Se Renzi vuole il petrolio, Salvini vuole i voti. E così l’assalto dei due Matteo al Mezzogiorno d’Italia è servito. Dopo l’infelice battuta sulla determinazione a prendersi il petrolio lucano a costo di perdere qualche voto, tradotta poi in legge nello Sblocca Italia, vero pugno nello stomaco che ancora causa forti crampi e capogiri, il presidente del consiglio ha fatto nelle scorse settimane il tour delle regioni del Sud. Ha visitato alcune aziende di quello che, in renzese puro, ha definito il ‘Sud che ce la fa’, senza perdere l’occasione per diffondere il verbo dell’ottimismo che, se per molti non è più il profumo della vita, per il nostro premier è il profumo dell’incenso con cui stordisce gli italiani.  Dentro alle aziende, strette di mano e pose per le telecamere. Fuori i manifestanti del ‘Sud che non ce la fa’, precari e disoccupati, nei confronti dei quali Renzi ha mostrato la solita spocchia: “si stancheranno prima loro di noi”, ha commentato.
Il tour renziano ha toccato tre regioni meridionali: Sicilia, Calabria e Campania. Si è guardato bene il nostro coraggioso presidente dal fare una puntatina in Basilicata, dove i soliti ‘quattro comitatini’, proprio in questi giorni, stanno prendendo d’assalto Via Anzio per spingere il presidente Pittella a impugnare l’articolo 38 dello Sblocca Italia. Pazienza, perderà qualche voto, ma la norma per prendersi il petrolio lucano senza dar conto ai lucani lui l’ha fatta. L‘aveva detto e l’ha fatto. E così la conquista della riserva è servita.
Intanto arriva la notizia che il piano nazionale aeroporti, al quale è allegato un piano di investimenti nel settore aeroportuale, non contempla la pista Mattei di Pisticci tra gli scali strategici a livello nazionale. Ergo, l’unica possibile speranza di volare da casa per i lucani andrà delusa.
Si comprende che per Renzi di strategico in Basilicata c’è solo il petrolio.
Sulla strada del Matteo dominatore del sud, si sta portando in questi ultimi giorni anche il leader della Lega Nord Salvini. Un altro Matteo a cui fa gola l’aria assolata del Mezzogiorno d’Italia. E dopo aver passato il Rubicone alla conquista di  Roma ladrona, ora dirige le sue truppe lungo la via Appia, convinto che per far breccia nel cuore dei ‘terroni’ basti togliere il nome di Lega Nord dalle sue bandiere e spuntare la lancia ad Alberto da Giussano. Di un vero e proprio piano per il rilancio del Sud per colmare il famoso gap che lo divide dal resto d’Italia dall’unità ad oggi, nemmeno l’ombra.
Secondo il Matteo lumbard bastano un po’ di muscoli e la solita fuffa nazional-italiota, della serie “pensiamo prima ai nostri poveri, alle nostre regioni depresse”. Tanto basta per prendersi i voti dei ‘terroni’.
Ma di veri e seri piani di sviluppo per il Sud nessuno ne parla. Nessuno dei due conquistatori di nome Matteo.

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Prima la discutibile sparata sui “comitatini”, poi l’annuncio del pugno di ferro per estrarre il petrolio in Basilicata, con la famosa frase “perderò qualche voto, ma io la norma la faccio, anzi l’ho già fatta”. Poi la furbata sull’esclusione delle royalties dal patto di stabilità, che c’è ma dovrà riguardare solo le nuove estrazioni petrolifere, quelle che Renzi ha chiesto e che i lucani non vorrebbero, ma che lo Sblocca Italia ha ormai sancito. Infine la decisione del Consiglio dei ministri di impugnare la legge regionale con la quale il governo regionale avrebbe voluto liberare le risorse rivenienti dalle royalties dai vincoli del Patto di Stabilità, votata a maggioranza dal consiglio regionale di Basilicata il 27 giugno scorso. Non è sfuggito ai più attenti, poi, il fatto che Renzi abbia fatto il giro delle regioni del Sud evitando accuratamente la Basilicata, ma affrontando proprio dal palco della Fiera del Levante, e in modo sbrigativo, il tema Tempa Rossa, senza peraltro nominare la nostra regione.
Da parte del premier mano dura con la piccola Basilicata, dunque, nel cui sottosuolo, a suo modo di vedere, ci sarebbe la soluzione dei problemi economici dell’Italia intera.
Eppure tutto questo esplodere di decisionismo sembra tanto un’ennesima trovata comunicativa. Nei vari consessi in cui Renzi affronta la questione petrolio non dice mai che dal sottosuolo lucano vengono già estratti 80 mila barili al giorno di greggio, che sono circa l’80% della produzione totale italiana e che coprono il 6% circa del fabbisogno nazionale, lasciando credere agli italiani che in Basilicata regni l’egoismo e l’arcaica contrarietà al progresso.
Un atteggiamento che aggiunge la beffa al danno delle estrazioni. Forse perché i 550 mila lucani sono molto vicino, in valore numerico-elettorale, ai 400 mila abitanti della sua Firenze e magari avrà pensato che la Basilicata val bene il piccolo granducato dei Medici dal punto di vista del consenso. Sta di fatto che l’arroganza con cui si comporta nei confronti di questa regione non è degna di un politico giovane e popolare, come vorrebbe essere.
Al contrario, però, il piccolo Renzi non usa lo stesso atteggiamento nei confronti dei più forti. Della pletora di enti e sotto enti che sono sulla lista di Cottarelli, commissario alla spending review, il premier decisionista ha tagliato ben poco, forse perché per farlo dovrebbe pestare i piedi a molti di quei parassiti di cui pullula il partito che lo tiene in vita e che lo lascia giocare con la piccola Basilicata come un gattino col gomitolo di lana. I poteri forti della politica non si toccano.
Anche le società partecipate sono salve. Quell’enorme carrozzone pubblico-privato, spesso con spese pubbliche e profitti privati, che Renzi aveva annunciato di riformare, è rimasto fuori dallo Sblocca Italia.
Quello Sblocca Italia che di sicuro sblocca i permessi per trivellare ancora la Basilicata ma che altrettanto sicuramente tiene ancorato lo sviluppo del nostro paese, e del Mezzogiorno, a un’idea industriale troppo vecchia e logora, troppo dipendente dall’energia ricavata dai fossili, mentre il futuro sta andando in altra direzione. Ma per prendere questa strada Renzi il rottamatore dovrebbe rottamare la logica della dipendenza politica da colossi come l’Eni. Quell’Eni di cui ha nominato i vertici quattro mesi fa, con la solita cortina fumogena della discontinuità, questa volta condita con la ciliegina delle quote rosa. Peccato, però, che  l’economia italiana rimane ancora dipendente dai grandi colossi industriali, che drenano risorse pubbliche con profitti miliardari, e con scarso riguardo per l’ambiente.

Francesco Addolorato

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“Il #m5s è contrario a qualsiasi step della filiera discarica-->trattamento rifiuti-->combustione. Per noi, l'unica alternativa è la strategia Rifiuti Zero. Siamo, da sempre, per la riduzione a monte dei rifiuti (p.e. distribuzione alla spina), per il riuso e per il riciclo. Nessuno che dica di appartenere al Movimento 5 Stelle può affermare il contrario o essere ondivago su un tema consolidato come questo.”
È questo il commento che Gianni Perrino, portavoce del M5S di Basilicata, ha postato sulla nostra bacheca in risposta all’editoriale in cui facevo notare la mancata presa di posizione del Movimento di Senise sulla vicenda della realizzazione dell’opificio dei rifiuti.
Nel suo breve post, Perrino, con una considerazione generale ma che vale anche per Senise qualora l’impianto dovesse prevedere la produzione di CSS, segna il limite chiaro dell’appartenenza al Movimento proprio a partire da una netta presa di posizione a favore dell’ambiente e della strategia Rifiuti Zero, che non ammette alcuna ambiguità sulla contrarietà al trattamento dei rifiuti tramite combustione.
Chiara la sua posizione in merito.
“Come si può essere contro la filiera di cui sopra –scrive ancora Perrino- e poi essere favorevole ad uno degli step di cui quella filiera si nutre? Sarebbe paradossale!”
Un paradosso che la militanza grillina evidentemente non ammette. Partita chiusa, dunque, e un ringraziamento al portavoce.  Sia per la chiarezza che per la rapidità della risposta.

 

Francesco Addolorato

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È uno strano caso quello del Movimento5Stelle di Senise che, sulla questione opificio dei rifiuti, è rimasto finora in silenzio. Anzi sulla piazza virtuale dei social network i suoi militanti continuano a punzecchiare il comitato che si batte contro l’opificio e quanti, semplici cittadini, si dicono contrari alla produzione di CSS.
I loro colleghi e “superiori” regionali, però, sono di tutt’altro avviso. In un documento che risale all’anno scorso, i pentastellati materani hanno chiesto alla regione Basilicata di non rilasciare il parere favorevole per il rinnovo e ampliamento dell’AIA/VIA a  Italcementi SpA di Matera. Quest’ultima, infatti ha chiesto di incrementare l’uso di CSS nel proprio cementificio.
Il Movimento, con un documento di ben 13 pagine, ha elencato i tanti motivi per cui l’aumento di impiego di Combustibile Solido Secondario arrecherebbe notevoli danni alla salute e all’economia di Matera e dell’intero territorio sostenendo con chiarezza che, “per chi come M5S ha promosso il ciclo virtuoso dei rifiuti senza alcuna combustione, nell’ottica della strategia Rifiuti Zero, gli interventi a sostegno del rinnovo dell’AIA, del cementificio appaiono altamente dannosi e anacronistici.” Una posizione chiara, dunque, sostenuta già da tempo, da quando, nel gennaio 2011, il Movimento organizzò un incontro con Paul Connect, massimo esperto di rifiuti zero a livello internazionale.
Ma c’è di più. Il M5S ha proposto una legge di iniziativa popolare a favore di rifiuti zero, nella quale si fa riferimento alla risoluzione del Parlamento europeo del 24 maggio 2012  “Un’Europa efficiente nell’impiego delle risorse”, in particolar modo nel punto in cui essa  “invita la Commissione tenere conto della gerarchia dei rifiuti e della necessità di ridurre i rifiuti residui fino a raggiungere livelli prossimi allo zero”. E dove  chiede “alla Commissione di presentare proposte entro il 2014, allo scopo di introdurre gradualmente un divieto generale dello smaltimento in discarica a livello europeo e di abolire progressivamente, entro la fine di questo decennio, l'incenerimento dei rifiuti riciclabili e compostabili”.
La posizione dei 5Stelle materani è dunque chiaramente contro il CSS e il suo impiego nei cementifici e negli inceneritori, anche perché, secondo la normativa europea, questo combustibile al veleno ha gli anni contati. A che serve, dunque, che la Regione Basilicata investa 8 milioni di euro in un processo di trattamento dei rifiuti destinato a scomparire e, anzi, a diminuire negli anni man mano che aumenta, come deve aumentare per forza, la differenziata?
I pentastellati senisesi, però, non sembrano essere dell’avviso dei loro colleghi materani e, anche se si dicono contrari alle discariche, di fatto nella migliore delle ipotesi non si esprimono contro l’opificio dei rifiuti. Evidentemente i “cittadini” nostrani hanno scambiato “il comune” per “la Comune”, e il municipio di Senise per la Bastiglia, imboccando la strada della rivoluzione ambientale sbagliata.
In questo sta la grande contraddizione della quale i dirigenti regionali del Movimento dovrebbero tener conto. A Senise i loro adepti non alzano un dito contro la produzione di quel combustibile contro il cui impiego il Movimento a livelli ben più alti sta profondendo tanti sforzi.
Inoltre, questa vicenda, ci fa capire che l’inquinamento causato dal veleno che andremmo a produrre a Senise, non sarebbe bruciato poi così lontano da noi. Il nostro “amato” CSS potrebbe inquinare ulteriormente la nostra Matera, quella stessa Matera, a un tiro di schioppo da noi, da cui viene la maggior parte del flusso turistico che giunge in Basilicata, da cui provengono alcuni prodotti di eccellenza, come il Pane di Matera e altri prodotti tipici, che insieme al peperone di Senise vanno a formare il paniere dei prodotti lucani. Se qualcuno volesse un esempio pratico del famoso danno economico, di cui parlava il dottor Ferdinando Laghi, eccolo servito.
In ultimo, si legge nel documento dei 5Stelle di Matera, alla luce dei preoccupanti episodi verificatisi in Basilicata in tema di "certificazione" di rifiuti, dichiarati "erroneamente" non pericolosi, si chiede altresì alla Regione Basilicata ed alle pubbliche autorità in indirizzo di vigilare sulla filiera di produzione e certificazione di CSS. Una  filiera che si vuol far partire proprio da Senise.

 

Francesco Addolorato

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Sono bastate 24 ore per assistere al manifestarsi degli effetti del comizio che il sindaco di Senise, Giuseppe Castronuovo, ha tenuto mercoledì scorso, 20 agosto, sulla questione dell’opificio dei rifiuti. Nell’arco di un solo giorno si è materializzata la sagoma di quell’azienda contro la quale il primo cittadino aveva inveito per ben  la metà della propria arringa, senza mai nominarla ma alludendo con chiarezza proprio a quella struttura; il segretario del PD, Rossella Spagnuolo, ha evidenziato ancora una volta, in un comunicato, la singolare posizione di Castronuovo nel PD arrivando ad affermare che a Senise si è ormai “alla degenerazione della democrazia se chi “legittimato dal voto, pretende di delegittimare lo stesso popolo di cui è espressione”; e infine è arrivata a maturazione la già annunciata questione SEL, con l’uscita dalla maggioranza da parte di Giovanni Asprella, rappresentante del partito di Vendola nell’amministrazione Castronuovo e presidente del consiglio comunale. E proprio qui si pone il primo nodo da sciogliere. Non essendo più nella maggioranza, ma avendo la competenza di convocare il consiglio comunale, Asprella procederà alla convocazione dell’assise comunale fortemente richiesta proprio da una delle parti di quel PD contro cui SEL si è fortemente scagliato? E l’amministrazione, in questa eventualità, parteciperà al consiglio garantendone il numero legale e quindi lo svolgimento?
Questioni da diramare, grovigli di domande generate proprio dall’intervento in piazza del sindaco. Poi c’è la questione Auxilium. L’azienda indicata da Castronuovo come distributrice di cappellini e sigari, si è fatta avanti, ha alzato il dito e con un comunicato equilibrato e fermo ha ricordato al primo cittadino che chi, in perfetta buona fede, fa una battaglia in nome dei 50 posti di lavoro, ancora di là da venire, non è il caso che si scagli contro una cooperativa che solo a Senise e zona ha 300 dipendenti e 1.250 in tutto il paese. In generale, diremmo, è singolare che un sindaco dichiari guerra a un’azienda privata accusandola pubblicamente di strumentalizzare il partito che governa l’Italia, la Basilicata e la maggior parte dei comuni lucani, e che in fondo è anche il proprio partito.
Infine l’anatema contro i commentatori dei social network, lanciato urbi et orbi, con tanto di minaccia di denuncia, accredita l’immagine dell’uomo che affronta il mondo a fronte alta e lancia in resta. Immagine che non è conciliabile con quella del sovrano che, alla fine del suo proclama, chiede ai sudditi la pace. È difficile costruire la pace dopo aver affondato gli zoccoli del proprio cavallo nelle membra dei propri avversari; è difficile costruire la pace brandendo la spada. È difficile, e si rischia di generare meccanismi che portano nella comunità piaghe e rancori, anche perché chi dovrebbe leccarsi le ferite non ci sta e rilancia invocando giustizia. Così come l’Auxilium, che nel comunicato ha dichiarato di aver affidato ai propri legali specifico mandato teso a valutare l’eventuale avvio di azioni giudiziarie a carico del Sindaco di Senise.
Con buona pace della pace!

Francesco Addolorato

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In una società abituata alle immagini forti, a scene di sangue e cadaveri sparsi sui selciati, il video delle violenze su ragazzi e giovani autistici, avvenute in un centro di riabilitazione di Grottammare, in provincia di Ascoli Piceno, possono sembrare poco “spettacolari”. Ma quelle sequenze, diffuse dai carabinieri di San Benedetto del Tronto, che hanno piazzato una telecamera nascosta nel luogo delle violenze, nascondono una realtà ben più profonda e drammatica di ciò che possono raccontare pur nella loro crudezza. Per un ragazzo autistico subire una punizione per un presunto errore commesso, o per avere disobbedito a un comando, è una cosa terribile. Immaginate di essere rinchiusi in una stanza buia e paurosa, da cui proviene una flebile luce da una fessura; immaginate di gridare aiuto verso qualcuno che sta dall’altra parte e di ricevere per tutta risposta la chiusura violenta di quella piccola speranza di luce che avevate intravisto. Ecco, questa immagine può dare il senso di ciò che prova un ragazzo autistico ad essere rinchiuso in una stanza, da solo, denudato, spaventato, maltrattato, incompreso e perfino umiliato.
È una conseguenza devastante, che si abbatte come un terribile ciclone sul debole percorso di apertura al mondo che dovrebbe fare. E se questo accade in una struttura all’interno di un processo che dovrebbe aiutarlo a ricomporre la frattura che c’è fra lui e il resto del mondo il risultato è ancora peggiore, perché il ragazzo perde la fiducia in se stesso, in chi lo aiuta e, in definiva, nel percorso educativo e di riabilitazione che sta facendo. Insomma, un inferno di solitudine e di abbandono indescrivibile.
Eppure, nonostante la crudezza di quelle immagini, la “Casa di Alice”, questo il nome della struttura in cui sono avvenute le violenze, è stata già riaperta e gli episodi filmati nella cosiddetta stanza di contenimento dimenticati dai media. I legali degli operatori della struttura sostengono che non ci siano state violenze ma che sia tutto normale, adducendo argomentazioni a dir poco ripugnanti, come la teoria secondo cui i ragazzi vengono rinchiusi nella stanza di contenimento per placare la propria ira.
Tutto questo può accadere perché in Italia ancora manca una legge sull’autismo, una legge che codifichi limiti e comportamenti per quelle che vengono spacciate come tecniche di riabilitazione ma che sono ai limiti del rispetto della persona umana, e che indichi invece i percorsi di inserimento e inclusione delle persone autistiche. (A tal proposito vi consiglio di ascoltare l’intervista di Gianluca Nicoletti, giornalista e padre di un ragazzo autistico, che commenta gli episodi di la Casa di Alice)
Le conoscenze sull’autismo, oggi, sono tali per cui non si giustifica più che possano accadere episodi come quelli che abbiamo visto in quel video. Sia per civiltà, sia per conoscenza della problematica, sia per dignità di un paese che dice di voler ripartire dagli ultimi.
Allora impariamo ad ascoltarli questi “ultimi”, e magari ci accorgiamo che sono indispensabili a questa nostra società, e che rinchiuderli in una stanza di contenimento equivale a spegnere la luce su un mondo che è semplicemente diverso dal nostro.
Ancora una volta ripeto: diverso, ma non inferiore!

 

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“Non si può respirare come cristiani, direi di più, come cattolici, con un solo polmone; bisogna aver due polmoni, cioè quello orientale e quello occidentale”. Quando Giovanni Paolo II pronunciò queste parole, a Parigi, nel 1980, davanti ai rappresentanti delle comunità cristiane non cattoliche, esprimeva il desiderio che la chiesa cattolica occidentale e quella ortodossa orientale si unissero in un solo afflato. Ma accanto al desiderio ecumenico, sempre invocato da Wojtyla, c’era anche l’auspicio di un’Europa unita, non più divisa in due da un muro di odio e di incomunicabilità, pienamente libera di attingere a piene mani dalle proprie radici che, come il Santo Padre ricordava al mondo, erano quelle cristiane. Il desiderio profondo di San Giovanni Paolo II era che Dio diventasse il respiro unico dell’Europa, culla del cristianesimo e luogo in cui ha avuto origine la civiltà occidentale, nata dall’incontro di tre grandi civiltà: quella cristiano-giudaica, quella greca e quella romana.
Eravamo a soli due anni dall’inizio del suo pontificato, avvenuto il 16 ottobre 1978, e a meno di dieci anni dal crollo del muro di Berlino, avvenuto il 9 novembre 1989, e quelle parole sembrarono fissare uno dei punti essenziali del programma del suo pontificato. Su questa linea Papa Wojtyla spese buona parte delle proprie energie, dedicando alle sorti del vecchio continente ben due sinodi in un decennio, entrambi in due date molto significative. Il primo nel 1991, all’indomani della caduta del muro di Berlino, che tracciava le linee della nuova Europa, più libera e più unita, e il secondo nel 1999, alla vigilia del Grande Giubileo del 2000. In entrambi i casi l’intenzione del Pontefice era la stessa: porre la persona di Cristo, che libera e dà speranza, all’orizzonte di un continente antico ma stanco. E ci fu bisogno di quasi quattro anni affinché al secondo sinodo il Pontefice facesse seguire l’esortazione apostolica postsinodale “Ecclesia in Europa”. In quel documento Giovanni Paolo II sviluppò la propria riflessione a partire dal libro dell’Apocalisse di Giovanni, “rivelazione profetica che dischiude alla comunità credente il senso nascosto e profondo delle cose che accadono” (EinE n.5). A proposito del libro dell’Apocalisse, il Pontefice affermava  che “siamo di fronte a una parola che impegna a vivere abbandonando la ricorrente tentazione di costruire la città degli uomini a prescindere da Dio o contro di lui. Quando, infatti, ciò si verificasse, sarebbe la stessa convivenza umana a conoscere, prima o poi, una irrimediabile sconfitta” (ibidem).
La profezia di San Giovanni Paolo II, letta attraverso il testo rivelatore dell’Apocalisse, è oggi quanto mai attuale. All’Europa dei padri fondatori, De Gasperi, Adenauer Schumann, che fondarono il loro progetto di unità continentale sul concetto basilare della persona come centro e artefice del bene comune, su cui basare la moderna democrazia e i presupposti di laicità e rispetto dei fondamenti dei diritti dell’uomo, si è sostituita un’Europa basata sul primato del mercato e della moneta. Un’Europa che ha cancellato le radici cristiane dalla propria Costituzione, e nella quale oggi, come dimostra una recente sentenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, dare il battesimo ai propri figli è una violazione “della libertà di pensiero, di coscienza e di religione (di cui all’art. 9 della CEDU) del neonato”. La profonda crisi del nostro continente è la crisi della sua identità, della sua storia.
E le tante difficoltà a costruirlo fanno tornare alla mente le parole di San Giovanni Paolo II:  “l’Europa o sarà cristiana o non sarà”.

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Mercoledì 2 aprile le principali città del mondo illumineranno di blu i palazzi più rappresentativi. È la giornata mondiale dell’autismo, voluta e istituita nel 2007 dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, allo scopo di penetrare il muro di silenzio e oscurità che avvolge questo disturbo. Un disturbo che colpisce milioni di persone e la cui incidenza è sempre più alta, tanto che oggi le persone che rientrano nello spettro autistico sono ormai 1 su 110. Per loro, e soprattutto per i più piccoli di loro, il 2 aprile si accendono in tutto il mondo milioni di lampade blu. Ma perché proprio il blu? Perché il blu è il colore che avvolge la luna di notte, isolandola nella sua bellezza perlacea, ma anche nella sua immensa distanza da noi. E i bambini autistici vengono spesso definiti “bambini della luna” o “figli della luna”, proprio per la loro presunta diversità, che li mostra lontani dal mondo in cui vive la maggior parte delle persone, chiusi nella loro solitudine, a volte persino apparentemente felici. Proprio per questo il 2 aprile l’associazione Autism Speaks promuove l’iniziativa “Light it up blue”, invitando tutte le città del mondo a colorare di blu i loro palazzi più significativi, per avvicinare un po’ di più al mondo quella luna apparentemente lontana e solitaria. Lo farà Palermo, che accenderà le luci sul teatro Politeama, lo farà Vicenza, che per ben due settimane tingerà di blu le acque delle fontane di alcune piazze, lo farà Messina che allo scoccare della mezzanotte del 2 aprile accenderà di blu la Madonnina del Porto, simbolo della città. Ma quest’anno lo farà anche Potenza, dove l’Associazione Lucana Autismo, insieme al comune, ha dato vita all’iniziativa “Tutto il mondo si accende di blu… POTENZIamo questa luce”, con un intero pomeriggio dedicato all’autismo e l’illuminazione di blu del Teatro Stabile. Proprio all’interno dello Stabile si svolgeranno le iniziative che caratterizzeranno la giornata potentina del “Light it up blue”. Diversi esperti e operatori interverranno al dibattito, che si concluderà con i racconti delle esperienza di vita delle famiglie che vivono l’autismo e la proiezione del film “Pulce non c’è”, che racconta la storia di Pulce, una ragazza autistica di nove anni che un bel giorno viene allontanata dalla famiglia per “provvedimenti superiori” e, alla mamma che va a prenderla a scuola, rimane solo da constatare che “Pulce non c’è”. È una storia tratta dall’omonimo romanzo che racconta solo una delle tante esperienze di bambini e ragazzi autistici, e delle loro famiglie. Eppure questi bambini sono bellissimi, generosi e quasi sempre geniali. Hanno solo bisogno che intorno a loro il mondo non tenga le luci spente. Per questo il 2 aprile prossimo ognuno può accendere la sua luce blu. Dietro la finestra, davanti alla porta di casa, o nella vetrina del proprio negozio. Se un ragazzo autistico passerà da lì insieme alla sua famiglia, si sentiranno meno soli. Grazie a chi volesse farlo.


Francesco Addolorato

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Nostalgia, enfasi e un tantino di retorica. Anche se qualche risultato pratico potrebbe esserci. È questo il bilancio che ritengo di dover fare della celebrazione del trentennale delle manifestazioni di protesta legate all’avvio dell’invaso di Monte Cotugno. È pur vero che in quel 6 marzo del 1984 si è scritta una pagina importante della storia di Senise, e che i mesi che sono seguiti hanno dimostrato una partecipazione di popolo che in rare occasioni si vede. La logica della protesta era in piena sintonia con gli anni che si vivevano, che segnavano gli epigoni della stagione delle grandi rivendicazioni e delle grandi mobilitazioni degli anni ’70. “Il Senisese non deve morire”, era uno slogan che rimarcava i cliché del rivendicazionismo di quegli anni. Così come lo slogan che campeggiava sul grande striscione di Piazza Vittorio Emanuele. “Prima di parlare di invasamento della diga il governo e la Regione devono dire ai Senisesi: quale industria, quale agricoltura, quale lavoro ai giovani.” Era il grande sogno dell’industrializzazione, del superamento della società contadina per incamminarsi verso un modello di economia e di società che avrebbe garantito, nell’immaginario collettivo,  ricchezza e benessere. Dopo trent’anni ci rendiamo conto che le prospettive e le speranze erano sbagliate, e che la società senisese aveva vissuto gli anni della costruzione della diga come un popolo di cicale piuttosto che di formiche. All’improvviso in quel periodo erano scomparsi gli artigiani, i “maestri edili”, i contadini, e tutti erano divenuti operai di “mamma Lodigiani”. Da quel sonno collettivo Senise si risvegliò come da un brutto sogno. Si trovò di nuovo ripiombato nel mondo fondamentalmente agricolo e contadino, ma con un particolare rilevante: i terreni migliori erano finiti sotto le acque del Sinni che, all’improvviso avevano travolto non solo il passato, ma anche il futuro di quella società vagheggiata e rimasta solo un miraggio.
E oggi, a distanza di trent’anni, abbiamo sperimentato che la passione di quei giorni non coinvolge più, come dimostra l’indifferenza dei più alle celebrazioni della cosiddetta “presa del tappo”. In quei tre mesi che separarono la presa del tappo alla sua restituzione, nel 1984, Piazza Vittorio Emanuele, col grande fondello che la occupava, era divenuto il centro delle attività sociali del paese. Oggi il piccolo tappo che dovrebbe ricordare a tutti, quei giorni di protesta e di passione civile è lì in un angolo, ignorato da tutti e sistemato in modo che non dia fastidio alle auto parcheggiate. Simbolo plastico del disincanto, della disillusione e del senso di tradimento dei cittadini di Senise.

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