosofi e gli storici facessero il proprio mestiere, anziché esercitarsi a fare il saliscendi dal carro dei vincitori, bisognerebbe fare un fact checking storico e culturale per scovare le bufale che ogni giorno ci propinano vecchi e nuovi politici.
L’ultima in ordine di tempo è quella che il capo del M5S, Luigi Di Maio, ha pronunciato all’indomani della vittoria del suo movimento alle politiche. In un impeto di entusiasmo, che dura ormai da una settimana, il giovane politico ha affermato che con lui, e il suo movimento, in Italia inizia la Terza Repubblica.
Va da sé che per dare inizio a una nuova repubblica è necessario almeno che muoia quella precedente, cioè che qualcuno abbia l’insana idea di mettere fine a un sistema democratico per sostituirlo con una dittatura o con un regime militare o autoritario. Una repubblica non muore semplicemente perché c’è un cambio alla guida del paese.
Anzi, mi permetto di far notare, che proprio l’alternanza tra forze diverse al comando è il sintomo che la repubblica sta bene e che non si corre il rischio di alcun regime. A dispetto di quanto i populisti di diversa estrazione vanno dicendo ormai da anni, i cittadini sono liberi di votare secondo i propri gusti e le proprie opinioni. Se i partiti di governo avessero ordito una trama di controllo antidemocratico non si spiegherebbe come mai alle ultime elezioni politiche a far le spese siano stati proprio loro.  
Attenti, dunque, a giocare troppo con le parole!
Perché si ha l’impressione che la terza repubblica somigli molto alla prima.
Innanzitutto è chiaro che gli elettori hanno mandato in soffitta il bipolarismo, su cui poggiava la nascita della presunta seconda repubblica, premiando un solo partito e bocciando la logica delle coalizioni.
Inoltre è ancor più chiaro che quella venuta fuori dalle urne il 4 marzo è ancora la prima, per forma repubblicana, cioè è una repubblica parlamentare, in cui i governi e le maggioranze si formano in parlamento. E qui c’è il grande equivoco del passaggio dalla prima alla seconda repubblica, che davvero ha segnato la nascita della democrazia demagogica, in cui ai cittadini si racconta il contrario di quello che realmente è, con la conseguenza che i partiti, in sequenza, sono stati divorato dalla loro stessa demagogia. Il PD ha agitato per anni la paura delle destre, salvo poi allearsi con il PDL di Berlusconi, il quale a sua volta ha cavalcato fin dal suo ingresso in politica l’anticomunismo salvo poi allearsi con Bersani e compagni.
Il risultato è che gli elettori hanno creduto di votare in un sistema di bipolarismo istituzionale e si sono ritrovati con governi monopolari, che hanno più semplicemente definito 'governi dell’inciucio'.
Dopo 25 anni da quell’illusione siamo punto e accapo. Alle elezioni del 2018 nessuno dei due poli raggiunge la maggioranza e si ripete il rito di mettere sul tavolo degli imputati la legge elettorale, che pure non è il massimo.
I nuovi arrivati grillini, nel solco della migliore tradizione italiana, ‘non vincono’ col 32% dei voti ma sono il primo partito e vogliono governare. Come? Con il vecchio e odiato sistema del parlamentarismo che, sottolineano, mai vorrebbero esercitare, ma nel frattempo lo esercitano, e in pochi giorni ne sono diventati maestri.
Così il presidente del consiglio in pectore, Luigi Di Maio, già ex combattente dei perversi costumi italioti, diventa il capo dell’italico trasformismo, indossa la divisa dello statista, comincia a parlare urbi et orbi, cita De Gasperi, per non spaventare l’ancestrale anima democristiana delle alte cariche dello stato e dei poteri che contano, accarezza la tonaca dei vertici della chiesa, citando il vangelo, e si appresta a fare quello che nella prima repubblica era considerato normale e istituzionalmente corretto: le alleanze.
Che, ci tiene a spiegare, sono altra cosa dall’aborrito e tremendo inciucio. Ma sono l’unico modo per “dare un governo al paese”! Poco importa se, nella logica bipolare che abbiamo scelto a furor di popolo nel referendum del ’93, a vincere è la coalizione di 'quell'estremista di Matteo Salvini' e del centrodestra! Ma, come si dice, il popolo è sovrano, le urne un po’ meno!


Francesco Addolorato
 

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Quel serpente astuto, seminatore di odio, che si insinua sempre più nel profondo della nostra società, fino a disgregarne il tessuto e le relazioni! Quell’inganno sottile, che assume le parvenze della verità ma che è portatore di menzogna e falsità! Quel predicatore sordo che semina zizzania con le sembianze di grano buono! Tutto questo è la logica della disinformazione, che costituisce il maggior pericolo di questa nostra società contemporanea, connessa ma non in comunione, in rete ma non in relazione.
Si tratta di un pericolo così forte, che ha spinto Papa Francesco a dedicare il messaggio per la 52esima Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali, quella di quest’anno, al tema della verità nell’informazione e alla responsabilità, oltre che al valore, della professione giornalistica.
L’antico serpente che sa dissimularsi e assumere sembianze diverse a seconda delle epoche storiche, ha oggi un nome ben preciso: fake news, o notizie false. Nel messaggio del Papa è contenuta una sorta di esegesi delle fake, spiegate nei meccanismi e nelle ingannevoli strade attraverso le quali si manifesta e si afferma nell’immaginario collettivo, tanto da essere scambiata per verità. Il primo ingannevole meccanismo è quello che fa leva sul desiderio di chi legge. Chi scrive il falso sa bene cosa il lettore desidera leggere, e quindi accarezza quei desideri vestendoli della sinistra luce della verisimiglianza.
Solitamente la notizia falsa “sembra vera”, e acquista così credibilità agli occhi del lettore il quale, in mezzo all’oceano di informazioni nel quale naviga ogni giorno, non ha tempo né voglia di approfondire, e finisce per “abboccare” a ciò che gli sembra vero ma che in realtà è solo, per lui, desiderabile.
È questa la “logica del serpente” di cui parla Francesco, che equivale poi alla logica dell’odio perché, come diceva anche Dostoevskij, il rapporto tra menzogna e odio è stretto e non lascia scampo a chi ne fa uso.
Il rimedio che il Papa indica a questa deriva del falso viene dal Vangelo e fa riferimento a una pagina di Giovanni in cui Gesù consegna ai discepoli il più grande messaggio di libertà: “la verità vi farà liberi”. La libertà viene indicata, così, come il presupposto di quel “giornalismo di pace” che il Papa invita a praticare. Il che significa assumersi la responsabilità del proprio lavoro e ricercare la verità nei fatti, piuttosto che inseguire un più redditizio verosimile, che di certo porta molti like e un’aura da giornalista scomodo, ma non serve la verità dei fatti.
Il “giornalismo di pace” di cui parla Francesco, però, non è buonismo, non è nascondere le notizie cattive, ma “un giornalismo impegnato a indicare soluzioni alternative alle escalation del clamore e della violenza verbale.” L’uso responsabile del linguaggio è il contrario della parola forte, che colpisce e si fa leggere, ma le cui conseguenze poi le subiscono gli altri, tanto che la parola diventa violenza. Pasolini parlava di violenza semantica, che è altra cosa dalla violenza verbale.
“La verità, dunque, non si guadagna veramente quando è imposta come qualcosa di estrinseco e impersonale -scrive Papa Francesco-; sgorga invece da relazioni libere tra le persone, nell’ascolto reciproco.” Se la verità è relazione non è possibile che esistano uomini che detengano la verità, perché la verità è un sistema di relazioni vere e sincere che basano i loro rapporti non sull’odio. Ecco perché l’odio è nemico della verità. I giornalisti e i giornali che seminano odio non promuovono la verità e non la ricercano.
Ormai nei giornali ognuno scrive ai suoi, si scrive per rafforzare e accarezzare le convinzioni dei propri lettori. Oggi in appena 60 secondi, vengono pubblicati 3 milioni di contenuti su Facebook, 430mila tweet, compiute 2 milioni e 315mila ricerche su Google, inviate 150 milioni di email e 44 milioni di messaggi su WhatsApp, visualizzati 2 milioni e 700mila video su YouTube. In un mondo che fa un uso così massiccio della comunicazione i pericoli sono tanti e sempre dietro l’angolo. Ecco perché il giornalista è chiamato a professionalizzarsi sempre più, per essere credibile e distinguersi dagli haters del web, i cosiddetti odiatori, o dai commentatori seriali, spesso interessati.
Il fact checking è fondamentale per il futuro della professione giornalistica, perché il turbine delle notizie è ormai ingovernabile per chi non è ben provvisto, un po’ come Eva e Adamo che si fecero ingannare dal falsario. Quella del serpente della Genesi è la prima fake news della storia dell’uomo.
Per questo il giornalismo è una missione, e il giornalista di pace è chiamato a guidare il lettore tra le secche pericolose della disinformazione, che crea odio.


Francesco Addolorato

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In questa nostra Italia litigiosa anche i segni della fede diventano sempre più spesso motivo di contesa, e anzi a volte delle vere e proprie armi da scagliare contro il nemico di turno.
La polemica che in questi giorni sta coinvolgendo il presepe, come d’altronde accade ogni anno, è la dimostrazione che sovente si confonde il valore di questo prezioso simbolo, facendone il testimone di una tradizione che può rappresentare tutto, o quasi tutto, ed esattamente il suo contrario.
Nel corso degli anni Gesù bambino ha rischiato di essere sfrattato dalle scuole, è stato sostituito con improbabili arcobaleni o con più aleatori simboli della pace, quasi a voler dimostrare che in fondo il Natale altro non è che un generico sentimento di amore che nasce nel cuore di ogni uomo. Un’occasione per essere più buoni. Si snatura così il significato evangelico del Natale, togliendo dalla grotta di Betlemme quel bambino che cambiò il corso della storia dell’uomo, portandovi la luce del disegno divino.
Anche quella che può sembrare la più ortodossa delle raffigurazioni natalizie può nascondere l’insidia di un messaggio falso, o quantomeno ingannevole. L’idea che il presepe sia il segno della tradizione natalizia nasconde una certa assuefazione alle festività religiose, che spesso trascinano con sé più il peso di un gesto ormai abituale che la freschezza di un evento che si rinnova.
È qui che si gioca la differenza tra il Natale come tradizione e il Natale come memoria dell’incarnazione di Dio, che si fa uomo per rivestire l’uomo della Sua gloria. Il Natale come mistero di fede da un lato, e il Natale come tradizione dall’altro.
È pur vero che alla tradizione si accompagna spesso la religiosità popolare, che porta con sé il valore autentico della fede che ci è stata trasmessa dai nostri genitori, quindi genuina e vera. Ma è anche vero che in questo momento storico la parola “tradizione” si è caricata di significato antagonistico, quasi sinonimo di “patria e patriottismo”, portatore di una carica identitaria che è più etnica e nazionalista che non autenticamente cristiana.
Da questo punto di vista il presepe non è simbolo della tradizione, se la tradizione è esclusione e chiusura. Il messaggio del presepe è talmente universale e grande, profondo e inarrivabile per l’uomo che solo la fede può comprenderlo, e non c’è tradizione che possa tramandarne in modo adeguato il significato se non la sacra Tradizione della Chiesa. “Questa sacra Tradizione e la Scrittura sacra dell'uno e dell'altro Testamento sono dunque come uno specchio nel quale la Chiesa pellegrina in terra contempla Dio, dal quale tutto riceve, finché giunga a vederlo faccia a faccia, com'egli è” (Dei Verbum 7). Così insegna il Concilio Vaticano II, e così è! E tutto ciò che intende come tradizione l’associazione del presepe alle consuetudini natalizie, alla stregua del panettone e dei dolcetti tipici, è solo il perpetuarsi di buone usanze del passato, ma non tramanda in sé il significato profondo del messaggio dell’incarnazione di Dio che si fa uomo.
Men che mai serve imporre il presepe come simbolo della italianità o del patriottismo di ritorno, come accaduto a Roma, dove un gruppo politico ha fatto il suo blitz sotto il povero Spelacchio, l’albero di Natale allestito a Roma, a Piazza Venezia, collocandovi un’immagine della natività. Il presepe non è un simbolo di guerra ma un segno di universalità della salvezza cristiana, rivolta a tutti gli uomini della terra. Né può divenire il piccolo focolare natalizio, dove riporre i propri ricordi e le proprie buone intenzioni.
È la stessa tradizione che ne vorrebbe serbare l’autenticità del significato che ha tradito il presepe, privandolo del suo senso di rappresentazione sacra e conferendogli quello di “simbolo della tradizione”. Ma di quale tradizione? È ancora quella genuina e, in ultima analisi, cristocentrica dei nostri genitori o è quella oleografica, di corollario a una festa tutto sommato civile?
Il presepe è una rappresentazione sacra davanti alla quale pregare, fare silenzio e, se possibile, meditare per cercare di penetrare il grande mistero di Dio che entra nella storia dell’uomo per redimerla.
Se proprio si cerca il modo giusto per porsi davanti al presepe bisogna guardare a Sant’Alfonso Maria de’ Liguori, che compose tra le lacrime la più grande preghiera natalizia: Tu scendi dalle stelle!


Francesco Addolorato

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E così mio figlio autistico ha compiuto i 18 anni ed è diventato maggiorenne. Per quelli della sua età è un traguardo. Un primo traguardo nella scala della storia personale, di quel divenire inarrestabile che chiamiamo vita e che si nutre, tra le tante altre cose, di ritualità e appuntamenti fissi, come la patente per guidare l’auto o il viaggio all’estero per sancire la conquista dell’indipendenza.
Ma per gli autistici no. Per loro i 18 anni sono solo l’inizio di un nuovo procedimento giuridico e legale, di adempimenti da svolgere, di nuove carte da sbrigare, spesso di visite mediche e commissioni da affrontare, cercando di far capire all’interlocutore, il più delle volte impreparato, che l’autismo non è una malattia, che non passa con le cure né con gli interventi, e quindi che un autistico rimane autistico anche dopo i 18 anni.
Passi avanti sono stati fatti con la legge 134/2015 che ha permesso l’inserimento dell’autismo nei nuovi LEA e sburocratizzato alcune pratiche. Ma il grosso della problematica resta drammaticamente irrisolta.
Tanto per cominciare cambia l’accesso alla riabilitazione e agli interventi terapeutici. Si chiudono le porte dei centri di riabilitazione, ancora impreparati ad offrire servizi per gli autistici non più in età infantile o adolescenziale, ma non si aprono nuovi percorsi terapeutici specifici, e non è che non ne esistano. Superata la fase delle sedute di logopedia e psicomotricità, che dopo l’età infantile non servono più, non ci sono terapie specifiche che il servizio sanitario pubblico possa assicurare. Per una fatua ironia del destino gli autistici non sono più autistici una volta raggiunta la maggiore età. E allora comincia la traversata del deserto degli specialisti privati, nella speranza di trovarne uno che riesca a capire di cosa realmente ha bisogno tuo figlio e che sappia indicare un percorso valido per lui e per la famiglia, che spesso si trova ancora una volta sola a decidere il da farsi.
Per intenderci, con la maggiore età è come se si ricominciasse tutto daccapo. Il buio dei servizi di riabilitazione, l’insicurezza sul da farsi, l’assenza di una diagnosi aggiornata all’età e alle sue diverse fasi. Per cui, nonostante la nuova legge, l’autistico torna nel limbo dell’anonimato, nella trasparenza diafana di un’ombra che non ha anamnesi né futuro terapeutico. Se va bene il ragazzo può accedere a interventi generici, erogati dalle Asl, ma non c’è uno straccio di percorso individualizzato per lui, né la certezza di trovare sulla sua strada uno psicologo che conosca bene l’autismo e le sue implicazioni.
Ecco allora che all’orizzonte si profila quella specie di prigione della prigione che si chiama “centro diurno o residenziale”. Lì dentro, ti dicono, ci sono persone che sanno cosa fare con loro, e che li tengono impegnati. Senza sapere che in questo modo li si rinchiude in una prigione chiamata “centro” che racchiude un’altra prigione chiamata “autismo”! Un buio nel buio, con qualche sprazzo di luce che si intravede dalla finestra di uno spazio chiuso all’interno, nel quale ti programmano ogni secondo di secondo, magari senza che nessuno mai si sogni di chiederti se sei felice. Sì, perché in giro c’è anche qualcuno che ritiene che gli autistici abbiano sentimenti sordi, o peggio che non ne abbiano affatto.
Ma chi ha detto che un ragazzo autistico voglia solo “tenersi impegnato”? Chi ha mai stabilito che per lui, e senza il suo consenso, occorra qualcuno che “strutturi la sua giornata”, che pianifichi il suo tempo minuto per minuto, attimo per attimo, come se fosse una sorta di automa che necessita di “qualcosa da fare”?
Nessuno si chiede se un ragazzo autistico ha un suo “progetto di vita”, un suo sogno, il desiderio di diventare qualcosa che somigli a un professionista, a un dipendente, a un impiegato, insomma a un cittadino che vive e lavora come chiunque altro?
C’è solo uno spazio nel quale c’è ancora tempo per tenere i nostri figli autistici in contatto con la vita e col loro futuro, ed è la scuola. Finché c’è scuola c’è speranza! E dopo? Dopo, una finestra aperta, che da una stanza illuminata guarda verso il buio. E da quel buio un raggio di luce che indica una via.

E noi la percorreremo insieme!


Francesco Addolorato

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Con il primo consiglio comunale parte ufficialmente l’amministrazione a guida Spagnuolo, con la squadra di assessori e consiglieri con delega che dovranno gestire il comune di Senise per i prossimi cinque anni. L’insediamento della neosindaca, però, apre non pochi problemi di natura politica, strettamente legati alle vicende interne del PD senisese, che hanno avuto il loro prologo proprio nella scaramuccia post voto con l’espulsione fasulla, da parte della segretaria Rossella Spagnuolo, nei confronti di otto iscritti al PD macchiatisi del peccato di lesa maestà nei suoi confronti, essendosi candidati in una lista, o avendo fatto campagna elettorale nelle ultime amministrative, contro la Spagnuolo stessa, candidata a sindaco nella lista civica “ Senise Bene Comune”.

L’epilogo della vicenda delle espulsioni è di quelli che fanno sorridere chiunque abbia un po’ di buon senso, perché gli espulsi hanno fatto ricorso alla commissione nazionale di garanzia del PD e hanno avuto ragione, per cui sono stati reintegrati a pieno titolo nel partito, se mai ne fossero stati fuori. E tra questi c'è anche l'ex sindaco Giuseppe Castronuovo.

A rischiare la postazione, invece, è proprio Rossella Spagnuolo che, essendo diventata sindaco, non può più ricoprire la carica di segretario di circolo del PD di Senise. La commissione di garanzia, interrogata dai ricorrenti anche su questo, si è dichiarata non competente per ciò che riguarda l’incompatibilità della segretaria, questione che sta in capo ai vertici regionali e provinciali del partito che, come noto, in Basilicata non ci sono. Ecco dunque svelato il colpo di mano, non riuscito, della furba segretaria: essendo costretta a breve a lasciare la carica di partito ha tentato di far fuori, in un sol colpo, buona parte della sua opposizione interna, facendo così bottino pieno di amministrazione e guida del partito e assumendo il pieno controllo della cabina di comando.

Mossa astuta ma non riuscita, perché ora qualcuno, se lo vorrà, potrà sollevare la questione dell’incompatibilità appellandosi all’articolo 21 dello Statuto del PD che, al comma 2 lettera d), recita testualmente: “La carica di segretario di circolo o di segretario cittadino è incompatibile con quella di sindaco o assessore.” Non c’è via d’uscita, dunque. O la segretaria-sindaca si dimette da segretaria o si va verso il commissariamento del circolo PD di Senise. Sempre che la questione venga sollevata nelle sedi opportune.

Francesco Addolorato

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