Quel serpente astuto, seminatore di odio, che si insinua sempre più nel profondo della nostra società, fino a disgregarne il tessuto e le relazioni! Quell’inganno sottile, che assume le parvenze della verità ma che è portatore di menzogna e falsità! Quel predicatore sordo che semina zizzania con le sembianze di grano buono! Tutto questo è la logica della disinformazione, che costituisce il maggior pericolo di questa nostra società contemporanea, connessa ma non in comunione, in rete ma non in relazione.
Si tratta di un pericolo così forte, che ha spinto Papa Francesco a dedicare il messaggio per la 52esima Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali, quella di quest’anno, al tema della verità nell’informazione e alla responsabilità, oltre che al valore, della professione giornalistica.
L’antico serpente che sa dissimularsi e assumere sembianze diverse a seconda delle epoche storiche, ha oggi un nome ben preciso: fake news, o notizie false. Nel messaggio del Papa è contenuta una sorta di esegesi delle fake, spiegate nei meccanismi e nelle ingannevoli strade attraverso le quali si manifesta e si afferma nell’immaginario collettivo, tanto da essere scambiata per verità. Il primo ingannevole meccanismo è quello che fa leva sul desiderio di chi legge. Chi scrive il falso sa bene cosa il lettore desidera leggere, e quindi accarezza quei desideri vestendoli della sinistra luce della verisimiglianza.
Solitamente la notizia falsa “sembra vera”, e acquista così credibilità agli occhi del lettore il quale, in mezzo all’oceano di informazioni nel quale naviga ogni giorno, non ha tempo né voglia di approfondire, e finisce per “abboccare” a ciò che gli sembra vero ma che in realtà è solo, per lui, desiderabile.
È questa la “logica del serpente” di cui parla Francesco, che equivale poi alla logica dell’odio perché, come diceva anche Dostoevskij, il rapporto tra menzogna e odio è stretto e non lascia scampo a chi ne fa uso.
Il rimedio che il Papa indica a questa deriva del falso viene dal Vangelo e fa riferimento a una pagina di Giovanni in cui Gesù consegna ai discepoli il più grande messaggio di libertà: “la verità vi farà liberi”. La libertà viene indicata, così, come il presupposto di quel “giornalismo di pace” che il Papa invita a praticare. Il che significa assumersi la responsabilità del proprio lavoro e ricercare la verità nei fatti, piuttosto che inseguire un più redditizio verosimile, che di certo porta molti like e un’aura da giornalista scomodo, ma non serve la verità dei fatti.
Il “giornalismo di pace” di cui parla Francesco, però, non è buonismo, non è nascondere le notizie cattive, ma “un giornalismo impegnato a indicare soluzioni alternative alle escalation del clamore e della violenza verbale.” L’uso responsabile del linguaggio è il contrario della parola forte, che colpisce e si fa leggere, ma le cui conseguenze poi le subiscono gli altri, tanto che la parola diventa violenza. Pasolini parlava di violenza semantica, che è altra cosa dalla violenza verbale.
“La verità, dunque, non si guadagna veramente quando è imposta come qualcosa di estrinseco e impersonale -scrive Papa Francesco-; sgorga invece da relazioni libere tra le persone, nell’ascolto reciproco.” Se la verità è relazione non è possibile che esistano uomini che detengano la verità, perché la verità è un sistema di relazioni vere e sincere che basano i loro rapporti non sull’odio. Ecco perché l’odio è nemico della verità. I giornalisti e i giornali che seminano odio non promuovono la verità e non la ricercano.
Ormai nei giornali ognuno scrive ai suoi, si scrive per rafforzare e accarezzare le convinzioni dei propri lettori. Oggi in appena 60 secondi, vengono pubblicati 3 milioni di contenuti su Facebook, 430mila tweet, compiute 2 milioni e 315mila ricerche su Google, inviate 150 milioni di email e 44 milioni di messaggi su WhatsApp, visualizzati 2 milioni e 700mila video su YouTube. In un mondo che fa un uso così massiccio della comunicazione i pericoli sono tanti e sempre dietro l’angolo. Ecco perché il giornalista è chiamato a professionalizzarsi sempre più, per essere credibile e distinguersi dagli haters del web, i cosiddetti odiatori, o dai commentatori seriali, spesso interessati.
Il fact checking è fondamentale per il futuro della professione giornalistica, perché il turbine delle notizie è ormai ingovernabile per chi non è ben provvisto, un po’ come Eva e Adamo che si fecero ingannare dal falsario. Quella del serpente della Genesi è la prima fake news della storia dell’uomo.
Per questo il giornalismo è una missione, e il giornalista di pace è chiamato a guidare il lettore tra le secche pericolose della disinformazione, che crea odio.


Francesco Addolorato

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