Immagini scioccanti, indignazione, fiaccolate e il classico rituale dei mea culpa. Si è consumata così la triste vicenda della morte di Marcello Cimino, il clochard bruciato vivo a Palermo, nel portico della struttura di accoglienza dei frati Cappuccini. Una storia maledetta, una delle tante, liquidata come vicenda privata, un regolamento di conti, in fondo, senza nulla da regolare. Ma al di là della cronaca intesa in senso stretto, risoltasi con la confessione dell’omicida che ha anche dichiarato il suo balordo movente, resta l’amarezza di un episodio di povertà e di emarginazione, di disperazione e solitudine che è resa ancor più drammatica e inaccettabile dal contesto di ipocrisia che lo accompagna. A fronte delle tante parole che, nel merito, si sono susseguite in questi giorni, la riflessione dell’esponente della Caritas diocesana è stata la più lucida e rivoluzionaria. “Nella sua drammaticità, -ha scritto la Caritas- la morte del nostro fratello ci sprona a lavorare affinché si diffonda una cultura della non violenza, della solidarietà nella consapevolezza". Ecco, è proprio questo il punto: una cultura! Una cultura della non violenza, che si contrapponga alla dilagante cultura della violenza che caratterizza la nostra società, che spinge i giovanissimi a diventare bulli, i più forti a irridere e maltrattare i più deboli, e i più deboli ad essere preda di chi ha interesse a instillare odio sociale, pur non essendo affatto debole. È una sottocultura che nell’avversario fa vedere il nemico e in chi sta dall’altre parte il bersaglio da abbattere a tutti i costi. Con buona pace di Voltaire e della sua citatissima frase che recita “non sono d’accordo con quello che dici, ma darei la vita perché tu lo possa dire” (frase che tra l’altro Voltaire non ha mai pronunciato), nell’angolo di storia in cui viviamo chi non la pensa secondo il proprio metro di giudizio viene ricoperto delle più infamanti ingiurie e dei più torbidi sospetti, conditi di epiteti a dir poco disdicevoli. È così che il rogo che ha trasformato Marcello in una torcia umana viene alimentato da una benzina profusa quotidianamente da una cultura dell’odio sociale, che parte quasi sempre da una “giusta causa”, una violenza o un’ingiustizia subita, un diritto negato, e trasforma il cittadino in un giustiziere vendicatore, artefice dell’affermazione di un diritto che lo Stato non riesce a garantirgli. Risponde a questa stessa logica la quotidiana denigrazione e delegittimazione delle istituzioni, alle quali il cittadino sceriffo viene spinto a sostituirsi. È logico, in questa ottica, armare la mano di chi subisce un’ingiustizia e legalizzare (ma i radical scic del pensiero forte dicono “regolamentare”) l’omicidio per giusta causa. A questo punto è giusto considerare che la pira funeraria su cui ha bruciato il corpo di Marcello è stata costruita con i tronchi del nostro odio quotidiano, quei tronchi che non riusciamo a vedere nei nostri occhi ma che distinguiamo benissimo in quelli degli altri. E forse è per questo che nel messaggio per la 51ma Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali, Papa Francesco, ha voluto mettere in guardia dal rischio che si corre seminando odio sociale attraverso i media, siano essi i social, le colonne dei giornali o i talk show televisivi, dove pontificano gli opinionisti del pugno di ferro. “Già i nostri antichi padri nella fede –spiega Francesco nel messaggio- parlavano della mente umana come di una macina da mulino che, mossa dall’acqua, non può essere fermata. Chi è incaricato del mulino, però, ha la possibilità di decidere se macinarvi grano o zizzania”. Avere la consapevolezza dei problemi e delle emergenze sociali, denunciare la corruzione politica e istituzionale, è un dovere di verità a cui nessuno può sottrarsi. Ma quando si tratta di seminare occorre decidere quale seme mettere nei solchi della nostra società sofferente. E seminare vento produce sempre tempesta!

Francesco Addolorato

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Parte il 2017, accompagnato dai rituali auspici positivi e dai propositi di fare bene e, se possibile, meglio rispetto all’anno appena passato. Con il nuovo anno, però, parte in sordina una nuova e fondamentale stagione politica che sarà scandita da immancabili appuntamenti elettorali.
Il 2016 si è chiuso con la bocciatura della riforma Boschi e con un nuovo governo nazionale, cose che molti hanno visto come brusche frenate del percorso riformatore del nostro sistema paese o, peggio, come un ritorno al passato o un impantanamento nella palude della irriformabilità dell’Italia.
La politica è per sua natura evolutiva. Per bloccare i processi democratici occorre ricorrere alle dittature, che, come ci insegna la storia, altro non fanno che spingere negli ipogei delle dinamiche sociali e ideologiche, le immancabili e irrinunciabili vicende dei percorsi della storia.
Nessuna palude, dunque, né ritorno al passato, giurassico o mesolitico che sia, ma un continuum sulla linea della storia che guarda inevitabilmente avanti, nel rispetto della natura del tempo, che è diacronico, e la politica è una delle attività umane che più di ogni altra può dirsi diacronica, nella quale nulla accade per caso o per avventura, o peggio, come alcuni sostengono, perché nuovi e diabolici marchingegni, come la tanto decantata “post-verità”, inquinano le acque degli avvenimenti. Gli avvenimenti scorrono, non sono mai acqua stagnante, per cui è difficile inquinarli senza ricorrere a null’altro che alla menzogna e alla falsità.
Per questo non credo alle rivoluzioni e alle palingenesi della democrazia, soprattutto se vengono da movimenti che non hanno nei loro meccanismi vitali la collegialità di organi democraticamente eletti e si appellano a un vago quanto plasmabile tribunale del popolo.
L’anno che abbiamo davanti rappresenta un appuntamento importante per l’esercizio della democrazia, ma un test elettorale alquanto modesto. Si voterà in 990 comuni, tra cui quattro capoluoghi di regione, mentre il rinnovo del parlamentino siciliano sarà la prova politica di livello più alto sulla quale si potrà misurare il termometro del trend nazionale, anche perché in questa regione si voterà anche per le amministrative di Palermo. Per il resto non ci saranno grandi città al voto. In Basilicata si rinnoveranno 24 consigli comunali, di cui 19 in provincia di Potenza e 5 in quella Matera. Anche nella nostra regione, dunque, il test sarà alquanto limitato.
Questo permetterà di sganciare la competizione amministrativa dalle grandi tematiche nazionali, che a volte distorcono e limitano il confronto locale, e di concentrarsi sulle problematiche territoriali, permettendo così di misurarsi sulla conoscenza dei problemi delle comunità, sulla competenza nell’affrontarli e sui programmi che si sottopongono ai cittadini.
Una situazione ideale per fare delle elezioni amministrative altrettanti laboratori di progetti politici e per non finire con lo scimmiottare atteggiamenti e slogan nazionali che spesso nulla hanno a che vedere con le realtà locali.
Una manna dal cielo per una politica che gracida in mezzo al guado di problemi irrisolti, assenza di prospettive, impoverimento delle famiglie e stagnazione dello sviluppo territoriale, il cui confronto è troppo spesso intorbidito da populismi e antipopulismi di maniera, da ipocriti conati di antipolitica, che è sempre di moda, e da rampantismo giacobino che offre a buon mercato illusioni di soluzioni rivoluzionarie via web.
Nel mare di cotanta insufficienza di politica si può ripartire dalle amministrazioni locali, che possono diventare i luoghi reali in cui la politica incrocia i veri problemi della gente e si misura con essi, realizzando l’unico reale obiettivo per cui gli uomini possono continuare a cimentarsi in questa antica e complessa arte: migliorare la società in cui viviamo e renderla più giusta ed equa, senza lasciare indietro nessuno e soprattutto senza seminare odio, spacciandolo per dissenso e facendone nascere null’altro che confusione e inutili guerre.

Francesco Addolorato

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La memoria di San Giovanni Paolo II che ricorre il 22 ottobre, porta con sé le parole con le quali il nuovo pontefice, venuto da un paese lontano, si presentò al mondo, ancora turbato per il brevissimo pontificato di Giovanni Paolo I che regnò solo per 33 giorni.
Quando il 22 ottobre del 1978 Karol Wojtyla si affacciò dalla loggia di San Pietro, le sue parole sembrarono proprio dissolvere quei timori e quei turbamenti, e il mondo intero si sentì rassicurato da quelle straordinarie parole: “non abbiate paura! Aprite, anzi, spalancate le porte a Cristo!  Alla sua salvatrice potestà aprite i confini degli Stati, i sistemi economici come quelli politici, i vasti campi di cultura, di civiltà, di sviluppo. Non abbiate paura! Cristo sa ‘cosa è dentro l’uomo’. Solo lui lo sa!”
In pochi secondi l’umanità capì che si affacciava sul corso della storia una figura straordinaria, che avrebbe aperto i cardini del mondo, ancora troppo chiuso nei rigidi schemi della guerra fredda e di un’Europa ancora divisa in due.
Eppure quell’ “aprite le porte” è espressione antica, cara a Davide, che nel salmo affermava con forza e determinazione: “sollevate, porte, i vostri frontali, alzatevi, porte antiche, ed entri il re della gloria.” Karol Wojtyla, che aveva attraversato i campi di concentramento e conosciuto la persecuzione comunista sui cristiani, si presentava ora come la guida verso il nuovo mondo, colui che avrebbe accompagnato l’umanità verso il nuovo millennio.
Allo stesso tempo, però, il pontefice venuto dall’Europa dell’Est, primo Papa non italiano dopo 455 anni, sceglieva di affidare questa grande sfida della chiesa al volto umile e rassicurante della Madonna. “Tutus tuus” fu il motto del suo pontificato, interamente cristologico e pienamente mariano, proprio come la più grande eredità che lasciò alla chiesa e ai fedeli: i misteri della luce che arricchiscono il Santo Rosario.
Densa di significato e di simbolo è la data in cui ha scelto di consegnare alla chiesa il documento col quale istituiva questa storica integrazione di misteri. Era il 16 ottobre 2002, a 25 anni esatti dalla sua elezione, quando emanò la lettera apostolica Rosarium Virginis Mariae, che conteneva una breve ma profonda riflessione sulla preghiera del santo Rosario e quella che egli esso definì, con l’umiltà che lo ha sempre contraddistinto, “una opportuna integrazione, per potenziare lo spessore cristologico del Rosario, lasciata alla singola valorizzazione dei singoli e delle comunità” (RVM 19).
Fu il suo giubileo personale, a 25 anni dall’elezione al soglio pontificio, per un ministero iniziato sotto il segno di Maria e a Lei consacrato con questa storica innovazione in una delle preghiere più antiche della chiesa.
I misteri della luce sono quelli della vita pubblica di Gesù, durante la quale rivelò il Regno del Padre nella sua stessa persona. Nell’oggi quotidiano quel Regno si realizza nei sacramenti, che sostengono la chiesa, che a sua volta custodisce la rivelazione della luce del vangelo.
È stupefacente vedere come il mistero dei sacramenti si nasconda nel messaggio più profondo del misteri della luce del Rosario, introdotti da Papa Wojtyla.
Il primo mistero, il battesimo nel Giordano, è l’inizio della rivelazione e rimanda al nostro battesimo e alla vita eterna che si rivela in noi; il secondo, le nozze di Cana, richiamano il sacramento del matrimonio, dove il vino nuovo è la vita dell’unica persona uomo e donna; il terzo, l’annuncio del Regno, richiama il sacramento della riconciliazione (RVM 21), in quanto annuncio della misericordia di Dio e invito alla conversione. Nel vangelo di Marco l’annuncio del regno è seguito dall’ammonimento: “il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete al vangelo”. Il quarto mistero è quello della luce per eccellenza, la Trasfigurazione, segno del sacerdozio ministeriale ma anche di quello universale, col quale l’uomo è chiamato a trasformare in messa quotidiana ogni suo gesto e ogni suo sacrificio; e infine il quinto mistero che è quello dell’istituzione dell’Eucarestia, il pane che alimenta di divino la vita dell’uomo.
Come si può vedere, nel ritmo dei misteri della luce si completa il quadro della rivelazione, che in Giovanni Paolo II era straordinariamente chiaro: contemplare con Maria il volto di Cristo, e in Maria vedere l’icona perfetta della maternità della chiesa.
In poche decine di Rosario Giovanni Paolo II ci ha lasciato il compendio del suo intero pontificato.

Francesco Addolorato
 

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Se Cristo è il volto del Padre che mostra agli uomini la sua misericordia i Santi sono l’immagine di Cristo che cammino insieme agli uomini, nella loro storia e nel loro quotidiano pellegrinaggio.
La visita delle spoglie di Sant’Andrea Avellino a Senise ha rafforzato il cammino giubilare della comunità in questa sua fase finale, riportando in questo paese un uomo che ne percorse le strade ben 5 secoli fa, e che oggi di nuovo torna a far visita a questi stessi luoghi.
Ma che senso ha oggi, per noi uomini del duemila, venerare la santità di un uomo del ‘500, di una persona che visse in un mondo e in una realtà così lontane da noi? Potremmo esercitarci a cercare le tante rassomiglianze che uniscono l’universo cinquecentesco del giovane Lancillotto da Castronuovo e il nostro tempo, e magari potremmo trovare sorprendenti analogie, ma non è questo che deve guidare e ispirare il nostro rapporto con Sant’Andrea. Il vero segno che ha percorso le strade di Senise nei giorni 14 e 15 ottobre scorsi è la “santità possibile”.
Attraversare la porta santa significa entrare nel solco della santità, decidere di camminare lungo un percorso nuovo che va dritto verso Dio e che nel cammino si porta quotidianamente la presenza di Cristo.
Per questo è assolutamente significativo ed eloquente il fatto che la chiesa del piccolo Castronuovo sia una delle porte sante attraversando le quali si possono lucrare i benefici giubilari, naturalmente alle solite condizioni. Sant’Andrea ha spalancato alla misericordia divina il portone di una piccola chiesa di un piccolo paese lucano, quello dove lui è nato e dove ha mosso i primi passi, quando era ancora Lancilotto, nome troppo ingombrante e inadatto per un religioso che aveva intrapreso la strada dell’umiltà e della povertà entrando nei Teatini di San Paolo Maggiore a Napoli. E così, abbandonando tutto, abbandonò anche quel nome, che sapeva troppo di regalità e di nobiltà umana, e per abbracciare la nobiltà dei voti lo cambiò in Andrea, l’apostolo fratello di Pietro, il prescelto.
Come allora anche oggi Sant’Andrea gira tra le comunità cercando conversione e portando misericordia, continuando a predicare che la santità non è cosa del cielo ma della terra, e comunicando a tutti il vero significate del Giubileo, che non è una sanatoria dei peccati dell’uomo ma l’inizio di una vita nuova. Dio non ha bisogno di un anno straordinario per cancellare i peccati dell’uomo, lo ha già fatto una volta grazie al sangue di Cristo, ma è l’uomo che ha bisogno di cambiare vita. Attraversare la porta santa è assumersi un impegno, quello di convertirsi, è entrare in una dimensione nuova, la porta santa è una porta per entrare non per uscire.       
Il vero significato del Giubileo, all’origine, era assolutamente pratico, e consisteva nella liberazione degli schiavi, nella remissione dei debiti e nel riscatto della proprietà. Cose concrete che avevano un senso ben preciso: l’inizio di una nuova vita, la possibilità di rinascere. Per gli schiavi la possibilità di tornare nelle proprie famiglie riscattati dal giogo della servitù. Per il debitore la cancellazione del debito, secondo quanto si legge nel Deuteronomio: “apri generosamente la mano al tuo fratello povero e bisognoso del tuo paese”. Il riscatto della proprietà per coloro che avevano venduto le proprie terre “in base al numero degli anni trascorsi dopo l’ultimo giubileo”, recita il Levitico, perché “le terre non si potranno vendere per sempre, perché la terra e mia (dice il Signore) e voi siete presso di me come forestieri e inquilini”.
Ecco perché la porta santa si attraversa nudi, senza l’incombenza delle cose terrene, come San Francesco attraversò la porta della propria casa lasciandosi dietro le ricchezze paterne.
Ed ecco perché Sant’Andrea che passa per le nostre strade viene a ricordarci il volto della misericordia di Dio Padre che è sempre lì pronto a darci un’altra possibilità.  

Francesco Addolorato

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Quando una comunità è colpita da una tragedia come quella che Senise subì nell’alba del 26 luglio 1986, qualcosa di profondo cambia nella coscienza collettiva. Soprattutto se l’evento drammatico si porta via otto persone, tra cui quattro bambini.
Siamo arrivati a ben trent’anni dalla frana della tristemente famigerata collina Timponi, ma la ricorrenza è servita più che altro a dimostrare quanto quella drammatica giornata di un luglio arido e infuocato sia stata letteralmente rimossa dalla coscienza dei senisesi. Al di là dell’encomiabile ritualità della memoria, il bilancio della nostra comunità con le vittime di quel tragico evento è saldamente in passivo.
Sono certo che se chiedessimo a ragazzi che oggi hanno 16 anni cosa accadde allora, non saprebbero rispondere, né sarebbero in grado di riconoscere nel paesaggio che hanno quotidianamente sotto gli occhi, il profilo di quello che resta della collina Timponi.
I latini la chiamavano damnatio memoriae, e aveva lo scopo esplicito di cancellare il ricordo di una persona e di una cosa. Per la frana di Senise si può parlare di una condanna della memoria non esplicita, intrinseca, forse anche inconscia, ma palpabile nel silenzio che la accompagna e nell’abbandono in cui versa da anni la collina Timponi, ormai quasi irraggiungibile, come irraggiungibile è la statua della madonnina che svetta sulla cima di ciò che ne è rimasto, circondata da vegetazione incolta e selvaggia.
Né si è mai pensato di dare seguito all’azione che l’amministrazione comunale di allora avviò nel 2006, con la posa del cippo lapideo all’inizio della strada che porta al rione interessato dalla frana. Su quella pietra sta scritto “Rione XXVI luglio 1986”, e l’idea era quella di dare questo nome a tutto il rione che sta a valle della collina per lasciare un segno indelebile della tragedia. Quando fu posta la pietra erano passati 20 anni dall’evento franoso, e l’allora amministrazione comunale, guidata dal sindaco Petruccelli, intese dare l’avvio al cambio del nome del rione. In quella occasione si celebrò una messa proprio sulla collina, presieduta dal vescovo mons. Francesco Nolè, a cui seguì una fiaccolata e lo scoprimento del cippo.
La storia, però, cambiò corso e il cippo rimase lì, ignorato per anni, e il “Rione XXVI luglio 1986” non è mai nato.
Eppure Senise ha una toponomastica molto fantasiosa e ideologica. Si pensi solo al fatto che abbiamo un viale che ricorda una strage di matrice di destra, come quella di Bologna, che è Via 2 agosto 1980, ma tranne l’inevitabile tributo ad Aldo Moro, non c’è traccia delle vittime del terrorismo rosso.  È solo un esempio ma vale a dimostrare il valore che si dà al nome di una strada. Se è così, allora, perché non c’è strada, né monumento, né uno straccio di lapide a ricordare le vittime del 26 luglio 1986? Perché la collina Timponi è stata abbandonata al degrado tanto da non riuscire a rendere raggiungibile neanche la statua della madonnina dall’area frontale, dove c’erano diversi sentieri? Perché ancora oggi non si trovano pochi centimetri di spazio per una lapide che ricordi quegli otto nomi: Rocco, Rita, Giuseppe, Linuccia, Francesca, Pinuccio, Maria e Maddalena?
Ora non resta che aspettare il quarantennale della frana per porre un’altra corona sotto il cippo che ricorda quel giorno.

Francesco Addolorato

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Fa un certo effetto vedere la piccola vasca al centro del proscenio dell’arena Sinni, e sullo sfondo la sterminata distesa d’acqua dell’invaso di Monte Cotugno, il più grande d’Europa, con il suo mezzo miliardo di metri cubi di capacità, che assiste come spettatore muto allo spettacolo che si celebra in suo onore.
L’immagine del piccolo specchio d’acqua in cui volteggia la nave greca di Alexios, l’ecista, fondatore di città, intorno a cui ruota il grande spettacolo “Magna Grecia. Il mito delle origini”, fa pensare a un giocatore di calcio tutto finte ed effetti, che gioca una partita da protagonista mentre il vero fuoriclasse assiste muto in panchina.
Diciamo subito che lo spettacolo che va in scena in quello che viene definito il macroattrattore di Senise, costruito con tecnologie d’avanguardia e con una formula che fonde diverse forme artistiche, è bello e accattivante, coinvolgente quanto basta e costruito su uno story bord che ha un elevato valore culturale.
Ma il ruolo di play maker dello sviluppo turistico dell’area del Senisese che gli è stato assegnato è forse eccessivo!
Certo, questa considerazione esula dal valore intrinseco dello spettacolo, che annovera nomi come quelli di Claudio Santamaria, Giancarlo Giannini ed Emir Kusturica, le cui performance artistiche sono proiettate su suggestivi schermi d’acqua. Non si può tralasciare, però, il fatto che tutto questo abbia ben poco a che fare con la rete di offerta turistica del territorio e, in particolare, con quella vocazione al turismo che da anni si attende per Senise.
Quando cala il buio della notte e si accendono le luci della ribalta tutto sembra possibile, ma appena la luce del sole illumina il lago, appare un gigante dormiente e dimenticato, le cui potenzialità di attrazione turistica sono a dir poco sottovalutate.
Argini soggetti a fenomeni di interramento, natura circostante incolta e malata, e area di passeggio in balia degli avventori più che degli sbalzi di livello dell’invaso. Né ci si accorge che l’avifauna sta lentamente abbandonando questa oasi naturale, dove un tempo si vedevano perfino i cigni, mentre gli unici animali che si vedono ora sono alcuni cavallini e un gregge che bruca la poca erba.
Eppure il vero attrattore è questo. Lo dicono i numeri, che vedono in continua ascesa il turismo verde, fatto di passeggiate e di fruizione di aree naturali, come quella che ruota intorno all’invaso di Monte Cotugno che ricade nel Parco Nazionale del Pollino. E invece questo gigante di acqua, che regala splendidi giochi di luci nei tramonti infuocati, è sottoutilizzato all’ennesima potenza. È lui che può trainare il suggestivo spettacolo della Magna Grecia, che ha visto la luce sulle sue sponde, dove si racconta una storia antica ed universale a cui tutti dovrebbero assistere, per il messaggio culturale che la sottende.
Qualcuno in questi giorni azzarda paragoni con la passerella sul lago di Iseo, che in pochi giorni ha fatto oltre un milione di visitatori.
Ma quella è Land Art, non sono effetti speciali!
È arte che valorizza l’arte naturale dei luoghi, già di per sé belli. E Christo Vladimirov Yavachev, il suo autore, non è Alexios, ma è un artista che da mezzo secolo disegna bellezze con le forme della natura.
E la natura in Basilicata è più che generosa.

Francesco Addolorato

 

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Cambiano gli equilibri politici fra i partiti presenti nel consiglio comunale di Senise e si profilano nuove maggioranze. O almeno così dovrebbe essere stando alla logica degli schieramenti.
La notizia è che il primo cittadino, Giuseppe Castronuovo, ha finalmente ritirato la sua tessera PD, e con lui l’hanno presa anche i consiglieri Giuseppe Uccelli e Luigi Le Rose, mentre l’avevano già in tasca da tempo Margherita Ferrara e Rocco Graziano. A dire il vero ha sottoscritto l’adesione anche Amedeo Castelluccio, che è assessore ma non consigliere comunale, avendo generosamente lasciato il posto da consigliere, in cambio dell’assessorato a mandato pieno, alla consigliera Filomena Amendolara, che invece è esponente socialista. Rimangono fuori dal partito Antonio Corizzo, Giuseppe De Gese e Giovanni Aasprella, che hanno costituito il gruppo autonomo “Per Senise” e sono passati all’opposizione, mentre Antonio Uccelli e Francesco Bulfaro girovagano fra i partiti di sinistra, il primo, e di centro che guarda a destra il secondo.
Insomma a stare ai numeri abbiamo una strana situazione, per cui non c’è la maggioranza consiliare ma ci sarebbe quella politica, con un piccolo se!
Se i due dem eletti nella lista di partito, Ferrara e Graziano, che hanno perso le elezioni, dovessero scegliere di traslocare in maggioranza, dalla quale manca l’appoggio dei tre dissidenti del gruppo “Per Senise”, ma che gode dell’appoggio incondizionato di Amendolara e A. Uccelli.
A causa di uno di quei balordi giochi della politica, che alcuni chiamano strategie, altri giochetti e altri ancora trasformismi, rimarrebbero a tenere la bandiera dell’opposizione Corizzo, De Gese e Asprella, in pratica due ex assessori di lungo corso e l’attuale presidente del consiglio comunale, insieme a Bulfaro che ha già salvato il sindaco dalle imboscate dei suoi ma che a questo punto sarebbe un responsabile pressoché inutile. 
Una situazione che nemmeno il buon Kafka sarebbe riuscito a immaginare, nonostante la sua fervida fantasia, ma che avrebbe ben ispirato amletiche meditazioni di marca shakespeariana.
L’unica a gongolare in tutto questo è la battagliera segretaria del circolo PD di Senise Rossella Spagnuolo che dopo gli epici duelli col sindaco sul tema opificio e rifiuti si trova a gestire un partito che annovera la metà dei componenti del consiglio comunale. Per lei, dopo un periodo in cui sembrava che il giocattolo dovesse scoppiarle tra le mani, si apre una stagione feconda dal momento che neanche un pazzo scatenato si sognerebbe di mandare a casa il sindaco del proprio partito, peraltro ora che è anche vicepresidente del Parco del Pollino, unico nella storia di Senise ad avere ricoperto questo incarico. E peraltro a un anno dalla scadenza del suo secondo mandato e con gli avversari politici ancora in alto mare.
Insomma la Spagnuolo è chiamata a svolgere l’insolito e insperato ruolo di ricompattare il partito intorno al sindaco. Le tocca per il suo ruolo. E immaginiamo che non lo farà senza incassare il dividendo politico che spetta alle segreterie in casi come questo.
Fantasie politiche? Forse, ma le posizioni in campo suggeriscono questa analisi e rendono possibile questo scenario.
A una sola condizione però, che qualcuno si decida a chiedere una verifica di maggioranza, per fare chiarezza nella nebulosa e prospettare una seria ipotesi di lista per la primavera prossima, quando si voterà per il nuovo sindaco di Senise e Castronuovo non potrà ricandidarsi per limite dei mandati. Almeno da sindaco!

 

Francesco Addolorato

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Con il suo discorso di fine anno Sergio Mattarella ha suggellato lo stile del suo mandato di Presidente della Repubblica Italiana.
Innanzitutto il luogo. Non lo studio, freddo e austero, a cui ci avevano abituato i suoi predecessori, ma il salotto di casa sua, quasi a voler dire che quella è la casa di tutti gli italiani che la massima carica dello Stato riceve con cortesia, seduto sulla sua poltrona, parlando a braccio in stile confidenziale e disteso.
Alle sue spalle, discreto ma non nascosto, c’è un presepe, simbolo non solo della tradizione partenopea e nazionale, ma della cultura italiana legata indissolubilmente alle principali verità della fede cristiana.
Poi i temi del discorso. La politica rimane alta e sullo sfondo delle grandi tematiche, con il riferimento all’economia, alla delicata situazione internazionale, all’immigrazione, su cui non cede ai luoghi comuni del buonismo di boldriniana fattura ma richiama al realismo della convivenza necessaria e feconda, all’economia, sulla quale esprime una cauta fiducia senza trionfalismi inopportuni, alla costituzione e all’Europa.
I temi più accorati sono quelli più vicini ai cittadini, “le difficoltà e le speranze” che animano la vita quotidiana, e che in passato non avevano avuto cittadinanza nei discorsi presidenziali di fine anno.
“Le famiglie in affanno” che “non vanno lasciate sole” e che per il presidente rimangono quelle tradizionali, poi gli anziani, gli ammalati e le persone disabili, sempre presenti nei pensieri di Mattarella. Non è un caso che nel suo indirizzo di saluto alle donne abbia nominato, insieme a Samantha Cristoforetti e Fabiola Gianotti, anche Nicole Orlando, la giovane ragazza down che ha vinto quattro medaglie d’oro ai mondiali paraolimpici in Sudafrica. Una menzione che rivela l’attenzione del presidente verso la disabilità, ma soprattutto la sua attenzione verso la voglia di normalità delle persone disabili e il loro diritto ad avere opportunità per raggiungere traguardi significativi per se stessi e per la società.
Ciò che colpisce è che il riferimento a Nicole è incorniciato nel riferimento ad altre due donne che svolgono un elevato ruolo sociale, due donne di scienza dall’alto profilo culturale come Fabiola Gianotti e Samatha Cristoforetti, che sul podio dell’umanità del presidente occupano lo stesso scranno di Nicole. D'altronde l’umiltà di queste due donne è la cornice migliore per accogliere una ragazza semplice, che nella sua vita ce l’ha messa tutta per raggiungere un risultato per lei importante.
Il quadro dei riferimenti di Mattarella nel suo discorso contempla, infine, il ringraziamento a Papa Francesco. Il suo ringraziamento al Pontefice “per l’alto magistero” che svolge, che è quello della Chiesa, ricorda a questa Italia che le sue radici sono da ricercare nel cristianesimo.
E questa sua semplice ed essenziale affermazione, unita a quella natività che accompagna il suo discorso dallo sfondo della sala, è la risposta migliore alle tante, inopportune e stupide battaglie che ogni anno, a Natale, si sviluppano intorno al presepe.

Francesco Addolorato

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Una delle cose più straordinarie che emergono dall’enciclica di Papa Francesco dedicata alla cura della casa comune, è la stretta relazione tra la natura e uno dei più grandi misteri del cristianesimo, quello della Trinità. È su questo presupposto che si fondano le conclusioni della Laudato si’, nel punto d’arrivo ad un concetto di spiritualità ecologica che passa attraverso una lunga catechesi, sapientemente strutturata pagina dopo pagina, che da un’ecologia meramente ambientalista conduce all’idea di ecologia integrale.
Il passaggio fondamentale che Francesco propone è il salto da un antropocentrismo deviato, che pone l’uomo al centro di un mondo ch’egli vorrebbe completamente ai suoi piedi, come suggerirebbe il “paradigma tecnocratico” della cultura moderna, a una relazione integrale in cui l’uomo si apre al “tu” del creato e, attraverso quest’ultimo, al “Tu” divino. “Infatti, non si può proporre una relazione con l’ambiente a prescindere da quella con le altre persone e con Dio. Sarebbe un individualismo romantico travestito da bellezza ecologica e un asfissiante rinchiudersi nell’immanenza” (LS 119). Si tratta di un passaggio terribile e magnifico di Papa Francesco, che boccia senza mezzi termini tutta quella melensaggine ambientalista e animalista di cui grondano i messaggi che spopolano in giro per il web e su altri canali. Come si può difendere la natura, argomenta ad esempio Bergoglio, e giustificare l’aborto?
Come si può coccolare fino alla nausea il proprio amico a quattro zampe e poi chiudere la porta al povero, al bisognoso, all’ammalato, allo straniero o alla persona diversamente abile?
È così che il Papa smaschera l’ipocrisia ambientalista che oggi si ritrova in molti messaggi e, ancor di più, quel progressismo pansessuale che fa tanto tendenza in questi ultimi tempi. Sentite cosa dice a proposito di ecologia umana.
“L’ecologia umana implica anche qualcosa di molto profondo: la necessaria relazione della vita dell’essere umano con la legge morale inscritta nella sua propria natura ….. L’accettazione del proprio corpo come dono di Dio è necessaria per accogliere e accettare il mondo intero come dono del Padre e casa comune; invece una logica di dominio sul proprio corpo si trasforma in una logica a volte sottile di dominio sul creato”. C’è quindi una stretta correlazione fra la confusione creata dalle teorie di genere e il degrado ambientale, che è da rintracciare nel medesimo desiderio, seppur latente e nascosto, di dominare la natura e con essa il creato tutto.
“Imparare ad accogliere il proprio corpo, ad averne cura e a rispettare i suoi significati è essenziale per una vera ecologia umana. Anche apprezzare il proprio corpo nella sua femminilità o mascolinità è necessario per poter riconoscere se stessi nell’incontro con l’altro diverso da sé. …. Pertanto, non è sano un atteggiamento che pretenda di ‘cancellare la differenza sessuale perché non sa più confrontarsi con essa’” (LS 155)
Più chiaro di così! Il gender e le sue conseguenze sono dominio del corpo e non accettazione e contemplazione della sua bellezza.
Per questo Papa Francesco mette in stretta relazione l’uomo, la natura e Dio, perché l’ecologia integrale è il presupposto di una spiritualità ecologica antica e nuova: antica perché è quella di Adamo, come spiega, citando San Bonaventura e San Tommaso D’Aquino (LS 239), nuova perché apre al futuro della vita eterna, e trova la sua immagine più completa nella “casa comune del cielo”.
L’ecologia integrale, afferma il Pontefice, è una realtà terribilmente semplice, che si basa sull’amore per le cose piccole, per le cose semplici e per la sobrietà di vita, che ci permette di contemplare la bellezza infinita di Dio, come faceva San Francesco nel cantico delle Creature. Una realtà che “non deve essere costruita, ma scoperta e svelata”. Questo implica che l’uomo moderno accetti che c’è un Dio che viene prima, che ha creato il mondo, e nella sua armonia ha nascosto il mistero della Trinità.

Francesco Addolorato

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