A giudicare dall’effluvio di messaggi, video e citazioni che diffondono auguri e buoni auspici d’amore e di pace saremmo portati a credere a un Natale davvero autentico, foriero di un rinnovamento del cuore e dell’agire degno di un mondo veramente rinnovato. È la speranza di tutti e forse anche il proposito sincero dei più.
La realtà, però, ci racconta un’altra storia fatta di contrapposizioni aspre, di sfiducia reciproca, di sospetti diffusi e di una verità che si fa sempre più relativa, sempre più eterea e inarrivabile perché ormai nessuno crede più a nessuno. È il grande paradosso della civiltà contemporanea che riesce a mistificare tutto, nascondendo il senso profondo delle cose per mostrarne solo l’aspetto più superficiale e opportunisticamente più conveniente. Così è anche del Natale, una festa che ognuno piega ai propri convincimenti vestendola del proprio abito.
Eppure Gesù bambino nasce nudo non perché ognuno possa vestirlo con l’abito che più gli aggrada, così che possa rassomigliare il più possibile alla propria narcisistica umanità; nasce povero non perché qualcuno possa comprarne la dignità e la libertà; nasce lontano da casa non perché non ne abbia una.
Gesù nasce nudo perché è Dio, e la divinità non ha bisogno dei segni del potere, nasce povero per essere libero di obbedire a suo Padre, nasce lontano da casa perché per trovare la verità bisogna mettersi in viaggio.
È questa la realtà del Natale che le luci della nostra festa non riescono a rivelare, perché ormai in noi, nel cuore dell’uomo dell’occidente sviluppato, non nasce più un bambino che porta speranza ma un vecchio che porta rassegnazione e assuefazione. Assuefazione al benessere, alle competizioni, all’esaltazione acritica delle proprie opinioni, alla necessità di sopraffare e denigrare l’altro.
Per capire la straordinarietà dell’evento che stava accadendo, ai Magi è bastata la luce di una stella e ai pastori l’annuncio di un angelo, a noi invece non bastano duemila anni di storia e il sangue di tanti martiri per stupirci di ciò che accade nella grotta di Betlemme, dove Dio ha incontrato l’uomo per cambiarne il cuore e farne “una creatura diversa”. Diversa, appunto! Perché dopo secoli di cambiamento abbiamo ancora paura della diversità della santità. Allora la laicizziamo, la paganizziamo, come ha detto Papa Francesco nell’apertura di questo avvento: “rischiamo di mondanizzarci e di perdere la nostra identità, anzi, di ‘paganizzare’ lo stile cristiano”.
Il rischio della paganizzazione è sempre dietro l’angolo per i cristiani, soprattutto quando perdono il gusto per lo stupore e si accomodano in una vita fatta di buoni sentimenti e rassicuranti certezze. È allora che il Natale diventa solo luci e regali che sono il simulacro vuoto di ciò che dovrebbero rappresentare. La luce è il cammino della speranza che si illumina nella visione natalizia e non il bagliore accecante che copre tutto e ci fa tutti più buoni. La luce di Betlemme è un faro puntato verso il futuro e non il lumicino che viene da una tradizione lontana che si confonde col folklore. Dio ha creato l’uomo viaggiatore, ma poi l’uomo ha creato i confini e si è scoperto migrante, straniero e infine nemico.
Il Natale è la festa del Dio che si fa carne e sangue, che supera i confini della divinità per afferrare l’uomo nella sua pochezza e farne una grande opera. Tutto comincia da quella grotta, con un bambino e una stella che indica un cammino. Non possiamo fermarci al bagliore delle luci che affollano case, strade e negozi, e festeggiare il Natale che non c’è! Di luce ne basta una. Ma che sia quella giusta!


Francesco Addolorato
 


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