Nella lettera che Mons. Francesco Nolè ha indirizzato alla chiesa diocesana di Tursi-Lagonegro c’è la saggezza e la fermezza del Pastore, e al contempo la sofferenza dell’uomo che è chiamato a sconvolgere i propri piani per aderire al progetto di Dio che chiama verso vie nuove e, a volte, insperate.
Il frate francescano, che per 15 anni ha guidato la nostra Diocesi, è chiamato ora a un nuovo compito e prima di proiettarsi completamente e con tutte le sue forze nella nuova missione pastorale che svolgerà nell’arcidiocesi di Cosenza-Bisignano, ha rivolto lo sguardo al popolo che lo ha accolto nella sua prima lunga esperienza pastorale iniziata il 7 gennaio 2001.
La Provvidenza ha voluto che il suo ministero a Tursi-Lagonegro iniziasse proprio il giorno seguente la chiusura della Porta Santa per il Grande Giubileo del 2000, avvenuta il 6 gennaio 2001, e oggi che ci accingiamo a salutarlo mentre lascia la nostra Diocesi, siamo in attesa che quella stessa Porta si riapra per accogliere il Giubileo della Misericordia indetto da Papa Francesco.
Il ministero di Mons. Nolè nella nostra Diocesi è incorniciato, dunque, fra due i primi due grandi Giubilei del Terzo Millennio, che proiettano la Chiesa verso le nuove sfide che l’umanità le pone nel segno della misericordia e dell’opzione missionaria del duc in altum.
La lettera di saluto di Mons. Nolè, che col sopraggiungere della festa di San Francesco ha definitivamente sciolto ogni legame pastorale con la diocesi di Tursi-Lagonegro, scadendo la sua nomina di Amministratore apostolico, muove tra questi due capisaldi della fede cristiana: il sì di Abramo e l’esercizio della misericordia in quella che egli definisce “la purificazione del cuore e della memoria”.
“Vi è un gesto decisivo, che ci precede, ed è profondamente educativo, perché sostenuto dalla misericordia: la purificazione del cuore e della memoria, che ci rende capaci di avere nuovamente un cuore puro, sincero e riconciliato, per trasformare i ricordi negativi in rendimento di grazie ed orientarli al positivo. Questo gesto ci qualifica come cristiani e come ministri della misericordia”.
Questo passo della lettera del Vescovo ci consegna uno spirito giubilare fatto di ricordi e di speranze, di passato e di futuro, di memoria e di profezia, capace di conservare la ricchezza dell’incontro con le persone e allo stesso tempo purificarne la memoria serbando di esse solo il bene che hanno saputo donarci, e bruciando il male inevitabile nel fuoco ardente della carità che si fa misericordia.
Per questo Mons. Nolè ci invita a “saper gestire e orientare tutto il vissuto al bene”, poiché questa capacità “fortifica il cuore e corrobora la volontà a compiere quanto siamo chiamati a svolgere”.
È proprio questa misura del bene che ci conduce alla felicità, altro tema caro a Mons. Nolè, tanto che ne ha fatto il suo motto episcopale. “In simplicitate et letitia” recita infatti quel motto, che contiene le due parole che hanno segnato il suo ministero episcopale tra noi, e che richiamano a San Francesco e al suo concetto di felicità che trova la sua espressione più piena nella “pefetta letitia”, che sa “trasformare il male in bene”.
Non poteva essere diversamente. È chiaro che in perfetta sintonia con San Francesco, Mons. Nolè ci invita nel suo saluto finale a farci guidare dalla capacità di conversione e perdono, che si concretizzano nelle dimensioni dell’accoglienza e della donazione.
“Se ci guideranno questi sentimenti sapremo rinnovare la nostra vita alla luce del Vangelo e creare relazioni nuove, perché ‘ciò che prima mi sembrava amaro si trasformò in dolcezza’ (Fonti Francescane 110).” Solo alla luce di queste parole, che il Vescovo scrive richiamando quelle di San Francesco, potremo comprendere il saluto che egli ci lascia come estrema sintesi del suo testamento pastorale: “Vi amo, perciò vi porto nel cuore!”.
Un cuore che la carità ha purificato da quelle esperienze se si sono “cristallizzate nel male” e che ora è orientato al bene.
Solo ora si può, dunque, guardare al futuro con la serenità che ebbero i frati che assistevano San Francesco morente, ai quali il poverello d’Assisi disteso nudo sulla nuda terra disse con disarmante semplicità: “Io ho fatto la mia parte, la vostra ve la insegni Cristo”. È con queste parole, prese in prestito dal Serafico Padre, che Mons. Nolè ha voluto salutare quanti con lui hanno condiviso il cammino e il ministero episcopale di questi 15 anni.

Francesco Addolorato

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Forse è giunto il momento che qualcuno apra una riflessione seria sul PD di Senise. Un partito in cui ormai tutto è guerra. Persino il peperone, il più famoso ortaggio lucano, coltivato su un’areale di migliaia di ettari, in 13 comuni di entrambe le province, che è il fiore all’occhiello di un paese e di un territorio in cui, dopo il sogno industriale che avrebbe dovuto emancipare la società locale dalla tanto bistrattata terra, si torna finalmente a parlare di agricoltura. Con molte riserve e altrettanti problemi da risolvere, sul tappeto ormai da decenni, ma se ne torna a parlare! E se qualcuno da queste parti torna a puntare sul sempre solido settore primario è perché Senise è la patria del peperone a marchio IGP.
Eppure si riesce a trasformare persino questo prodotto, che in Basilicata è chiamano addirittura “oro rosso”, in un ennesimo casus belli.
E allora giù con la guerra dei numeri. I numeri degli euro impiegati per le feste, il numero dei partecipanti a sagre e dibattiti, il numero dei peperoni insertati, il numero dei piatti distribuiti, dei ristoratori, degli espositori, delle macchine in fila nel parcheggio, degli scatti sui social e persino dei battimani. Insomma, una guerra all’ultimo sangue, dove il colore rosso non è quello del nostro amato peperone, ma quello della vergogna che qualunque senisese con un po’ di giudizio prova di fronte a questo spettacolo.
Pensate solo a chi ci guarda da fuori! Magari pensa che le nostre manifestazioni sui peperoni siano la punta d’orgoglio di qualunque senisese. Quelli che sono lontani ne vanno fieri. Quelli che sono vicini le usano per farsi la guerra.
La cosa più singolare è che queste guerre partono puntualmente dal partito che a Senise è l’unico, e sottolineo l’unico, che in forma organizzata esprime rappresentanti istituzionali e amministratori. Il PD appunto.
Proprio questa circostanza dovrebbe far riflettere chi ha responsabilità di guida politica in questo paese, o in posti più elevati della famiglia politica dem.
Poi si può discutere sull’efficacia e sull’utilità di sagre e degustazioni. Non è stato forse l’assessore regionale all’agricoltura Luca Braia che, proprio a Senise durante la prima tavola rotonda della recente due giorni, ha detto apertamente che si fanno troppe sagre? Sbaglio o l’assessore Braia è un esponente autorevole e di spicco del PD lucano?
Non ho avuto nessuna remora a contestare dalle colonne di questa testata il sindaco di Senise quando ho ritenuto che la sua posizione istituzionale non gli consentiva di aprire fronti di guerra contro chicchessia! Tantomeno ne avrò ora che il fuoco è aperto dal segretario cittadino del PD, magari sotto le mentite spoglie della presa di posizione a favore di un’associazione che sarebbe stata impropriamente utilizzata come esca per avere un contributo dalla Regione.
Nulla importa poi se quei 19 mila euro sono arrivati a Senise (se pure arriveranno tutti, perché fra l’assegnazione e la liquidazione c’è di mezzo la rendicontazione), e se sono serviti per una manifestazione di promozione che si svolge proprio qui, nello stesso comune in cui il segretario guida il partito più rappresentato nelle istituzioni.
Non ho sentito le stesse polemiche quando il Gal Akiris, e i comuni della Val d’Agri, hanno investito centinaia di migliaia di euro nel film lucano più famoso degli ultimi vent’anni, che è Basilicata Coast to Coast.
Oggi sento invece polemiche persino per poche migliaia di euro spese in un film che ancora non ha visto la luce, e di cui alcune scene si girano proprio a Senise. Sento polemiche per l’unico evento di buon livello svolto in paese durante questa estate, che è l’evento di moda.
Sento polemiche per un convegno che ha messo intorno a un tavolo l’ex sindaco di Matera Adduce (PD), il presidente del Parco del Pollino Pappaterra (PD), il sindaco di Maratea Domenico Cipolla (PD), il sindaco di Senise (PD senza tessera). E lanciare peperoni sulla scena è ancora il segretario cittadino del PD.
Forse sarebbe ora che questo partito mettesse ordine nelle proprie file. E soprattutto sarebbe ora che i peperoni si usassero solo per il motivo per cui esistono, cioè mangiarli. Perché lanciarseli addosso, questo sì, è davvero uno sperpero. Sperpero di opportunità!

Francesco Addolorato

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Quei guastafeste degli scienziati dicono che non è vero, che la luna stasera sarà come tutte le altre volte in cui è piena. Magari col suo splendido colore perlaceo che si incastona nel cielo come l’occhio dell’universo che ci spia, curioso e insolente. Ma di certo non sarà blu! Tutti gli altri comuni mortali dicono invece che stasera si potrà vedere il raro fenomeno della luna blu.
Beh, gli uomini di scienza fanno il loro mestiere, che è quello di stare coi piedi per terra anche quando si parla degli astri. A me invece piace credere che in questo 31 luglio 2015 la luna si vestirà di blu. E che lo farà per mio figlio e per tutti quelli che come lui vivono nella solitudine dell’autismo.
Li chiamano i bambini della luna, perché come la luna appaiono lontani e soli, eccentrici rispetto a un mondo che sembra tutto uguale, tutto votato alle stesse regole e alle stesse convenzioni. Loro invece sono particolari. Perché non amano stordirsi con la musica ad alto volume, perché vestono abiti comodi, anche se fuori moda, e magari amano sempre la stessa t-shirt, anche se è vecchia, anche se nessuno della loro età la indosserebbe mai. Perché quando salutano qualcuno di cui sentono che possono fidarsi, l’abbracciano senza pensare minimamente di dare fastidio. Perché sono capaci di starsene in disparte per ore, a tormentare con le mani sempre lo stesso oggetto, quasi fosse un prezioso vaso da modellare o chissà quale diavoleria da far funzionare. Perché a volte piangono e non si sa perché. Nessuno mai lo saprà, perché non sanno dirtelo.
Ecco, questi sono i nostri ragazzi, quelli che da piccoli vengono chiamati i bambini della luna e che quando crescono spesso la luna ce l’hanno di traverso e ti fanno disperare perché non ti dai pace a spiegarti da che parte cominciare.
Per loro e per il loro autismo è stato scelto il colore blu. La manifestazione di sensibilizzazione mondiale che si celebra ogni anno si chiama “light it up blu”, accendilo di blu, e invita tutti a illuminare di questo colore così intimo e misterioso le proprie case, mentre di blu vengono illuminati i più importanti monumenti del mondo.
Ma perché proprio il blu?
Perché è la luna che in rari casi si accende di blu. La tradizione dice che succede quando nello stesso mese si verificano due lune piene. Il che accade ogni tre anni. Il che è accaduto in questo mese di luglio, e stasera sarà la sera buona.
Allora a me piace così! Mi piace vedere la luna che si illumina di blu per mio figlio, e per tutti i ragazzi e i bambini autistici. Mi piace pensare che quanti stasera punteranno il naso verso il cielo, in cerca di un riflesso bluastro nell’astro più decantato della storia dell’universo, ci vedano il volto di un bambino autistico, e magari ne sentano il calore dell’abbraccio e la freschezza innocente del loro bacio.
“Perché la luna blu non è una semplice luna, può significare che ci sono rarissimi momenti della nostra vita in cui qualcosa di indimenticabile e di magico può accadere. E se si esita, se ci si spaventa si potrebbe perdere. Allora quando vedete una luna blu fermatevi con lei.” Parola di Puffo!

Francesco Addolorato

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Mai come in questo momento i gesti, i fatti e i segni parlano più di ogni altra cosa. Mentre su uno dei tanti lidi della spiaggia di Policoro si sta realizzando “Disabilmentemare”, un progetto, l’unico in Basilicata, che consente anche a ragazzi e bambini disabili di trascorrere un’estate felice, il sindaco della città, Rocco Leone annuncia lo sciopero della fame per difendere lo Jonio dallo scellerato attacco delle trivelle.
Certo si tratta di pareri relativi alla VIA, quindi ancora molto lontani dalla prospettiva della perforazione dei fondali, e lo stesso sottosegretario Silvia Velo si è affrettata a dire, in sede di incontro con i rappresentanti istituzionali lucani, che un parere su una valutazione di impatto ambientale non è un titolo concessorio. Bene! O almeno bene potrebbe essere se non ci fosse stato il peccato originale dello Sblocca Italia, che mette le regioni e le istituzioni locali nelle condizioni di contrapporsi al governo centrale per difendere i propri territori e per conservare la libertà di scegliere, insieme ai cittadini della propria terra, la prospettiva di sviluppo, la vocazione economica e il destino del proprio mare, il rispetto delle radici della cultura su cui si fonda la propria storia e il mondo da lasciare in eredità ai propri figli.
Risuonano oggi ancora più disgustose quelle parole del presidente del consiglio che definì “quattro comitatini” i tanti cittadini che si impegnavano e si impegnano a difendere tutto questo.
Ora ci aspettiamo la prossima battuta sui sindaci e sugli amministratori che stanno facendo la stessa cosa. Francamente spero che ci venga risparmiato un eventuale amaro sarcasmo sul sindaco che fa lo sciopero della fame, che chiede rispetto per un mare pieno di storia e culla di una cultura millenaria, che solo una non-cultura, come quella che ha ispirato lo sfruttamento selvaggio della natura a tutti i costi, potrebbe rinnegare e violentare.
Anche perché proprio sul litorale dello Jonio, un tempo solcato da navi cariche di civiltà e oggi minacciato da mostruosi impianti galleggianti, in questa estate di crisi economica e di incertezze europolitiche si sta svolgendo un piccolo laboratorio di solidarietà, che si chiama appunto “Disabilmentemare”. Questo sì degno erede di quella civiltà del rispetto e della democrazia, della solidarietà e dell’altruismo, che sono le vere ricchezze nascoste della nostra gente.
È su queste ricchezze che chi ci governa dovrebbe investire le risorse pubbliche. Tanto più che per trovarle non c’è bisogno di perforare i fondali marini, di torturare il mare con le trivelle.
Basta scavare un po’ nel cuore generoso della gente lucana, per trovare il vero oro che rende preziosa la nostra terra e più luminoso il nostro futuro. 
 

Francesco Addolorato

 

 

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Metto le mani avanti per non incorrere nella consueta vulgata delle accuse a chiunque sollevi problemi legati all’immigrazione: non sono razzista e non intendo contrapporre disabili a immigrati perché sono convinto che la solidarietà è un bene che più cresce quanto si più pratica.
Detto ciò penso di poter esprimere liberamente un pensiero che riguarda l’amara verità della sempre minore attenzione che in Italia rivestono i problemi legati alla disabilità, sia per gli operatori del settore, sia per la politica, sia per l’informazione. A giganteggiare su tutto, ormai da molto tempo, c’è il tema epocale dell’immigrazione, con le sue implicazioni sociali, politiche e soprattutto economiche.
Il fenomeno dell’esodo biblico di persone disperate che vengono da paesi poveri e martoriati dalla guerra è senza precedenti, e pone problemi umanitari di grande portata, anche per l’impatto che ha sul tessuto sociale del nostro paese, già debole di suo. Ma in questa Italia divisa tra buoni e cattivi, asseconda che siano favorevoli o contrari all’immigrazione, c’è un mondo che si muove quotidianamente e senza far rumore, e che è sempre più dimenticato: quello della disabilità.
In tempi di crisi il welfare stringe la cinghia e i servizi si riducono sempre più a quelli essenziali. Quello che manca maggiormente, però, è un’azione proattiva verso le disabilità, cioè una politica seria di inclusione che faccia sentire tutti veramente cittadini, coinvolti nelle dinamiche quotidiane di una società che, invece, sembra esser sempre più estranea e impenetrabile a chi è più debole.
Succede allora che la scuola si dimentica del suo principale obiettivo, che è quello di far crescere cittadini e non solo di formare professionisti, e trascura la preparazione e la meritocrazia dei docenti nel sostegno alle persone diversamente abili, come testimonia il fatto che il dibattito principale in tema di educazione riguarda il diritto del crocifisso a rimanere attaccato alle pareti delle aule e la legittimità dell’insegnamento della religione cattolica, piuttosto che la capacità di arricchirsi della diversità, circostanza di cui soffre anche l’integrazione dei bambini immigrati e non solo dei disabili.
Succede che la politica trova nell’immigrazione il nuovo discrimine per alleanze e dibattiti televisivi, conditi da immancabili piazzate. Mentre leggi importantissime, come quella sull’autismo, giacciono nella commissione parlamentare, trascurate a causa dell’emergenza del momento.
Succede, infine, che le cooperative sociali, nate per attuare una forma di impresa più solidale, sia nel lavoro che nella missione, si trasformino in un inestricabile gioco di scatole cinesi, degno della più sofisticata ingegneria imprenditoriale, piombando sull’enorme business dell’immigrazione, con l’inevitabile corollario dell’impropria commistione con la politica, mentre i servizi alle persone disabili, e spesso anche agli ammalati, soffrono della scarsa preparazione degli operatori, condizione che inevitabilmente si ha quando non si investe in formazione.
E così si conferma l’idea di un welfare sempre più in crisi a causa, non solo della congiuntura economica, ma anche e soprattutto delle motivazioni di chi vi opera. Perché in fondo ci sono molti modi per praticare la solidarietà, ma il migliore, si sa, è quello che rende di più.

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In molti si saranno chiesti perché dalle colonne di questa testata parlo spesso di autismo, una condizione che coinvolge milioni di bambini in tutto il mondo. Di questa patologia, e dei drammi familiari che spesso ad essa si accompagnano, si sente parlare soprattutto in questo periodo, con l’avvicinarsi del 2 aprile, data in cui si celebra ormai da otto anni la Giornata Mondiale della consapevolezza per l’autismo. Per il resto dell’anno, invece, l‘argomento torna nella stanza sorda delle cose dimenticate. Proprio come le persone autistiche, che vivono gran parte della loro esistenza segnata dalla solitudine del mondo di cui sono prigionieri.
Per rompere la cortina di buio che li avvolge, sempre più padri decidono di raccontare al mondo i propri figli autistici e spiegare a tutti che è possibile creare con loro un ponte di empatia e regalargli una vita migliore.
Ebbene! Io faccio parte di quella schiera di padri. Perché sono anch’io padre di un ragazzo autistico.
Come tutti coloro che sopravvivono alla tentazione di lasciarsi trascinare nell’antro obliquo di questa esistenza, anch’io ho una convinzione: mio figlio autistico è un’opera d’arte. Ma io non voglio essere il guardiano del museo nel quale una parte, seppur benevola, di mondo illuminato vorrebbe rinchiuderlo.
Dico questo perché l’atteggiamento che si ha, ancora oggi, di fronte all’autismo oscilla fra la primitiva e preistorica paura del diverso, e la sua mitizzazione. Dire che una persona autistica è superiore, perché la sua mente nasconde chissà quale diavoleria che gli conferisce doti da supereroe, equivale a dire che non appartiene a questo mondo, al mondo della normalità, e quindi che è in qualche modo diverso dagli altri.
Questo può far piacere al genitore che, come tutti, nasconde nel proprio figlio i sogni che non ha mai visto realizzati nella propria vita, e desidera spararli nell’empireo celeste affinché tutti li vedano belli e realizzati; ma non è la verità, non è il mondo reale nel quale vive il proprio ragazzo.
Io, da parte mia, sono convinto che mio figlio sia un’opera d’arte come qualunque altro uomo. D’altronde il suo autore è lo stesso di Leonardo Da Vinci e Madre Teresa di Calcutta, ma è anche lo stesso del compagno che gli siede accanto a scuola. È Dio. E Dio sa quello che fa.
Noi genitori di figli autistici siamo i primi e più grandi ammiratori della loro genialità. Ma la consideriamo il ponte attraverso il quale essi possono rimanere connessi al mondo, il filo di contatto che li collega al resto della società. Quello che gli altri vedono come un limite per noi è l’abilità che li tiene vivi e che gli permette di mettersi in sintonia col respiro del mondo.
Abbiamo solo un desiderio: che il mondo sappia attendere, e abbia la pazienza e la delicatezza di ascoltare il loro respiro. Perché anche di quel respiro vive questo nostro mondo.
È vero! Senza i nostri figli autistici il mondo vive lo stesso. Ma è più povero.

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Dappertutto oggi si è celebrata la Giornata Mondiale dell’Acqua. Dovunque, una sorgente, un fiume o una qualunque fonte, caratterizzi in un qualche modo il paesaggio! Dovunque, tranne che a Senise. Tranne che nel paese in cui si trova l’invaso d’acqua più grande d’Europa, autentica riserva per agricoltura e approvvigionamento a fini potabili. Distesa d’acqua che ha cambiato non solo il corso del fiume Sinni ma anche l’economia, le abitudini, le tradizioni e, in una parola, la storia di un paese e di un territorio. Un paese che affondava le sue radici nell’agricoltura e che ora, invece, affonda e basta.
A fare da controcanto a ciò che oggi giornali e televisioni hanno documentato da molte parti della nostra regione, c’è stata la foto (che riportiamo a lato) che il signor Antonio La Rocca ha diffuso su facebook e che ritrae un cumulo di onduline abbandonate sulle sponde del lago di Monte Cotugno. Onduline pericolose perché contenti amianto, per smaltire le quali c’è bisogno di una procedura ben precisa, che contempla una serie di accorgimenti che hanno lo scopo di salvaguardare la salute e l’ambiente. E invece qualcuno ha pensato di lasciarle proprio lì, ai bordi di un invaso così importante per il sistema idrico interregionale.
Di sicuro, alla base di un tale gesto, c’è una buona dose di incoscienza e di inciviltà, ma c’è anche un aspetto culturale che non va trascurato e che assume, proprio riguardo alla celebrazione del World Water Day, ricorrenza che risale addirittura al 1992, quando fu istituita dalle Nazioni Unite nell’ambito delle azioni previste da Agenda 21, un aspetto di coscienza civile collettiva.
È chiaro che l’invaso di Monte Cotugno, nonostante il suo mezzo miliardo di metri cubi di acqua, non viene percepito come “risorsa ambientale”. Nell’immaginario collettivo è piuttosto un’opera idraulica di grande impatto, o l’inizio di una grande vertenza territoriale, peraltro mai chiusa, una promessa per l’atteso sviluppo turistico, ma in nessun modo è percepito per quello che è realmente, cioè un grande patrimonio naturale, il contenitore di una risorsa vitale, come l’acqua, che sta diventando sempre più centrale nel contesto della politica mondiale.
La non celebrazione della ricorrenza della Giornata Mondiale dell’Acqua presso questo invaso è una scempiaggine pari a quella di chi tratta le sue sponde come una discarica. Nascono dalla stessa “non cultura” ambientale, da un atteggiamento mentale consolidatosi in un rapporto tra lago e cittadini, tra lago e istituzioni, che non si è mai trasformato in consapevolezza del valore ambientale del primo.
Considerando che la Regione Basilicata ha aderito, per la giornata di oggi, al progetto #Acqua2015, il cui tema è “Acqua come fonte di vita, nutrimento, alimentazione”, il coinvolgimento di Senise e del suo invaso avrebbe dovuto essere scontato. Eppure non è stato così.

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Ormai è da tempo che Antonio Socci si scaglia, in maniera anche molto dura, contro Papa Francesco. E i suoi attacchi non hanno per bersaglio solo la legittimità del Conclave che lo ha eletto al soglio di Pietro, ma sempre più spesso prendono di mira le sue parole, la sua catechesi e i suoi insegnamenti, e perfino  la sua dottrina, giudicata troppo eccentrica, quando non proprio contraria alla dottrina ufficiale della chiesa. Niente di più sbagliato e di più ingannevole. Solo chi non conosce la dottrina sociale della chiesa e i documenti conciliari (quelli del Concilio Vaticano II), può fare simili considerazioni.  E mi piace pensare che Socci questo materiale lo conosca. E allora, perché lo fa? Prima di provare a rispondere a questa domanda smontiamo la tesi secondo cui Bergoglio sarebbe da considerarsi l’anti Ratzinger e viceversa. Una contrapposizione presunta del Pontefice al suo predecessore, il Papa Emerito Benedetto XVI, rispetto al quale, secondo il giornalista e autore del libro “Non è Francesco”, sarebbe in rotta di collisione per dottrina e disciplina. Basterebbe leggere le prime pagine dell’enciclica Lumen Fidei, la prima del pontificato bergogliano, per capire che rapporto di continuità c’è tra i due.
“Il Concilio Vaticano II –si legge al punto si legge nell’enciclica- ha fatto brillare la fede all’interno dell’esperienza umana, percorrendo così le vie dell’uomo contemporaneo. In questo modo è apparso come la fede arricchisce l’esistenza umana in tutte le sue dimensioni. Queste considerazioni sulla fede — in continuità con tutto quello che il Magistero della Chiesa ha pronunciato circa questa virtù teologale-, intendono aggiungersi a quanto Benedetto XVI ha scritto nelle Lettere encicliche sulla carità e sulla speranza. Egli aveva già quasi completato una prima stesura di Lettera enciclica sulla fede. Gliene sono profondamente grato e, nella fraternità di Cristo, assumo il suo prezioso lavoro, aggiungendo al testo alcuni ulteriori contributi.”(LF 7)  Non si è mai udito nella storia della Chiesa che un’enciclica sia stata condivisa in questo modo così “fraterno” da due pontefici, ed è assurdo metterli in contrapposizione e addirittura in competizione.
Altro motivo di attacco di Socci a Bergoglio è il presunto sincretismo che il Papa promuoverebbe con le altre religioni e la mancata difesa dei cristiani perseguitati, un’accusa smontata dai tanti appelli di Papa Francesco, come quello pronunciato proprio in questi giorni contro le brutalità in Niger, a proposito delle quali il Papa ha pronunciato la frase “non si può fare la guerra in nome di Dio”.
Come si vede gli attacchi di Socci reggono come i castelli di sabbia in una giornata di vento, e ancor meno convincono le sue pseudo conclusioni contro un Bergoglio rottamatore della chiesa, condotte con argomentazioni che sgranella quotidianamente, atteggiandosi a custode indefesso della sana dottrina cattolica.  E allora torniamo alla domanda da cui siamo partiti. Perché lo fa?
C’è un’idea immobilista del vangelo in questa logica e una scarsa fiducia nell’azione dello Spirito Santo che parte da una visione della fede, questa sì, lontana dalla logica di Abramo. Sempre nella Lumen Fidei, Papa Francesco, cita la definizione di idolatria di Martin Buber, un filosofo che ha teorizzato nella presenza del dialogo la presenza stessa di Dio. “Vi è idolatria -scrive Papa Bergoglio citando Buber- quando un volto si rivolge a un altro volto che non è un volto” (LF 13). Ecco l’errore di Socci: non guardare alla chiesa come il luogo in cui scoprire il volto di Dio che si rivela, ma pretendere di riconoscere nella chiesa il volto che egli si è fatto della chiesa stessa, rinunciando, così, ad aprirsi alle fonte della luce. Anche per i cristiani il pericolo di idolatrare l’immagine che si ha della chiesa e di Dio stesso è sempre dietro l’angolo. Occhio caro Socci!
Diversa, invece, è la contestazione di Giuliano Ferarra, che muovendosi tra il grottesco e il buffo, si atteggia a novello Voltaire, rimproverando al Papa la difesa del sentimento religioso, inutilmente oltraggiato e messo in ridicolo dalla satira. Dall’altro, però, lo rimprovera di nascondere il crocifisso davanti ai rappresentanti di altre religioni, dimostrando così scarsa intransigenza e una sorta di debolezza nell’annuncio e nella testimonianza. 
Un atteggiamento schizofrenico, quello dell’Elefantino, che rivela sicuramente la confusione che da sempre domina il personaggio, per il quale la risposta viene ancora una volta dalle pagine della Lumen Fidei: “risulta chiaro così che la fede non è intransigente, ma cresce nella convivenza che rispetta l’altro. Il credente non è arrogante; al contrario, la verità lo fa umile, sapendo che, più che possederla noi, è essa che ci abbraccia e ci possiede. Lungi dall’irrigidirci, la sicurezza della fede ci mette in cammino, e rende possibile la testimonianza e il dialogo con tutti” (LF 34).
Com’è lontano questo atteggiamento dalle urla e dagli strepiti di uno come Ferrara! Uno che pretende di insegnare ai cristiani come si fa ad essere cristiani e al Papa come si fa il Papa.
E invece nella semplicità e nella mitezza di Bergoglio è racchiusa la forza di chi si sente abbracciato dalla verità. L’immagine che viene alla mente è quella di San Francesco che a piedi nudi si presenta davanti al sultano di Babilonia. Se fosse un uomo, un santo, dei giorni nostri, forse perfino il poverello d’Assisi sarebbe finito nel tritacarne degli urlatori da salotti televisivi, che in maniera superficiale e modaiola attaccano quotidianamente il Santo Padre.

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È proprio strano il regno dei cieli, un tesoro nascosto dal quale è possibile tirar fuori cose antiche e cose nuove, e non importa se a farlo sia il padrone di casa o il servo, oppure più semplicemente il cantastorie, il giullaresco clown che allieta le serate.
Così può capitare che dall’immenso tesoro dei testi sacri, quell’inquieto giullare vada a ripescare proprio i passi che il mondo considera ormai fuori moda, ma che da sempre sono le colonne della cristianità. Parliamo dei dieci comandamenti, la base e il fondamento dell’alleanza tra Dio e il suo popolo, raccontati da quel “piccolo diavolo” di Roberto Benigni, il clown del felliniano “La voce della luna”, l’unico attore che, in “La vita è bella”, ha saputo raccontare l’abominio dei campi di sterminio degli ebrei facendo affiorare allo spettatore il sorriso sulla bocca, per lasciarlo poi con le lacrime agli occhi senza accorgersi che aveva cominciato a piangere. È il segreto della sua arte, la leggerezza che permette al cuore dell’uomo di staccarsi dal mondo e avvicinarsi al cielo.
Con quella stessa levità che unisce il serio al dilettevole, Benigni ha raccontato i dieci comandamenti, rileggendo le parole scritte col dito di Dio come se fosse la prima volta.
Ha colpito innanzitutto l’entusiasmo con cui l’attore fiorentino ha scandito più volte ogni singola sillaba del testo sacro, e ancor più ha colpito una qualità che è propria della sua arte e della sua personalità: lo stupore.
La stanchezza con la quale a volte viviamo il nostro incontro quotidiano con Dio non ci consente di stupirci davanti al miracolo della vita che ci circonda, e men che meno ci consente di stupirci del grande dono della sua Parola. Un Dio che parla all’uomo, che scrive col suo dito la sua legge, dovrebbe far tremare le vene ai polsi. Eppure non è sempre così. E questo non ci permette di carpire tutto quello che questo autore speciale  ha nascosto nelle pieghe delle sue parole.
Prendi il quarto comandamento: onora il padre e la madre. “Nella Bibbia l’onore va solo a Dio, eppure nella Legge Lui stesso lo condivide con il padre e la madre.” Perché? Perché il padre e la madre sono coloro che trasmettono la vita, sono gli artisti della vita, per cui onorarli significa dare onore alla vita, dare speranza all’uomo, perché, ha detto Benigni “finché nasce un figlio è segno che Dio non si è ancora stancato dell’umanità”. Per questo uccidere una sola persona significa uccidere tutta l’umanità, perché ognuno di noi è uno e tutti, e perché “Dio sa contare solo fino a uno”. Ecco spiegato in una frase semplice l’immensa grandezza del progetto di salvezza e di amore di Dio su ogni singolo uomo, che chiama per nome.
Basta riflettere un attimo su queste affermazioni per capire la sacralità della famiglia, oggi così bistrattata, nel progetto di umanità che ha concepito Dio. E se “uccidere un uomo significa uccidere anche la discendenza a cui avrebbe dato vita”, uccidere un bambino non ancora nato vorrà dire uccidere l’umanità nella sua stessa culla.
Nel grande spettacolo delle parole, di cui Benigni conosce bene la forza e l’efficacia, ha trovato un posto particolare il commento agli ultimi comandamenti, che sono quelli dei desideri. Con il non desiderare la donna d’altri, e non desiderare la roba d’altri, Dio scende nell’abisso del cuore dell’uomo. Non intende guidare con la Legge solo le sue azioni, ma vuole di più, vuole il suo cuore, vuole che il suo cuore sia libero.
Desiderare la roba degli altri, la vita degli altri, significa non essere libero di vivere la propria. Ecco come Benigni ha spiegato che i comandamenti non sono divieti o precetti, ma sono un grande invito a vivere e ad amare la propria vita. Non sono catene ma libertà, non impedimento ma volo, non privazione ma dono. “Perché amare significa dare ciò che non si ha, noi stessi, il nostro tempo, la nostra vita.” In una parola, significa amare, come ha spiegato Gesù rileggendo la Legge di Mosè.
E non appare fuori luogo se dopo aver raccontato di autori sacri per tutto il tempo del suo spettacolo, Benigni chiude con dei versi di Walt Whitman, che sono un inno all’amore e un invito a scrivere nel mondo la propria storia come se si scrivesse una poesia:  “il grande spettacolo della vita è qui e tu puoi contribuire con un tuo verso”.

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