La crisi mette a rischio la vita, la vita che nasce, che deve nascere, e che è il motore di ogni società, il fattore di sviluppo numero uno dei popoli. Eppure oggi anche la vita, insieme a tante altre ambizioni dell’uomo, è diventata un lusso. Fare famiglia, mettere al mondo dei bambini, è una responsabilità che le giovani coppie sentono in modo spietato, fino al punto di rinunciarvi. Le parole dei Vescovi italiani, nel Messaggio del Consiglio Episcopale Permanente per la 35esima Giornata per la Vita, è un’iniezione di speranza che ha lo stesso effetto di un farmaco rigenerante per un ammalato che ha perduto tutte le speranze. Dice esattamente il contrario di ciò che la gran parte degli opinion leader e dei maitre a penser nostrani vanno divulgando sui media e dalle cattedre. E cioè che “generare la vita aiuta a superare la crisi economica.” Un’affermazione in controtendenza questa dei vescovi italiani ma che, chissà perché, non ha lo stesso effetto di altre che invece scatenano l’ira di tanti progressisti, teorizzatori di nuovi orizzonti sociali dell’istituto familiare. Forse perché i Vescovi dicono una cosa semplice e vera, come sempre, e cioè che “il progressivo invecchiamento della popolazione priva la società dell’insostituibile patrimonio che i figli rappresentano, crea difficoltà relative al mantenimento di attività lavorative e imprenditoriali importanti per il territorio e paralizza il sorgere di nuove iniziative.” Una verità che è in contrasto con la cultura dell’egoismo dominante negli ultimi decenni nella nostra società, che ha progressivamente portato le nostre famiglie a ridurre il numero dei figli fino ad ancorare il nucleo familiare alla classica ‘coppietta’, cioè due figli, meglio se un maschietto e una femminuccia. Eppure il messaggio del Consiglio Episcopale indica una strada diversa. “La disponibilità a generare è tutt’uno con la possibilità di crescita e di sviluppo: non si esce da questa fase critica generando meno figli o peggio ancora soffocando la vita con l’aborto, bensì facendo forza sulla verità della persona umana, sulla logica della gratuità e sul dono grande e unico del trasmettere la vita, proprio in un una situazione di crisi.” Una posizione solo apparentemente fuori dal coro perché anche questa, come quella relativa alla tanto discussa pericolosità del matrimonio omosessuale, si fonda sulla convinzione che Dio ha scritto la via della crescita e del benessere dell’uomo nella sua stessa natura, che nella sua più alta essenza è proprio quella di “trasmettere la vita generando i figli”. Le crisi e i sistemi di povertà si generano quando l’uomo rinuncia a se stesso e alla propria vocazione procreatrice per rinchiudersi nell’egoismo e nell’autosufficienza. Lo sviluppo ha bisogno di vita.
L’analisi dello studioso
È questa una verità che trova conforto anche in un celebre saggio sulla geografia del sottosviluppo di un geografo francese, Yves Lacoste, uno dei massimi studiosi di geopolitica, che mette si in relazione sottosviluppo e crescita demografica, ma non in rapporto di causa ed effetto. Una delle cause del sottosviluppo, per Lacoste, è il rapporto di scarsa rispondenza tra lavoro e produttività, ragion per cui le famiglie dei paesi in via di sviluppo considerano i figli, soprattutto se sani e forti, un’autentica ricchezza da immettere il prima possibile nel ciclo lavorativo e utilizzarli per produrre sussistenza. L’aumento demografico, quindi, non sarebbe la causa del sottosviluppo ma l’effetto. E invece le culle vuote della nostra civiltà sono causate proprio dalla falsa convinzione che più siamo numerosi più siamo poveri. Una convinzione che, stando anche alle considerazioni di Lacoste, non dovrebbe esistere in una società in cui la produttività dell’individuo è elevatissima, a differenza dei paesi sottosviluppati.
La lettura dei Vescovi
I Vescovi, saggiamente, individuano l’impoverimento della nostra società proprio nella denatalità e nella destrutturazione della famiglia, sottoposta a continui attacchi. “Abbiamo bisogno di riconfermare il valore fondamentale della vita, di riscoprire e tutelare le primarie relazioni tra le persone, in particolare quelle familiari, che hanno nella dinamica del dono il loro carattere peculiare e insostituibile per la crescita della persona e lo sviluppo della società.” In questo modo i nostri Pastori riportano la cifra della crisi che attanaglia l’occidente sviluppato ad un fattore più profondo, che non è solo economicistico, ma di cultura e di senso, riscontrabile anche nella cultura ebraica ben esposta dal salmista che dice  “come frecce in mano a un eroe sono i figli della giovinezza. Beato l'uomo che ne ha piena la faretra”.  E via d’uscita è affidata ancora una volta aelle parole di Benedetto XVI: “Solo l’incontro con il ‘tu’ e con il ‘noi’ apre l’’io’ a se stesso”. La via nuova che risana il tramonto dell’occidente è una luce che viene da Oriente: l’umanesimo cristiano che pone la persona al centro di tutto.

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Sarà perché spesso scende copiosa dal cielo, dando l’impressione dell’abbondanza e della perenne disponibilità, che la risorsa acqua riesce a far parlare di sé solo quando manca, quando si prosciugano le dighe e i coltivatori invadono con i loro mezzi le principali arterie stradali. Lo dimostra la cronaca di questi giorni che riporta, ormai con cadenza quotidiana, la sempre crescente polemica sulle royalties del petrolio e sulle ricadute che esse hanno sullo sviluppo del territorio su cui insistono le trivelle. L’ultima riguarda le dimissioni di sei sindaci della Val d’Agri, quelli dei comuni di Sarconi, Montemurro, Spinoso, Grumento Nova, Paterno e Tramutola, che hanno minacciato di dimettersi in massa qualora non venissero accettate le loro richieste e le loro proposte. Si va dal monitoraggio dell’aria, all’impatto sanitario e ad altre proposte “civetta”, per giungere al cuore delle richieste che ha come obiettivo il trasferimento delle royalties del petrolio direttamente nelle casse comunali, valutate per ciascun comune in base alla vicinanza al centro oli. In pratica si tratta di una modifica della legge 40 che regola appunto l’utilizzo dei fondi che vengono dalle estrazioni petrolifere, con il chiaro intento di battere cassa nei confronti della Regione. Al di là della legittimità e dell’opportunità delle richieste dei primi cittadini, che ovviamente fanno gli interessi delle comunità che rappresentano, resta il valore che questa problematica riveste per l’intera regione, a fronte di una vertenza completamente dimenticata come quella dell’acqua. Sfugge all’agenda della politica, e in verità anche a quella della stampa, il fatto che un’intera area, come quella de Senisese, pone le proprie speranze di uscire dalla profonda condizione di povertà e di mancato sviluppo, proprio sulla risorsa idrica racchiusa in massima parte nell’invaso di Monte Cotugno e trasferita alla Puglia. La marginalità di questa tematica è tale che persino la battaglia del sindaco di Montalbano Jonico contro l’inutile sciupio di fondi pubblici (circa 180 milioni di euro) destinati alla costruzione del secondo adduttore del  Sinni, non riesce a guadagnare che qualche colonna sulle pagine locali dei giornali lucani. Mentre la Puglia continua a glissare sui fondi da trasferire alla Basilicata come ristoro per l’acqua ricevuta, e la vicenda dell’Ilva rischia di rendere meno remunerativa la risorsa acqua. In compenso una corposa mostra sulla vicenda storica della diga di Monte Cotugno sta girando i centri del Senisese, accompagnata da un singolare monumento al “tappo” su cui è scritto “Il Senisese non deve morire”. Quando si dice… “piove sempre sul bagnato”.    

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Anno nuovo politica vecchia. Il dibattito lucano sui temi di interesse regionale riparte esattamente da dove si era fermato alla fine dell’anno appena trascorso, dal petrolio e i suoi “derivati”. Primo fra tutti, e più importante fra i “derivati” dell’oro nero, sono senz’altro le famigerate royalties. È bastata la cosiddetta “sparata” di Berlusconi con la proposta, e forse anche l’impegno, di portarle al 20% raddoppiandole, a scatenare un turbinio di prese di posizione con l’innesco della gara a chi la spara più grossa. Una sorta di gioco al rilancio, con cifre crescenti e il solito corollario dei “l’avevo detto prima io”. È vero, come alcuni hanno affermato, che se le royalties fruttassero di più la Basilicata sarebbe una piccola Svizzera. Ma è pur vero che le estrazioni, come tutte le grandi opere di sfruttamento del territorio, sono destinate a finire. Si prevede che nel sottosuolo della nostra Regione c’è abbastanza combustibile per poter estrarre per circa 40 anni. Ma cosa accadrà dopo? Le preoccupazioni non sono solo di carattere ambientale, ma anche e soprattutto di ordine economico e politico. In scala molto più ridotta possiamo azzardare un parallelo con la costruzione della diga di Monte Cotugno a Senise, che ha portato benessere per circa un ventennio, fra gli anni ’80 e ’90. Ma poi i cantieri della Lodigiani hanno sbaraccato, e Senise insieme al Senisese, è ripiombato nella recessione fino a raggiungere la condizione di povertà che oggi conosciamo. Cosa fare, dunque? È profondamente sbagliato pensare ai problemi della Basilicata come a una isolata “questione lucana”, risolvibile a suon di rivendicazioni e rilanci sull’assegnazione delle royalties del petrolio, sparando dal 20 al 50 per cento, e magari oltre. Sarebbe più opportuno inquadrare le ipotesi di sviluppo della nostra regione nel più ampio contesto di un rinnovato rilancio della “questione meridionale”, della quale molto si sta parlando in questi giorni a livello nazionale. Ne ha parlato in una corposa intervista al Mattino l’ex sottosegretario alla presidenza del consiglio Antonio Catricalà, calabrese. La sua idea di restringere il potere delle Regioni per sottrarre le politiche di sviluppo al clientelismo e al controllo della malavita organizzata, è in controtendenza con le richieste di autonomia gestionale delle risorse che viene invece dalle regioni che ne possiedono, ma potrebbe riportare il problema del ritardo di sviluppo del Sud all’interno dell’agenda nazionale e impegnare in modo più stretto i parlamentari che nelle regioni meridionali raccolgono voti. Magari potrebbe anche essere un preludio alla modifica del bicameralismo, con la nascita della Camera delle Regioni, facendo così da contrappeso alla tendenza centrifuga innescata dal leghismo. Il dibattito in merito è aperto, ma una cosa è certa: affidare lo sviluppo di una regione a una sorta di Risiko  delle rivendicazioni percentuali sulle estrazioni è avvilente per un popolo e per i suoi rappresentanti.

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Gentili lettori, come editoriale vi propongo, alla vigilia della festa di Natale, il ‘sussurro natalizio’ dei giovani Monaci Benedettini Silvestrini del Monastero san Vincenzo. Sì! Esistono ancora giovani che scelgono la via della contemplazione e del monastero. Sono una ricchezza per tutta l’umanità, per questo desidero che anche quanti di voi non li conoscono possano, attraverso la voce di questa nostra testata, apprezzare i loro messaggi di fede e di spiritualità. 

...Un sussurro natalizio da tutti noi a tutti Voi!....
“Adeste Fideles, Laeti triumphantes! Venite, venite in Bethlehem. Natum videte, Regem angelorum... ...Venite, adoremus Dominum”.
Un inno assai noto, cantato ovunque in questi giorni, ci rivolge un invito assai particolare: siamo sollecitati ad “andare”, a uscire e smuoverci dal nostro facile torpore, persino dalle nostre umane misure e fragili sicurezze, per raggiungere Bethlehem. Una meta non affascinate, non tra le predilette dai visitatori. Fa parte soltanto del turismo religioso e di coloro che credono ad un messaggio che viene dal Cielo ed è avvolto nel mistero. Siamo invitati a “vedere” Colui che è nato, che viene definito Signore e Re degli angeli. L’invito quindi fa un esplicito appello alla nostra fede perché il vedere deve poi sfociare nell’umile e fervente adorazione di Colui che è nato. La fede, ben alimentata, ci consentirà di riconoscere nel bambino il Re dei re e il Signore dei signori. Tutto ciò ci evita di cadere invece nella facile tentazione di sostituire l’occhio  luminoso della fede con quello annebbiato della ragione. La ragione infatti di certo ci distoglierebbe da Bethlehem, ancor più dalla grotta e forse anche dal Bambino perché lo vedremmo soltanto nella sua debolezza e nella nativa fragilità e, tra l’altro in un luogo e tra persone che nulla hanno di regale. A Bethlehem, specie in quella grotta, tutto è troppo piccolo rispetto alle nostre misure, tutto è povero e umile a confronto con le nostre attese di grandezza, tutto ci appare inadeguato rispetto alle le nostre urgenze di riscatto e con la nostra innata logica del potere. Di conseguenza ancora una volta trasferiremmo il natale nelle luminarie delle strade, negli addobbi variopinti delle vetrine dei negozi, nei piccoli presepi delle case, nelle feste mondane e nelle cene, continuando poi nel giro di poche ore o al massimo di qualche giorno i soliti inevitabili lamenti per i mali che ci affliggono ci restano incollati, spegnendo definitivamente la fede e la speranza. E il Bambino ancora oggi, dopo duemila anni non troverebbe posto nei nostri cuori e nelle nostre case; sarà rilegato in una grotta! Prima di muoverci allora, per evitare il buio triste della vita e l’amara delusione di un irreparabile fallimento, rimbocchiamo l’olio nella lampada, accendiamo la lucerna, facciamo ardere in noi la fede, imploriamola dal Bambino, poi “lieti e trionfanti” entriamo nella grotta. Così tutto ci apparirà luminoso: il nostro credo farà brillare la povertà trasformandola in sovrumana ricchezza, la stalla rilucerà più di una regia e soprattutto riusciremo finalmente a capire la grande lezione di amore, di misericordia e di umiltà che il buon Dio vuole darci con quella nascita. Se riusciremmo a leggere con la luce giusta, ci verrà spontaneo, portandoci magari spiritualmente nel presepio vero di Bethlehem, inneggiare al Signore con le parole di San Paolo:
Cristo, pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio; ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini. Apparso in forma umana, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce. Per questo Dio l’ha esaltato e gli ha dato il nome che è al di sopra di ogni altro nome; perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra;e ogni lingua proclami che Gesù Cristo è il Signore, a gloria di Dio Padre.
Non ci resta che piegare le ginocchia, dare spazio alla preghiera, lodare e benedire Dio, ringraziare di cuore il Bambino che è nato, ringraziare la Madre sempre Vergine, l’umile e solerte San Giuseppe e dopo scambiarci un fervente e cordiale Buon Natale, che sarà efficace per noi e per tutti voi. 
 

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Una Regione bellissima, con infinite potenzialità e molte occasioni davanti, ma che riesce a dividersi praticamente su tutto. Anche sul presepe donato alla santa Sede e che in questo Natale, all’insegna dell’austerity e della crisi, rappresenterà al mondo intero il nostro popolo. Una testimonianza di questo vezzo, molto lucano, è stata data nella vicenda della soppressione della provincia di Matera, oggi scongiurata grazie alla crisi del governo Monti che ha fatto saltare in aria molte riforme, tra cui il riordino delle province. In quella occasione, dopo le solidarietà e i passaggi istituzionali di rito, è venuta fuori la goliardia dei vessilli, e le città di Potenza e Matera hanno tirato fuori le insegne araldiche per una anacronistica guerra tra i comuni. Intendiamoci bene, le due città hanno duellato, non le province o i comuni delle province, inscenando una contesa alquanto lontana dagli interessi della gente e soprattutto della periferia della regione. Oggi invece è toccato al presepe. Il simbolo sacro segno dell’unità, simbolo per eccellenza della concordia e dell’umiltà è diventato nuovo campo di battaglia fra istituzioni, sotto lo sguardo allibito, ma forse anche un po’ disincantato, dei lucani. I fatti sono quelli della cronaca delle ultime ore.  Qualche giorno fa il presidente De Filippo ha partecipato alla conferenza nella sala stampa del Vaticano, alla presenza del segretario del Governatorato, mons. Giuseppe Sciacca, per presentare “il presepe lucano” al mondo. Ieri una “nota amara” del presidente della Provincia di Matera Franco Stella, rimarca il mancato invito dell’Ente che egli stesso rappresenta alla conferenza stampa. Una nota del segretario regionale della Dc-Libertas Giuseppe Potenza, poi, riporta l’angosciata preoccupazione del suo partito per i soldi pubblici lucani spesi nell’impresa, scomodando persino la questione Vatileaks e paventando lo scrupolo per un improbabile “soccorso lucano alla Santa Sede”. Il tutto, ed è la cosa che più fa rabbia alla nostra gente, a nome dei lucani. Al di là di chi fosse presente alla conferenza stampa in Vaticano (sembra che il nodo della questione fosse la presenza del sindaco di Matera Salvatore Adduce), la polemica di queste ore dimostra come in Basilicata gli aspetti più deleteri della politica abbiamo pervaso ormai fino in fondo le istituzioni. La battaglia di sopravvivenza della provincia di Matera, vinta per abbandono del campo da parte dell’avversario, la battaglia di “Matera Capitale della cultura 2019”, già in parte vinta per la sua risonanza, sono aspetti che dovrebbero unire tutti per raggiungere fini comuni. Se poi si pensa che il presepe lucano del maestro Franco Artese è un ulteriore slancio alla città dei Sassi e all’intera regione, si capisce il vuoto che suscitano polemiche di questo tipo. Avremmo preferito raccontare più particolari di questa meravigliosa esperienza in Vaticano. Speriamo che la “Stella” cometa, quella che brilla davvero, porti a tutti maggiore luce di saggezza.

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Fare un salto di qualità nella programmazione del lavoro con le persone dello spettro autistico e passare da un’azione tesa a contenerne gli aspetti problematici ad un lavoro che guardi allo sviluppo delle sue potenzialità e delle sue competenze rinforzandone le autonomie. Non è un sogno irrealizzabile, ma il percorso formativo che propone il testo “Autismo e autonomie personali”, una guida rivolta a insegnati, educatori e genitori, scritta e sei mani da Flavia Caretto, psicologa e psicoterapeuta con alle spalle vent’anni di esperienza nel lavoro con le persone autistiche, insieme a Gabriella Dibattista e a Bruna Scalese. Edito da Erickson, nell’autorevole collana delle sue guide, il testo ha la grande capacità di prendere per mano i caregiver, coloro che si occupano delle persone con autismo, e portarle lungo un percorso di approccio al lavoro di accompagnamento alle autonomie che parte dalle conoscenze acquisite, con una panoramica sui vari strumenti di valutazione utilizzati dagli esperti per misurare il livello di autonomia dei soggetti con queste problematiche, per giungere ad offrire all’operatore la conoscenza più appropriata per impostare un intervento educativo. Il panorama di intervento a cui si riferisce il testo è sicuramente molto ampio. Già nella fase introduttiva, infatti, le autrici guidano il lettore ad un approccio del tutto rinnovato alla problematica, estendendone  la classificazione ad uno spettro molto ampio che include anche quelle manifestazioni che si presentano con la cosiddetta “variante normale”, cioè quelle condizioni che non presentano effetti invalidanti, ma che in un futuro non molto lontano potrebbero essere tranquillamente inserite nello spettro autistico. Già oggi questo problema, spesso dissimulato e mal individuato, presenta un’alta incidenza nella popolazione. Nel mondo, infatti, il numero delle persone autistiche è stimato in un rapporto di uno su centocinquanta. Molto più di quanto si potrebbe pensare. Tanti casi ancora oggi, specie nelle aree meno attrezzate all’individuazione, restano confusi o celati sotto stereotipi che invece possono nascondere una problematica legata all’autismo. Anche per questo il testo della Caretto è un prezioso scrigno di conoscenza per chi, pur non essendo specialista, vive ogni giorno a contatto con i bambini. Per chi, invece, vive a contatto con persone che hanno già ricevuto una diagnosi di autismo, il percorso che il testo propone è quello di interagire con la persona autistica fino al punto di avere la profonda consapevolezza di come egli vede il mondo, integrarsi nel “suo” mondo per generare “l’adattamento nei due sensi” che non riguarda solo coloro che hanno in carico la persona ma l’intero gruppo sociale nel quale egli vive. In definitiva nell’intervento non bisogna pretendere di cambiare il loro mondo adeguandolo a quello degli altri, ma rispettarlo e capirlo per accoglierlo il più possibile, nella consapevolezza che una persona autistica rimarrà sempre “una persona autistica”, e che lo scopo dell’intervento educativo è quello di migliorare le sue autonomie per portare al meglio la sua qualità della vita. Senza la presunzione di cambiarla, finendo così per stravolgerla. Cosa direbbe ciascuno di noi se qualcuno lavorasse per stravolgere la sua vita?

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C’è un nemico comune da combattere per tutte le forme di disabilità. Un nemico subdolo e viscido che spesso si nasconde dietro forme e nomi diversi ma che ha la matrice comune in un sentimento tanto diffuso quanto dissimulato, in ognuno di noi: la paura. Avvicinarsi a chi appare diverso e fuori dagli schemi comuni della ‘normalità’ spesso è un atto di altruismo, di generosità, di slancio emotivo verso il prossimo, che fortunatamente va diffondendosi sempre più nella nostra società. Ma aprire il mondo nel quale è chiusa ogni singola esistenza destinata a vivere una condizione di svantaggio, è un’altra cosa. Avvicinarsi all’altro al punto da condividerne le sensazioni, lo stato d’animo, le gioie e le sofferenze, aprire lo scrigno della sua vita per comprendere cosa veramente lui desidera, sogna e spera, è un’altra cosa, è amore. E solo l’amore è capace di far vincere la paura, quella che si cela dietro la mano tesa che a un certo punto si ritrae, si ricompone nella normalità e nella quotidianità della vita di ciascuno di noi. Tra le tante condizioni di disabilità l’autismo è quella che più di ogni altra mette alla prova la volontà di avvicinarsi a chi è più debole, fino a compenetrare il suo mondo, forzare delicatamente il velo che lo separa dagli altri e condividerne la ricchezza di umanità. Per aiutare una persona autistica non basta tendergli la mano, bisogna afferrarla stretta e farsi trascinare oltre la coltre di buio che avvolge il suo universo di luce, vincendo la paura che frena questa condivisione.  Ma per fare questo bisogna prima vincere un’altra paura, più resistente e più tenace: la paura di guardare dentro se stessi.  Perché dentro ciascuno di noi c’è il desiderio di superare quel limite, quella soglia di avvicinamento che solo l’innata paura dell’ignoto di impone. Solo in questo modo potremo condividere la vita di una persona autistica e aiutarla a uscire dall’isolamento che caratterizza la sua condizione. Aumentare la sua autonomia, incoraggiare la condivisione delle sue abilità, che sono tante e spesso al di sopra della ‘norma’, accrescere la stima di se stesso e la sua fiducia nella società che lo circonda.    

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La messa da requiem per il turismo sul Pollino, che ieri è circolata su stampa e rete, non rende giustizia a quanti, operatori, associazioni, produttori e professionisti vari, operano nel settore turistico e cercano di dare una spinta ad un comparto difficile e pieno di insidie, ma anche pieno di potenzialità. Il terremoto non è certo una buona scusa per tirare somme disastrose. Proprio mentre leggevo l’intervento in questione pensavo al terremoto che ha colpito Assisi nel 1987. Anche allora ci fu uno sciame sismico che durò per mesi. Anche allora ci furono prime scosse con morti e crolli. Anche allora il battage mediatico fu tremendo, tanto più che le telecamere dei reporter ripresero dal vivo la scossa più forte e il crollo di alcune parti della storica Basilicata Superiore di San Francesco. Ma allora nessuno si sognò di cantare il “de profundis” al turismo umbro, e dopo qualche tempo cominciò la ricostruzione in vista del Grande Giubileo del 2000 che vide milioni di persone visitare i luoghi francescani.
Proprio in questi giorni, poi, assistiamo ad un altro evento calamitoso di impatto mondiale. L’uragano Sandy ha devastato mezzo mondo passando attraverso la costa orientale degli Stati Uniti e toccando gli stati di New York, New Jersey e Virginia. Nonostante tutto le cronache ci raccontano di due reazioni simboliche. Il sindaco di New York Michael Bloomberg ha annunciato che la grande Maratona di New York prevista per domenica prossima si terrà ugualmente, e una famosa una famosa steakhouse, l’Old Homestead, si è messa a grigliare carne in strada vendendo a 10 dollari bistecche altrimenti destinate ad andare a male, e normalmente in menu a 47 dollari. Capacità tutta newyorchese di affrontare anche gli eventi più drammatici trasformando i problemi in opportunità? Non sono in grado di dirlo. Ma una cosa posso affermare con certezza. Il popolo lucano, e in particolare la gente del Pollino, non è abituato a piangersi addosso, e non è certo opportuno gridare “alle scialuppe!” proprio in questo momento, invitando ad abbandonare la nave. È significativo, invece, che proprio mentre Rotonda tremava a causa della scossa più forte, i suoi prodotti di punta,  i Fagioli Bianchi e la Melanzana Rossa Dop, partecipavano alla vetrina più importante per le produzioni gastronomiche, il Salone del Gusto di Torino. Per ironia della sorte l’edizione di quest’anno della grande kermesse del Lingotto, si è svolta in tandem con Terra Madre, la rete che unisce a livello mondiale tutti coloro che credono nel valore della terra come fonte di sostentamento per l’uomo. A Rotonda, come altrove sul Pollino, la terra ha tremato e seminato paura. Ma è pur sempre “madre” e mai bisogna rinnegarla.

Francesco Addolorato

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Adesso che il volgere dei fatti ha aperto un nuovo capitolo nella storica vicenda della diga di Monte Cotugno, Senise può tornare ad assumere un ruolo più centrale, o se non altro meno marginale, nella politica della Basilicata. Trent'anni fa ad occupare le pagine della cronaca era il famoso "ratto del tappo", con il benevolo trafugamento del tappo della condotta dell'invaso trasportato nella piazza centrale del paese, quasi fosse lo scalpo della preda simbolo della vittoria, o l'ostaggio delle popolazioni locali contro l'arroganza dei colonizzatori. Dopo tanto tempo e nessun risultato dalla famigerata vertenza "dopodiga", si torna a parlare di prospettive di sviluppo e di crescita territoriale legate ai benefici della costruzione sul territorio senisese della diga in terra battuta più grande d'Europa. In realtà quello sbarramento sul fiume Sinni realizzato molti anni fa, sembra aver sbarrato anche il corso della crescita naturale di una popolazione che negli anni '70, quando il grande muro di cemento cambiò il volto al paesaggio e al decorrere della storia di questi territori, guardava più all'agricoltura e al piccolo artigianato che non alle grandi industrie, promesse come contropartita alla costruzione dell'invaso, e al turismo a cui oggi si addita come unica meta per una possibile crescita economica. Sia chiaro! La costruzione della diga di Monte Cotugno fu per Senise e per il Senisese una grande opera di civiltà. Con i cantieri della Lodigiani arrivò anche la SS Sinnica, che fece uscire questi paesi dall'isolamento, arrivò il benessere, il lavoro per tutti, la promozione sui cantieri per alcuni, e un rinnovato stile di vita, fatto di comfort, auto nuove e vacanze al mare. Ma come la bella stagione dell'amore quel tempo ebbe fine e, dopo il lungo periodo delle vacche grasse, sopraggiunse il tempo delle promesse. Via via i politici che si avvicendarono sui pulpiti dei comizi elettorali promettevano grandi industrie e provvidenziali insediamenti produttivi. Il popolo che era stato contadino e artigiano, divenuto all'improvviso e per sorte operaio, miracolosamente non emigrato, sognava di diventare salariato di una nuova, improbabile "Lodigiani", un nuovo munifico padrone capace di dare seguito all'ormai trascorso "miracolo diga". Fu così che nacque il "dopodiga". Una strana parola che tradotta significa "eterna promessa", "sogno interrotto" o più semplicemente ritorno all'amara realtà di un territorio che ha scarse possibilità di sviluppo. Così oggi si presenta l'occasione per giocarsi un'ultima carta. A dispetto di ciò che afferma l'abile assessore pugliese Fabiano Amati, che ha cercato di spiegare che la seconda condotta del Sinni in realtà non serve se non in caso di emergenza, l'esperienza ci insegna che l'acqua sta divenendo un bene sempre più prezioso. Altrimenti non si costruirebbero intorno ad essa autentici elefanti di governance economico-finanziaria, come AqL, Acqua Spa ed altro. Un meccanismo di ingranaggi economici e politici che fa a pugni con la caratteristica peculiare dell'acqua che San Francesco d'Assisi voleva "umile, preziosa e casta". Se riusciremo ad essere avveduti e intelligenti sarà proprio la semplicità di sorella acqua a salvarci dal naufragio. Magari lavando con la sua purezza anni e anni di inganni trasversali e promesse non mantenute.

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