E' a base di alghe il prototipo di Margarita Talep

 

Una proposta rivoluzionaria quella della designer cilena Margarita Talep. Partendo dalle alghe, e più precisamente dall’agar-agar, la designer cilena, è riuscita a realizzare il prototipo di una speciale bioplastica in grado di biodegradarsi in modo del tutto autonomo. Una plastica sostenibile e biodegradabile, realizzata con ingredienti naturali e pensata appositamente per il packaging di prodotti alimentari secchi, come pasta e biscotti. Una soluzione parziale ma che potrebbe diventare un valido sostituto di una buona parte della plastica oggi presente sugli scaffali dei negozi e dei supermercati di tutto il mondo. Il materiale proposto viene prodotto attraverso una miscela a base di acqua e alga agar-agar portata ad una temperatura di 80 gradi. La miscela risulta trasparente, ma un eventuale colore può essere ottenuto attraverso l’aggiunta di sostanze naturali, estratte ad esempio dalla buccia di frutta e verdura, versata su uno stampo e portata a temperatura ambiente, questa assume la consistenza di un gel che una volta asciutto diventa simile a un sottile foglio di plastica. Rigidità, flessibilità e spessore possono ovviamente essere regolati in fase di preparazione, aggiungendo una più alta percentuale di alghe o utilizzando stampi ad hoc. Le confezioni realizzate da Margarita Talep, che possono essere sigillate con il calore per evitare l’uso di colle e affini, si biodegradano in poche settimane, precisamente, nell’arco di due mesi a temperature estive e di tre mesi a quelle invernali. Un valore aggiunto ma ad oggi con costi più elevati rispetto a quelli dei polimeri tradizionali anche a causa di tempistiche e tecniche di lavorazione più complesse. L’elevato prezzo rispetto ai petrolchimici termoplastici rimane una delle cause della lenta adozione di imballaggi in bioplastica. Questa recente proposta si va ad affiancare agli altri esperimenti che continuano ad essere svolti in tutto il mondo e che vedono sempre le alghe come alternativa alla tradizionale plastica: un esempio è la capsula d’acqua che può essere bevuta, anzi inghiottita, nella sua interezza, senza la necessità di alcuna bottiglietta. Secondo le previsioni l’Asia diventerà il principale centro di produzione di bioplastica nei prossimi anni, grazie anche a progetti di grande portata in Thailandia, India e Cina da cui proverranno, entro il 2020, oltre tre quarti di questi materiali. L’Europa è in prima linea nella ricerca e nello sviluppo di tecniche produttive, ma non ha una forte capacità di fabbricazione, anche a causa della mancanza di materia prima propria da impiegare, ma sono tanti i settori alimentari in cui comunque i polimeri a base bio stanno iniziando a sfidare le plastiche tradizionali. Grazie all’opzione green adottata da numerose multinazionali nei loro piani di crescita a lungo termine, oggi c’è un grande potenziale di innovazione e diversificazione dell’offerta, che prima si basava solo sulle plastiche tradizionali: capsule per il caffè, shopping bag, stoviglie monouso. Inoltre diverse industrie leader nella produzione di bevande hanno espresso l’intenzione di sostituire le bottiglie tradizionali in PET con il loro equivalente in materiale bioplastico (BIO-PET e PEF). Le ricerche continuano, le idee non mancano, intanto diversi studi dimostrano che sicuramente oggi c’è una maggiore attenzione alla sostenibilità degli imballaggi da parte sia delle aziende sia dei consumatori e questo alimenta la domanda di mercato.

Silvia Silvestri


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