La fede illumina la storia dell’uomo e la proietta verso la salvezza, ma non dissipa tutte le tenebre che la avvolgono. Essa è “lampada che guida nella notte i nostri passi, e questo basta per il cammino” (LF 57).
È questo uno dei tanti passi dell’enciclica di Papa Francesco, Lumen Fidei, che aprono a una lettura storica della fede e mettono in guardia dal ricercare in essa una formula facile, rivelatrice del mistero dell’uomo e della sua sofferenza. Equivarrebbe a negare la storicità del vangelo, la dimensione di cooperazione creativa tra Dio e l’uomo, che fa del cristianesimo una fede razionalmente operosa, e della storia dell’uomo un luogo di incontro tra realtà e mistero che si fondono solo grazie al fuoco del’amore. La Lumen Fidei, come scrive Mons. Fisichella nell’introduzione alla lettura, è un’enciclica che, parlando della fede, parte dall’amore e si conclude con l’esortazione a non perdere la speranza.
Per questo, all’inizio del documento, Papa Francesco propone la figura di Abramo, padre nella fede ma anche uomo della speranza incrollabile, e proprio grazie a questa speranza, animato da una fede vera, che “vede nella misura in cui cammina, in cui entra nello spazio aperto della Parola di Dio”  (LF 9). Ma la fede è tale solo se riconosce come propria origine l’atto creativo dell’amore. E così ritorna ancora Abramo e il misterioso luogo in cui speranza e amore si fondono in un’unica, irripetibile sintesi: la paternità come luogo in cui l’amore genera la vita e proietta nella storia la promessa di “una discendenza numerosa come le stelle del cielo”. Così la fede viene presentata da Papa Francesco come un cammino che si svolge nella luce della speranza, lontano da soluzioni che “frammentano il tempo, trasformandolo in spazio. Lo spazio cristallizza i processi, il tempo proietta invece verso il futuro e spinge a camminare con speranza” (LF 57). È in questa prospettiva che papa Bergoglio risponde alle pretese del mondo moderno che ha “cercato di costruire la fraternità universale tra gli uomini fondandola sulla loro uguaglianza” ma dimenticando, con sommo errore,  che “questa fraternità, privata del riferimento a un Padre comune quale suo fondamento ultimo, non riesce a sussistere” (LF 54). La verità è che dietro questa pretesa si nascondeva, e si nasconde ancora, il disegno della cultura moderna di togliere Dio dalla storia dell’uomo e quindi di negare la validità storica del vangelo.  E qui la lucida analisi di Papa Francesco nella Lumen Fidei, si pone in perfetta sintonia con quella del Papa Emerito Benedetto XVI nella Spe Salvi. “Non è che la fede, con ciò, venga semplicemente negata; essa viene piuttosto spostata su un altro livello –quello delle cose solamente private ed ultraterrene- e allo stesso tempo diventa in quel anche modo irrilevante per il mondo” (SS 17)”. È fin troppo chiara la straordinaria concordanza di analisi di Benedetto XVI e Francesco, come straordinaria è la lettura dell’errore della fede nella scienza in Bacone, e di quella nell’economia in Marx  proposte da Ratzinger nella Spe Salvi, e la lettura dell’impropria concezione soggettiva del rapporto tra amore e verità in Wittgeinstein, proposta da Bergoglio nella Lumen Fidei. Sono questi alcuni, ma non i soli, punti di contatto fra le encicliche dei due Pontefici. Insieme a quella sulla carità, le encicliche sembrano essere davvero un’unica trilogia sulle virtù teologali fede, speranza e carità, a testimonianza della continuità e dell’armonia che unisce gli insegnamenti di questi due grandi Papi, entrambi viventi.

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La profonda comunione che unisce i vivi ai morti e che permette all’uomo di superare le barriere del tempo per essere unito in qualche modo con chi è già nell’aldilà, è stato il tema che ha caratterizzato l’intervento di Papa Francesco all’udienza generale dello scorso 30 ottobre.
"C'è un legame profondo e indissolubile - ha detto papa Bergoglio - tra coloro che sono pellegrini in questo mondo e coloro che hanno varcato la soglia per entrare nella eternità, tra tutte le anime del purgatorio e tutte le anime che sono già in paradiso, ... una sola grande famiglia”.
È questa una verità che la chiesa custodisce da secoli e che spesso viene usata per le riflessioni nella ricorrenza dei defunti. Eppure si tratta di una verità che ha una profonda correlazione con la vita quotidiana dell’uomo, con la sua storia e il suo operare nella vita di ogni giorno e, soprattutto, col concetto storico di speranza. Lo spiega in modo chiaro e, come sempre, coinvolgente, il Papa Emerito Benedetto XVI nell’enciclica Spe Salvi, dedicata appunto alla speranza. “Che l’amore possa giungere fin nell’aldilà, che sia possibile un vicendevole dare e ricevere, nel quale rimaniamo legati gli uni agli altri con vincoli di affetto oltre il confine della morte –  questa è stata una convinzione fondamentale della cristianità attraverso tutti i secoli e resta ancora oggi una confortante esperienza”. L’idea che i gesti di elemosina, insieme alla preghiera e all’Eucarestia, servano ad aiutare le anime dei nostri defunti a purificarsi dai propri peccati è da secoli un insegnamento della Chiesa che ha avuto risvolti pratici di carità cristiana. Ma l’insegnamento di Papa Ratzinger, nella sua lucida chiarezza, apre questi gesti a nuovi e più ampi significati. Se la purificazione dell’anima dopo la morte è un fatto che riguarda solo Dio e l’anima che si presenta al suo cospetto, a cosa può servire la preghiera o l’azione di chi è ancora in vita? La risposta, spiega Ratzinger nella Spe Salvi, è nella natura stessa degli uomini, le cui “esistenze sono in profonda comunione tra loro, mediante molteplici interazioni sono concatenate una con l’altra”. Questo perché c’è una verità che caratterizza il destino dell’uomo, sia in vita  che in morte. “Nessuno vive da solo. Nessuno pecca da solo. Nessuno viene salvato da solo”. E questo vale sia prima che dopo la morte. “Non è mai troppo tardi per toccare il cuore dell’altro né è mai inutile”, scrive Benedetto XVI. Da questa verità prende luce il concetto cristiano di speranza, che è sempre essenzialmente anche speranza per gli altri, e che solo così diventa speranza anche per ognuno di noi.

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Non sono notizie che si sentono spesso, per fortuna. Ma quando arrivano fanno tremare i polsi e lasciano le lacrime agli occhi. Quella della mamma di Città di Castello, che ha accoltellato il figlio autistico 11enne,  è una di quelle cose che mai si vorrebbero sentire e che spesso vengono liquidate con la solita insanità mentale del genitore, che non riesce a reggere il peso della malattia del figlio e all’improvviso, colto da un raptus, decide di togliergli la vita. Basta solo qualche giorno di pietà collettiva, di commozione generale, di sgomento sociale, e poi tutto passa. Mentre il dramma che si cela dietro quel gesto rimane tutto intero, irrisolto, gigantesco, neppure affrontato dall’opinione pubblica e, tanto meno, dalle istituzioni abituate a muoversi solo se il fenomeno diventa diffuso, se i “morti sono tanti”. Eppure il dramma di quella madre è solo la punta di un iceberg, alla cui base c’è una condizione, quella dell’autismo, appunto, per la quale si fa ancora troppo poco, una condizione ancora troppo sottovalutata e ancor meno conosciuta. L’autismo non è una malattia che colpisce un singolo, ma la condizione di una persona che coinvolge un’intera famiglia, la quale diventa ipso facto una “famiglia autistica”, molto spesso sola, dislocata rispetto al resto della società perché costretta a condividere una condizione invalidante che comporta atteggiamenti e abitudini che “la maggioranza” ritiene non convenzionali o non convenienti. Capita allora che un genitore si vede costretto a mettersi ai margini di quella società, per poter stare più vicino al figlio e non lasciarlo nel completo isolamento, tentando ogni giorno di colmare il vuoto che la sua condizione ha scavato nella sua vita. A volte, però, il peso diventa insostenibile e anche le cose apparentemente più semplici diventano difficili, una montagna da scalare che sfianca e indebolisce a poco a poco. È così che l’autismo diventa la condizione di tutta la famiglia, non solo del figlio, ma di tutti coloro che lo circondano. E la società? Le istituzioni? Le strutture socio-assistenziali e sanitarie, cosa fanno? Arrivano puntualmente in ritardo ed eseguono le operazioni di rito. Perizie, interrogatori e trattamenti sanitari obbligatori. Mentre l’autismo rimane ancora poco conosciuto e ancor meno trattato in modo adeguato, al punto che lo stato italiano lo considera ancora un disturbo dello sviluppo, legato all’età adolescenziale, per cui al compimento del diciottesimo anno di età il soggetto con autismo non è più tale ma diventa una persona con ritardo mentale. Una considerazione che è completamente fuori dalla realtà. Una persona autistica lo è per tutta la vita, e per tutta la vita deve combattere per stare in un mondo diverso dal suo, che vede semplicemente da un’altra prospettiva. In prima linea c’è la famiglia. Sola. Senza adeguata assistenza, senza ponti con la società, a resistere fino all’inverosimile. Fino a quando un giorno……

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Per chi è stato almeno una volta sul monte de La Verna, dove San Francesco ricevette le sacre stimmate, una delle esperienze più affascinanti che quel posto meraviglioso quanto impervio riserva è senz’altro la visita ai luoghi in cui il poverello amava ritirarsi in preghiera. Le feritoie che si aprono nelle pendici del monte, squarci della terra, spalancati fra le radici gigantesche degli alberi, dove Francesco si nascondeva e rimaneva a pregare per ore, riportavano alla sua mente le ferite del costato di Cristo. Uomo del medioevo, Francesco d’Assisi amava la contemplazione che coinvolgeva tutto il corpo, i gesti, le posizioni, l’armonia con i luoghi, e come tutti coloro che vivevano l’esperienza eremitica, si immergeva nell’esperienza mistica dell’identificazione con la passione di Cristo. “Dentro le tue piaghe nascondimi”, recita l’antica preghiera dell’Anima Christi, che la tradizione fa risalire ai primi del ‘300. Così, in quelle aperture della terra, nascosto al mondo, Francesco cercava la più intima unione col suo Signore, la cui risposta fu il dono più grande, le stigmate, il segno della completa identificazione col crocifisso, che ne fece in tutto e per tutto l’”alter Christus”. La visita di Papa Bergoglio ad Assisi, tra ammalati, disabili e poveri, non può non richiamare alla mente proprio questi grandi momenti di ascesi, di mistica e di esperienza divina di San Francesco. Come il poverello di Assisi, anche Papa Francesco recandosi nella Città Serafica, ha voluto “nascondersi nelle piaghe di Cristo”, indicando alla Chiesa e al mondo, la via della sofferenza, della povertà, della condivisione con i più deboli come via che porta l’uomo all’incontro con Dio, e quindi alla piena realizzazione dei suoi desideri, dei suoi sogni e della sua felicità. Non è un caso che proprio dopo aver ricevuto le stimmate, San Francesco sia stato pervaso da una grande pace interiore, termine del cammino di ricerca che aveva segnato i quaranta giorni su La Verna, sintetizzato da quel “Deus mihi dixit” col quale accolse le sacre piaghe.  Allo stesso modo Papa Francesco indica all’uomo di oggi la strada dura e sincera della sofferenza, della condivisione e della pazienza come unica via che porta all’incontro autentico con Dio. D'altronde come Papa Bergolgio spiega nella sua enciclica Lumen Fidei, solo la sofferenza rivela la profondità dell’Amore di Dio per l’uomo. “È proprio nella contemplazione della morte di Gesù che la fede si rafforza e riceve una luce sfolgorante” (Lf 16), come pure dice il Salmo: “guardate a lui e sarete raggianti, non saranno confusi i vostri volti”. Accarezzare il volto di un bambino disabile, pranzare con i poveri della mensa Caritas, come ha fatto il Santo Padre ad Assisi, significa non tanto mettere il dito nella piaga dell’umanità, ma “entrare” nelle sue piaghe più profonde e scoprire la luce che in esse si nasconde. Proprio come Francesco nelle feritoie de La Verna.  

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La Chiesa è madre, ma la madre non è sinonimo di pari opportunità. Anzi, dire madre significa offendere chi nella propria vita ha fatto scelte diverse in materia di famiglia. Parola di ministro e di assessori comunali. Il ministro è il nostro, per le Pari Opportunità, Cècile Kyenge, che si è dimostrata subito pronta ad appoggiare l’iniziativa avanzata, prima a Venezia e poi a Bologna, di cancellare le parole “madre” e “padre” dalle carte per le iscrizioni dei bambini a scuola, sostituendole con le più laiche “genitore 1/2” o “genitore” e “altro genitore”. Una strana fatalità ha voluto che l’episodio di Bologna, in cui la giunta sembra aver già deciso di cancellare i due termini “incriminati” dalle carte di iscrizione, avvenga proprio nel giorno (18 settembre) in cui Papa Francesco, nella sua udienza sceglie di additare al mondo l’immagine della Chiesa come “mamma che non chiude mai le porte”, e i dieci comandamenti come espressione “della tenerezza di Dio”. Proprio i dieci comandamenti, uno dei quali, il quarto, dice esplicitamente “onora il padre e la madre”. Magari, col tempo, si potrà arrivare a dire che anche il decalogo dato a Mosè è contro le pari opportunità, e che quel comandamento va sostituito con “onora il genitore 1 e il genitore 2”. Sta di fatto che il tentativo di distruggere l’architettura cristiana della famiglia, che spesso chiamiamo “tradizionale” per sottolinearne la funzione e l’importanza nella storia dell’uomo, viene portata avanti sia con palesi e grandi manovre, che con piccole scelte apparentemente innocue e “burocratiche”, come quella di Bologna e Venezia. Eppure si è da poco conclusa la settimana sociale dei cattolici che ha avuto per tema “Famiglia, speranza e futuro per la società italiana”, a cui Papa Francesco aveva rivolto il suo sentito invito: “Coraggio! Avanti su questa strada della famiglia!” Parole chiare di un Papa amato, ma forse poco ascoltato, la cui umiltà e apertura al dialogo spesso è scambiata per cedimento sui valori fondanti del cristianesimo. E invece non è così. Per Papa Francesco la Chiesa è sempre la “Mater et Magistra” del Concilio Vaticano II, e i dieci comandamenti non sono una gabbia da cui emanciparsi, ma sono “proprio quello che insegna una mamma -come ha detto ai 40 mila presenti all’udienza-, ci invitano a non farci idoli materiali che poi ci rendono schiavi, ci invitano ad essere onesti, a rispettare l'altro, provate a vederli e considerarli – dice Papa Bergoglio - come insegnamenti della mamma per andare bene nella vita, una mamma non insegna mai ciò che è male, ma solo il bene dei figli, e così fa la Chiesa". Per questo mi trovo d’accordo con il sociologo Luca Diotallevi che, nella conclusione dei lavori della Settimana Sociale dei Cattolici a Torino, ha affermato che “I cattolici non tributano nessun servile ossequio. Ci spetta il compito di controllare le dichiarazioni che vengono fatte dai politici. Ne abbiamo il dovere, il diritto e l’interesse. Da tempo ci lasciano ancora privi di strumenti che ci consentano di decidere la sostanza della competizione politica”. Qualcuno lo ricordi al nostro ministro Cècile Kyenge.

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Ancora una volta Senise ha vissuto l’esperienza comunitaria dell’ordinazione sacerdotale di due giovani della parroccia. Don Michelangelo Crocco e don Giovanni Messuti, due giovani che hanno vissuto percorsi diversi, che vengono da esperienze differenti, ma che hanno in comune una profonda formazione che ha le sue radici in una tradizione spirituale e sacerdotale che ha a Senise il capostipite in don Egidio Guerriero. Proprio intorno alla sua figura, che Senise ha avuto la fortuna di conoscere per quasi vent’anni, si incrociano alcune significative ricorrenze in questo 2013. Il 4 luglio si sono celebrati i suoi 70 anni di sacerdozio, e il 18 aprile il 25esimo della benedizione dell’icona della Madonna di Costantinopoli in Piazza san Pietro dalle mani di Giovanni Paolo II, di cui don Egidio fu grande artefice. Se il Signore non lo avesse chiamato in Paradiso, il 9 giugno del 1989, un’altra tappa della sua vita terrena avrebbe segnato la storia della sua comunità: l’incoronazione di quella stessa icona, in programma per il 50esimo della sua ordinazione nel 1993. Proprio grazie a don Egidio e don Battista la comunità di Senise ha vissuto uno dei più grandi gesti della sua storia di fede, con la fusione dell’oro votivo che nel corso degli anni si era accumulato intorno alla vecchia icona e la costruzione delle corone che oggi splendono sul capo della Madonna e di Gesù Bambino, segno di una unità che, nella sua dimensione presbiterale, si incarnava nella comunità sacerdotale, altro grande lascito di don Egidio. Quando arrivò a Senise, nel 1971, insieme a don Battista e a don Antonio Infantino, egli intuì che la ricostruzione del tessuto parrocchiale doveva passare anche attraverso un segno tangibile da parte dei sacerdoti. Fu così che nacque quella formula unica per la nostra diocesi, per la quale i sacerdoti vivevano sotto lo stesso tetto e condividevano lo stesso progetto pastorale, portando ciascuno il proprio contributo e sperimentando la gratuità di un servizio che non legava i fedeli alla persona del sacerdote ma alla realtà storica che quella comunità incarnava mettendo al di sopra di tutto la sequela a Gesù Cristo. Quella esperienza, che potrebbe sembrare circoscritta al solo ambito del clero, arricchì invece tutta la comunità, che sentì “la casa dei preti” come casa propria, e fece sperimentare ai sacerdoti la grazia della vita comune, avvicinandoli in tal modo alle difficoltà e alle esigenze delle famiglie. E così la canonica di Senise divenne una scuola per molti sacerdoti, un’esperienza feconda di vocazioni, e gli anni seguenti videro molte ordinazioni. Nel ’77 don Cesare Lauria, nell’81 don Rocco Gazzaneo, nell’89 don Pino Marino, nel ’93 don Pino Terracina, nel ’99 don Giuseppe Addolorato e don Gianluca Bellusci, nel 2006 don Donato Partipilo e qualche giorno fa don Giovanni Messuti e don Michelangelo Crocco. Tutti sacerdoti donati alla chiesa dalla comunità di Senise, il cui capostipite rimane un sacerdote piccolo e umile, che vestiva il cilicio e pregava col volto sul pavimento davanti al Santissimo Sacramento, al riparo dagli occhi di tutti. Che amava la chiesa e ne studiava costantemente i documenti, che non lasciava mai cadere dalle sue mani il Santo Rosario. Che si fermava a pregare per ore nel cimitero, sulle tombe dimenticate, e che arrivava a chiedere scusa ai bambini quando, per eccesso di zelo, li richiamava con energia. Che ancora oggi, a quasi 25 anni dalla sua morte, è nel cuore di tutta la comunità.

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Quando si parla di autismo non si parla di una condizione che riguarda solo la persona che ne è affetta, ma di una realtà che coinvolge tutta la famiglia in cui egli vive. Per questo oggi si tende sempre più ad adottare, seppur con tutte le precauzioni del caso, la definizione di “famiglia con autismo” per indicare un nucleo familiare in cui vive una persona con problemi riconducibili a questo spettro. Lungi dall’estendere all’intera famiglia il concetto di diversità, che è già inopportuno e ripugnate per il singolo, questa definizione manifesta un approccio diverso al problema, in cui si riconosce il valore essenziale che assumono i legami familiari, per aprire sprazzi di luce  nell’isolamento di persone che vivono una solitudine esistenziale che a volte è pressoché totale. La famiglia diventa così quel raggio di luce che riesce ad attraversare la cortina di nubi che avvolge  il ragazzo o il bambino autistico e attirare la sua attenzione al di fuori di quel mondo nel quale è costretto a vivere. Da questo rapporto è possibile creare un ponte verso la società, un punto di incontro fra la persona autistica e il resto del mondo, sgombrando il terreno da un altro grande equivoco che questa condizione può generare nell’opinione pubblica, spesso distratta e molto superficiale. Nelle persone con disturbi dello spettro autistico i sentimenti come amore, gioia, dispiacere, amicizia, non sono assenti, ma, più semplicemente, ne è compromessa la capacità di condividerli e parteciparli agli altri. Parlare di deficit della sfera affettiva non significa parlare di mancanza di sentimenti, quasi una sorta di atarassia che rende la persona insensibile alle sollecitazioni, ma di compromissione della capacità di manifestarle, e di recepirle quando a  comunicarle sono gli altri. Le persone autistiche amano e sanno amare, sanno sentire meglio di chiunque altro le predisposizioni negative o positive che  nei loro confronti hanno gli altri. Occorre solo che il resto del mondo si apra al loro mondo, che impari a sentirne il respiro e a coglierne gli stimoli. Se ognuno imparasse a guardare il mondo con i loro occhi queste persone ci sembrerebbero meno lontane, e anche la realtà che circonda la nostra vita sarebbe meno scontata, meno ovvia e più nuova. Scopriremmo così che la prospettiva delle persone autistiche è una prospettiva diversa. Diversa ma non meno coinvolgente, come la storia di una persona che scopre a poco a poco il mondo in cui vive, meravigliandosene ogni volta e vivendo le piccole gioie di una nuova conquista. Bisogna stare accanto a loro per scoprire la bellezza di ciò che viviamo quotidianamente.  

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Da Benedetto a Francesco, la via che la Chiesa indica all’uomo è ancora il silenzio e la preghiera. L’elezione del nuovo Papa, tanto attesa dal mondo intero, ha provocato sorpresa in molti e probabilmente confusione in alcuni. Confusione in coloro che hanno spesso la pretesa di anticipare le scelte, capire le direzioni della storia e conoscerne i meccanismi meglio di chiunque altro.
Ancora una volta, invece, i piani di Dio confondono le vie dell’uomo, e lo Spirito Santo affida il timone della Chiesa a un uomo mite che arriva in Vaticano con la discrezione dei passi  silenziosi di chi cammina a piedi nudi. Come Francesco di Assisi, appunto. Il primo segnale del messaggio che Papa Bergoglio rappresenta per il mondo sta tutto nella scelta del nome. Molti vi leggono una scelta rivoluzionaria, cedendo così alla riduzione dell’azione della Chiesa ad una oscillazione ciclica tra conservazione e riforma. Sarebbe più giusto, invece, leggere questo avvenimento alla luce di quella pagina di Vangelo in cui Gesù paragona il Regno dei Cieli a un tesoro da cui “il padrone di casa estrae cose nuove e cose antiche”. Antiche perché note alla nostra vita, nuove perché in grado di rinnovare continuamente la storia dell’umanità. Antiche perché vivono da sempre nel cuore dell’uomo, nuove perché in grado di rivelare all’uomo la via della salvezza.
Ecco perché Papa Francesco  è un segno di contraddizione per l’uomo che ha dimenticato se stesso, perché lo aiuta e lo sprona a riscoprire il raggio di Dio che è nascosto in lui. La sua semplicità, la sua essenzialità obbligano a rientrare in se stessi per riscoprire il grande deposito di fede che Dio ha posto nel cuore di ogni uomo. Ancora una volta possiamo affermare con San Paolo che “Dio ha scelto ciò che nel mondo è debole per confondere i forti”, ha scelto ciò che è semplice per portare Dio a un mondo sempre più complesso, ha scelto la via  della povertà per parlare al cuore dell’uomo che nella ricchezza pone tutte le sue speranze.
Papa Francesco è un inconfondibile segno di Dio, che ricama nella storia dell’uomo la via dell’eternità attraverso coloro che si inchinano con docilità alla sua chiamata. Così il Papa che, dopo aver benedetto la folla in San Pietro, si inchina e chiede ai presenti di invocare su di lui la benedizione di Dio, è l’immagine di Francesco che si inchina di fronte al Crocifisso di San Damiano e, con profonda umiltà, chiede “Signore, cosa vuoi che io faccia?” È da quella domanda che parte la storia di fede che da secoli affascina gli uomini. Una storia che scorre attraverso la riscoperta quotidiana del  Vangelo vissuto “sine glossa”, come Francesco amava ripetere, e che toccherà il suo apice sul Monte Verna, dove Francesco riceverà il sigillo della sua santità, le sacre stimmate.
Dal 13 marzo 2013 il mondo intero è sicuramente più ricco. Con il Benedetto XVI Papa Emerito, che si è nascosto al mondo dicendo “il Signore mi chiama a salire sul monte”, e con Papa Francesco vestito di bianco che invita al silenzio e alla preghiera per ascoltare la voce di Dio.    

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Nascosto al mondo ma non fuori dal mondo. Tra le tante affermazioni che in questi giorni hanno accompagnato l’annuncio di Benedetto XVI di lasciare il soglio pontificio, quella che colpisce di più è la frase in cui il Santo Padre, nell’indicare il futuro della propria vita nella chiesa dopo aver ricoperto il ministero che fu di San Pietro, ha usato una parola che al nostro mondo suona strana, o meglio estranea: “nascondimento”. Una persona nascosta non è una persona che non c’è. Anche Dio nell’Antico Testamento viene indicato spesso come il Dio nascosto, ma non per questo “assente” o peggio “inesistente”. Nascosto, dunque, non significa inoperoso, e questa verità la conosce bene la Chiesa che nel 1927, con Papa Pio XI, proclamò patrona delle missioni, insieme a San Francesco Saverio, Santa Teresa di Lisuex, una piccola donna che indicò la piccola via per l’incontro con Dio, nella preghiera e nella contemplazione. Santa Teresa non uscì mai dal convento, eppure la Chiesa la volle riferimento per i missionari. Questo fa capire l’aspetto operativo della vita contemplativa e della preghiera, e getta una luce diversa sulla scelta di Benedetto XVI di lasciare il ministero petrino:  non un abbandono, una fuga, ma la scelta di occupare un posto diverso nella Chiesa per contribuire alla stessa missione. Questo dopo aver servito per anni la Santa Madre Chiesa come teologo e cardinale e poi, chiamato a raccogliere la grande eredità di Giovanni Paolo II, come guida e pastore universale. Sembrava che Dio stesso avesse scritto con i suoi velati segni questo avvicendamento, quando insieme al vento che sfogliava le pagine del vangelo sulla bara di Papa Wojtyla, la voce che celebrava le esequie era proprio la sua, del Cardinal Ratzinger, che sembrava a tutti noi il condottiero cui aggrapparci nei giorni oscuri in cui abbiamo perso uno dei più grandi uomini di Dio nella storia della Chiesa. Eppure a molti oggi quella barca sembra navigare in mezzo alla tempesta. Ma non è così. Uno degli interventi più importanti di Benedetto XVI, in questi giorni di transizione, è senz’altro quello tenuto al clero romano nel quale il Papa si sofferma a lungo, anche attraverso aneddoti inediti, a parlare del Concilio Vaticano II, pietra miliare del cammino della Chiesa. Senza dubbio questa grande, ultima catechesi sul Concilio, che lui ha definito “una chiacchierata”, suona come il testamento ecclesiale che egli intende lasciare a quello che ha definito “il mio clero”. Ponendo l’accento sul Concilio il Papa ha indicato una strada, ha dato una interpretazione delle necessità e dei bisogni della Chiesa contemporanea, indicando nella comunione dei Vescovi, e quindi della Chiesa tutta, la strada da seguire per rilanciarne la missione.
“Noi siamo la Chiesa, la Chiesa non è una struttura; noi stessi cristiani, insieme, siamo tutti il Corpo vivo della Chiesa. E, naturalmente, questo vale nel senso che noi, il vero ‘noi’ dei credenti, insieme con l’’Io’ di Cristo, è la Chiesa; ognuno di noi, non ‘un noi’, un gruppo che si dichiara Chiesa. No: questo ‘noi siamo Chiesa’ esige proprio il mio inserimento nel grande ‘noi’ dei credenti di tutti i tempi e luoghi.”
Nel sottolineare con forza, nel suo discorso al clero, questo passaggio conciliare, Papa Ratzinger ci offre probabilmente una lettura della sua scelta, che mostra una Chiesa meno “struttura” e più “vita”, realtà storica che si incarna in ciascuno grazie alla comunione con l’Io di Cristo. È facile, in momenti come questi, lasciarsi prendere dallo scoraggiamento pensando che persino il Papa “si arrende” di fronte ai problemi della Chiesa e del mondo. Ma non è così. È proprio questo gesto che ci fa capire che la strada da percorrere non è quella della delega, ma quella del coinvolgimento in prima persona dentro una realtà storica nella quale Dio opera attraverso gli uomini, tutti i credenti in Cristo. E se un Papa sceglie la via della preghiera e del “nascondimento”, non per questo abbandona la sua missione. Papa Ratzinger ha fortemente presente il valore storico della Chiesa e la centralità dello Spirito Santo nella sua azione. Per questo ha scelto di “operare” nella preghiera e affidare il timone di Pietro a chi avrà maggiore vigore.

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