È un dato di fatto: il rapporto di forza tra uomini e donne è cambiato nel tempo ma i dati statistici internazionali ci dicono che l’Italia continua ad arrancare in tema di uguaglianza di genere.
Sul fronte dell’istruzione, abbiamo assistito ad un “sorpasso di genere”: le donne, immaginando una futura entrata nel mercato del lavoro e quindi non immaginando il lavoro solo come una fase della loro vita o in subordine o ad intermittenza rispetto ad altri impegni, studiano di più, sono la maggioranza tra i laureati e prendono i voti migliori.

Nell’anno accademico 1990/91 il tasso di iscrizione femminile inizia a superare quello maschile, una tendenza che si è accentuata nel corso degli anni e che perdura anche oggi e la svolta non si è avuta solo in Italia ma questo è ciò che è avvenuto, in media, a livello internazionale. Sono molti di più gli uomini che abbandonano precocemente la scuola, e non sempre per guadagnare di più nell’impresa sotto casa. Nel 2016, la quota di giovani maschi tra i 18 ed i 24 anni che sono usciti precocemente dal sistema di istruzione e formazione superava di quasi cinque punti percentuali quella delle giovani donne (11,3% contro 16,1%), un divario di genere fra i più alti in Europa. La medicina è fra i settori che ha registrato un maggiore aumento della presenza femminile, ma ciò che importa sottolineare è che oggi un numero crescente di donne si identifica con un mestiere non connotato dal genere, dal medico, all'avvocato, all'impiegato pubblico e privato, seppur ancora con troppa fatica, nonostante i pregiudizi, la maternità e la legenda delle pari opportunità.
La criticità si riflette in più aspetti della vita delle donne, poiché ciò che traspare è che oggi una donna non è sempre libera in ogni fase della sua esistenza, spesso le scelte risultano condizionate dalle scelte di qualcun altro o dall’aver semplicemente scelto di avere una famiglia e pertanto, soprattutto nel momento in cui la famiglia si allarga,
la donna diventa sempre più frequentemente “percettore secondario” di reddito, potendo scegliere cosa fare del proprio tempo solo in seconda battuta, in risposta a tutte quelle esigenze familiari a lei strettamente collegate.   
La realtà che si evidenzia dai risconti registrati è che il freno a cambiamenti veramente radicali nei rapporti di forza fra i sessi nel nostro Paese sembrerebbe affondare nell’economia della famiglia, più che nei percorsi di istruzione o negli stereotipi occupazionali. Se guardiamo alle donne nel mercato del lavoro (pagato) in una prospettiva storica e limitandoci a contare quante di esse lavorano, i progressi sono innegabili: nei quarant’anni che separano il 1977 dal 2017 si è passati da una donna in età lavorativa occupata su tre (il 33%) a quasi una donna su due (il 48,2%), questo poiché a differenza degli altri Paesi il nostro è quello che dà minore sostegno alla famiglia, dal punto di vista economico ma anche organizzativo e legislativo.
Nel 39% delle coppie in età lavorativa la donna non guadagna affatto e in un ulteriore 36% raggiunge al massimo i quattro quinti del guadagno del proprio marito o compagno, se non meno.
Fra i giovani le disparità di reddito sono notoriamente inferiori, le disparità evolve nel tempo, condizionata da tutele incomplete, programmi superficiali, elementi sociali arcaici e generalmente a sfavore della donna, ancor più se oggi una donna sceglie di diventare anche madre.
Ci si consola con l’idea che la ricchezza non si identifica sempre con il denaro e che, se è vero che un essere umano costruisce la propria identità anche attraverso il lavoro, non vuol dire che chi un lavoro retribuito non ce l’ha si trovi in una posizione di debolezza: è difficile pensare ad una società futura senza lavoro ma è altrettanto difficile vedere un futuro per la società senza la famiglia, i figli e qualcuno che se pur in modo più silente lavora per gli uomini e le donne di domani. Una consolazione ma non una giustificazione alla rassegnazione, tutt’al più un’ispirazione, un punto di partenza per più eque prospettive.

Dott.ssa Silvia Silvestri

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Un’efficace integrazione tra vita lavorativa e vita familiare è promossa dagli strumenti normativi che lo Stato mette a disposizione delle famiglie e che nel tempo,inevitabilmente, contribuiscono a determinare anche la situazione socio-demografica del Paese. L’interdipendenza tra famiglia e lavoro andrebbe considerata con particolare attenzione, poiché non solo sono ambiti in continuo contatto ma sono da sempre anche reciprocamente influenzabili. Se è vero che il lavoro, in quanto fonte di reddito, è funzionale al sostentamento della famiglia, la famiglia spesso è il motore emotivo che porta l’individuo a sostenere il peso del lavoro. I diversi tipi di congedi lavorativi nati per rispondere a delle effettive esigenze familiari e previsti dal “Testo Unico delle disposizioni legislative in materia di tutela e sostegno della maternità e paternità” forniscono ai genitori delle agevolazioni assolutamente utili a conciliare i propri diritti lavorativi anche con situazioni familiari talvolta più impegnative e meno semplici o che comunque in alcuni momenti richiedono maggiore presenza, come quelle che si creano ad esempio nel caso in cui si verifichi la malattia di un figlio. Il congedo per la malattia del figlio, è diverso dal congedo parentale in quanto non è retribuito ma può essere richiesto da entrambi i genitori lavoratori dipendenti, sia pubblici che privati, per assistere il proprio figlio malato e il datore di lavoro non può effettuare verifiche sull’effettività della malattia del minore, richiedendo all’Inps l’invio del medico fiscale per la visita di controllo. La fruizione del congedo deve essere alternata, ovvero i genitori non possono fruirne contemporaneamente per gli stessi giorni, ma può essere richiesto anche se l’altro genitore non ne ha diritto, in quanto ad esempio disoccupato. L’assenza per malattia del figlio è regolata dall'art. 47 del D.L.vo n. 151/2001 al comma 1 e tale normativa non è cambiata anche dopo l'entrata in vigore del nuovo congedo parentale Inps. I genitori possono richiedere questa tipologia di congedo fino all’età di otto anni del bambino e se quest’ultimo è di età compresa tra i tre e gli otto anni, l'astensione è limitata a cinque giorni l'anno per ciascun genitore, mentre nei primi tre anni di vita del bambino può essere richiesta senza limiti di tempo, anche se la malattia non è considerata in fase acuta. Per i genitori occupati nel pubblico impiego è previsto un trattamento di maggior favore, poiché fino ai tre anni di età del bambino, i primi trenta giorni di congedo per la malattia del figlio sono interamente retribuiti, mentre questo negli altri settori, generalmente non avviene, seppur in alcuni casi la contrattazione collettiva nazionale può prevedere anche trattamenti più favorevoli. Ciò premesso, i periodi di congedo per malattia del figlio, retribuiti e non retribuiti, sono comunque considerati di “effettivo servizio” per il personale assunto a tempo determinato e indeterminato, ma per fruirne è necessario presentare un certificato rilasciato da un medico specialista del Servizio Sanitario Nazionale o con esso convenzionato, oltre ad una autocertificazione in cui si dichiari che l'altro genitore non si è assentato dal lavoro negli stessi giorni per il medesimo motivo. Riconoscere l’interdipendenza tra il lavoro e la famiglia, così come l’importanza di entrambi i genitori nella crescita dei figli e la parità nella condivisione delle cure che ognuno di essi è chiamato a offrire è un obiettivo auspicabile per il nostro Paese, peccato, che ad oggi, non tutti i congedi esistenti siano fruibili allo stesso modo da entrambi i genitori o sempre retribuiti.

Dott.ssa Silvia Silvestri

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Dopo il caffè espresso, ecco che arriva il divorzio espresso. Per semplificare una pratica logorante e complicata,in Gran Bretagna, presto non servirà altro che la compilazione di un modulo on line e un banalissimo click.L’esperimento è già iniziatoa Nottingham,ma presto, annuncia il DailyTelegraph, questa procedura sarà disponibile anche nel resto del Paese, poichéda quanto stimato,per i tribunali inglesi è previsto un risparmio pari a 250 milioni di sterline, oltre che tanto lavoro in meno da smaltire. Secondo il sistema tradizionale, entrambi i coniugi devono compilare moduli cartacei, inviarli al tribunale e assumere un avvocato,indispensabile per concludere la pratica, arrivandospesso a spendere anche più di 1000 sterline, ma ora grazie al supporto della tecnologia il risparmio,economico e di tempo, sarà notevole e soprattutto per tutti. Il divorzio digitale potrà essere utilizzato solo da chi sceglierà una separazione consensuale, nulla cambierà in caso di questioni irrisolte e in caso di patrimoni da dividere, in questi casi, unica opzione resterà il ricorso ad un giudice. L’esperienzadunque, non è accessibile ai coniugi stile Roses, ma è una vera e propria svolta per tutti coloro che, pacificamente consenzienti, condividono l’idea di una separazione “armoniosa” o perlomeno smart. Il lieto fine non è uguale per tutti e la maggior parte delle volte non è affatto come nelle favole o nei film romantici. Molte coppie per realizzare il loro sogno d’amore si sposano, ma non tutti restano insieme per tutta la vita e separarsi non è sempre facile, anzi, il più delle volte è doloroso e complicato, perché la separazione non segna solo la fine di un amore, ma la fine di un progetto e di un sogno condiviso.Le speranze che anticipano questa nuova risoluzione dei matrimoni sono quelle di offrire a cittadini ma anche alle Istituzioni una strada nuova ed efficace per risolvereil matrimonio in tempi brevi,perlomeno le situazioni più semplici, seguite da un modo per mettere velocemente la parola fine a una fase comunque sempre triste della vita, lasciando maggiore spazio al futuro, qualunque esso sia. Mentre in Italia si sperimenta il divorzio veloce,In Gran Bretagna il Governo sembra aver iniziato una vera e propria rivoluzione procedurale, seppur bisogna riconoscere che il primo Paese che ha testato l’efficacia del divorzio via web è stato il Portogallo già nel 2008, attraverso una procedura rapida, gratuita, sicura e riconosciuta, ma sempre a condizione che il divorzio sia consensuale e tra coniugi senza figli o beni in comune.

Silvia Silvestri

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Nei prossimi tre anni il governo russo investirà 500 miliardi di rubli - circa 7,2 miliardi di euro - in misure per incentivare la natalità, l’investimento è stato richiesto dal Presidente Putin un paio di giorni fa, nella speranza di migliorare la situazione demografica del Paese: assegni ai genitori meno abbienti per il primo figlio e prolungamento del sussidio per le madri che avranno un secondo o un terzo bambino. In Italia ancora tante sono le incertezze in merito ai nuovi provvedimenti in cantiere a sostegno delle famiglie e sulle sorti di quelli già esistenti, ma potrebbe arrivare proprio questo Natale una nuova agevolazione che prevede un contributo di circa 150 euro al mese per ogni figlio a carico, per tutti i nuclei familiari con un reddito ISEE inferiore a 50 mila euro e detrazioni IRPEF, previa presentazione di apposita domanda, per tutti coloro che hanno figli a carico di età compresa tra gli 0 e 18 anni ed un reddito ISEE compreso tra i 50 mila ed i 70 mila euro annui. La Commissione Finanze al Senato sta lavorando a un disegno di legge, delega presentato dal Senatore Lepri già due anni fa, che potrebbe essere approvato nel corso di queste festività natalizie: ancora non è chiaro se dal 2018 sparirà il tanto discusso Bonus Bebè o se verrà solo dimezzato, ma sicuramente si discuterà proprio nei prossimi giorni della sorte delle nuove misure ideate per le famiglie italiane. La possibilità è quella di avere un nuovo Bonus, riservato a tutte le famiglie con figli di massimo 26 anni, le quali potranno ricevere 150€ per ogni figlio fino a 18 anni e 100€ per figlio dai 18 ai 25 anni, purché sia fiscalmente a carico e non abbia ancora un reddito. L’iter si prevede lungo ma, tempi tecnici permettendo, se le nuove disposizioni saranno approvate, questa sarà una legge che porterà sollievo a tanti, soprattutto ai nuclei familiari più numerosi che con fatica arrivano a fine mese. C’è poco da stupirsi se l’Italia continua a rimanere in fondo alla classifica della natalità in Europa: ad oggi un quinto delle famiglie italiane con tre figli a carico non riesce a soddisfare numerosi bisogni fondamentali. Oggi quello che si sta cercando di realizzare è principalmente un po’ di ordine tra le diverse disposizioni attualmente in vigore, con la sostituzione di tutte le misure attuali di sostentamento (Bonus bebè, probabilmente il Bonus asilo nido e i precedenti assegni famigliari) con un unico Bonus e il suo contributo minimo ma perlomeno fisso, al di là del quale saranno mantenute solo le detrazioni per il coniuge a carico, per gli altri familiari e per i minori disabili. Questa misura di supporto pensata per favorire la natalità, come le altre preesistenti, in realtà oggi è solo uno strumento contro il rischio di povertà che molte famiglie con figli corrono, poiché per garantire alle giovani generazioni le sicurezze di cui hanno bisogno prima di diventare genitori, probabilmente servono altri e più stabili interventi, ad esempio, quelli sperimentati già da tempo in Germania: congedi parentali più flessibili, aiuti nella cura quotidiana dei bambini attraverso benefit d’accesso agli asili nido o per poter usufruire di una babysitter di famiglia, più diritti per le mamme lavoratrici. Una politica finanziaria ordinata ed efficace può sicuramente sanare delle difficoltà esistenti, ma è una politica familiare che sostenga il desiderio di maternità e paternità che può riempire le culle vuote e probabilmente modificare le attuali statistiche.

Silvia Silvestri

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RISPARMIARE È UNO STILE DI VITA

La crisi, si sa, si fa sentire non solo sulle casse del paese, ma coinvolge direttamente le nostre vite. La sua venuta ha cambiato non solo il nostro modo di acquistare, ma le stesse abitudini di consumatori. Stili di vita nuovi vengono posti da un mercato che concede poco alle tasche delle famiglie, che si ritrovano in molti casi a dover far fronte a veri e propri disagi economici. Utilizzare in modo giusto le risorse è essenziale per guardare alle esigenze primarie del proprio nucleo familiare.  In un mondo in cui la tentazione all’acquisto è sempre più grande, risulta difficile tornare ad una buona gestione dell’economia domestica. Nuovi elettrodomestici, vestiti di tendenza e scarpe all’ultimo grido tentano la nostra voglia di acquisto sfrenato, portandoci spesso a volere il superfluo. Risparmiare non è più, quindi, solo un rivalutare le nostre spese ma proprio un modo di riconsiderare le nostre priorità. Piccoli accorgimenti, che possono determinare grandi differenze, possono essere adottati.

IL RISPARMIO PARTE DALLA CASA

Il risparmio intelligente parte proprio da casa nostra. Evitare costi superflui generati dalle utenze può essere un primo passo importante per non spendere inutilmente. La corrente elettrica è uno di questi elementi: fare attenzione a non tenere la luce o la televisione accesa se si è in un’altra stanza, come preferire le lampadine a risparmio energetico o la tecnologia LED può cambiare il peso della bolletta. Leggere questo documento in modo saggio può aprire a grandi scoperte: per esempio che conviene fare la lavatrice dopo le 20:00 o che esiste un abbonamento agevolato in funzione del consumo medio. Sia per luce, gas ed internet trovare, quindi, la soluzione più vantaggiosa. È importante non fermarsi al primo operatore ma confrontare tariffe e offerte, cercando quella più adataalleproprie esigenze: ad esempio, se in casa si è soliti utilizzare poco il telefono fisso, sarà utile attivare un abbonamento solo internet, come questo proposto da Linkem. In questo modo, è possibile ridurre di molto la spesa mensile e si evita anche di sprecare soldi per servizi che non vengono sfruttati fino in fondo.

L’IMPORTANZA DEL CIBO

I nostri genitori o nonni ci hanno spiegato sin da piccoli in alcuni casi il significato del risparmio. Il mondo non è sempre stato così ricco di beni al consumo. Dalla loro saggezza impariamo che non sprecare il cibo non ci insegna solo a rispettare quello che abbiamo, ma che può essere un’ottimo modo per risparmiare. Riutilizzare le pietanze del giorno prima lavorando con la fantasia evita lo spreco di cibo ancora riutilizzabile. Se ad esempio abbiamo del pane raffermo, invece di buttarlo via,è possibile riutilizzarlo per molte ricette: ad esempio, per fare il pangrattato. Se la frutta è un po’ bacata, tagliarla a pezzetti piccoli scartando le parti marce, può essere un’ottima idea per servire una macedonia, magari impreziosita da limone e zucchero.

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La Fondazione diabete ricerca onlus e la Società italiana di diabetologia, in occasione della giornata mondiale del diabete 2017, hanno organizzato la campagna “Sfidiamo il diabete”, con la divulgazione di opuscoli informativi costituiti da svariati consigli utili per prevenirlo, consigli per chi è in uno stato di pre-diabete ed è dunque ancora in tempo ad evitare la progressione della malattia e nozioni per dare maggiore consapevolezza della patologia a chi purtroppo già ne è affetto. La campagna partita il 14 novembre, continuerà per i prossimi sei mesi in molte piazze e supermercati italiani allo scopo di raccogliere fondi per la ricerca e per diffondere e radicare la consapevolezza che rende in particolar modo i supermercati primo luogo di prevenzione: le sane abitudini di vita a tavola cominciano nel momento in cui si fa la spesa, dalla scelta dei giusti alimenti a cui è strettamente legata la nostra salute e il nostro benessere. Considerate le ultime statistiche il diabete oggi è una malattia presente nella maggior parte delle famiglie italiane. Una famiglia che si ritrova a dover fronteggiare questa patologia, supporta spese e affronta quotidianamente disagi legati all’accudimento di chi necessita di particolari attenzioni e cure mediche. Il diabete di tipo 1 si sviluppa generalmente in età giovanile e può avere in molti casi un’origine autoimmune: il sistema immunitario,identificando come estranee e dannose le cellule del pancreas che producono insulina, è portato ad attaccarle e distruggerle. Si stima che in Italia circa 250.000 persone abbiamo il diabete di tipo 1 e alcune regioni italiane, ad esempio la Sardegna hanno tassi di incidenza superiori perfino alla media europea. Ancora più diffuso, e non solo in Italia, è il diabete di tipo 2, diagnosticato in quei soggetti in cui il pancreas riesce a produrre insulina ma questa risulta insufficiente o non utilizzata in modo ottimale dall’organismo. Il numero di persone a cui è stata riscontrata quest’ultima tipologia di diabete è in veloce crescita, circa il 9,2% della popolazione italiana ha difficoltà a tenere sotto controllo la glicemia motivo per cui nel 2030 si prevede che le persone diagnosticate con diabete di tipo 2 saranno circa 5 milioni. Maggiori rischi sembrerebbero correrli le donne, infatti, è stato accertato e dimostrato che le donne con diabete sono esposte a maggiori problemi e non solo perché hanno notevoli difficoltà a concepire un figlio, ma in quanto soggette a maggiori complicanze cardiovascolari e anche microvascolari, a danni alla vista, ai reni e questo non solo perché si curano meno o, statisticamente,più tardi rispetto agli uomini ma per una maggiore sensibilità genetica alla malattia. «In Italia le donne diabetiche sono oltre 2 milioni su un totale di 3,7 milioni di diabetici di entrambi i sessi – ha sottolineato ieri Giorgio Sesti, presidente della Società diabetologi italiani- e tantissime ancora oggi lo sono, senza saperlo». Secondo l’Oms il diabete è ancora quest’anno una emergenza mondiale. In Italia, numerose manifestazioni pubblicitarie e informative sono state promosse da Agd Italia dal 6 al 18 novembre, per sensibilizzare e diffondere la conoscenza della patologia esono più di 500 le città coinvolte in cui sono stati attivati servizi di diabetologia gratuiti: screening per i soggetti a rischio in molti ambulatori medici di medicina generale e servizi gratuiti di diabetologia pediatrica. La regione Basilicata è ormai da anni tra le regioni virtuose nella lotta al diabete e già dal 2010, in seguito all’approvazione della legge regionale n. 9, si organizzano su tutto il territorio regionale numerosi interventi sanitari di supporto alle famiglie e ai pazienti diabetici, con una particolare attenzione ai più giovani, per i quali ogni anno si predispongonoparticolari Campi scuola, nel corso dei qualiai piccoli pazienti, quasi tutti insulino-dipendenti,vengono forniti utili nozioni sugli stili di vita consigliati e per la autosomministrazione della terapia.

Silvia Silvestri

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Sono tantissime le persone con problemi di udito o nell’uso della parola che hanno come tutti gli altri la necessità di comunicare, ed è proprio da questa esigenza che è nata la Lingua Italiana dei Segni (LIS), la cui conoscenza è essenziale in tutti quei contesti e per tutte quelle professioni in cui serve esprimersi con persone che presentano questo tipo di problematica, le quali, purtroppo il più delle volte, possono interagire solo con pochissime persone, poiché in pochissimi conoscono la loro lingua. Diventato già dal 1980 un linguaggio vero e proprio, la LIS è usata oggi da circa 30.000 utenti ed ha proprie regole grammaticali, una propria sintassi e morfologia. Attraverso il canale visivo-gestuale, componenti manuali e non-manuali, come ad esempio l’espressione facciale o la postura, il linguaggio dei segni garantisce pari opportunità di accesso alla comunicazione,rappresentando un importante strumento di trasmissione culturale.

Tre giorni fa, anche in Basilicata, il Consiglio Regionale ha approvato all’unanimità una proposta di legge in cantiere già da diversi anni “Disposizioni per il riconoscimento della lingua dei segni italiana e per la piena accessibilità delle persone sorde alla vita collettiva”, riconoscendo ufficialmente la LIS quale modalità linguistica di completamento estremamente preziosa che nulla toglie alla “parola” e che piuttosto l’arricchisce. Solo una persona disabile su quattro trova lavoro in Italia, motivo per cui, in realtà, servirebbe adottare in primis una nuova mentalità che ampli una cultura da troppo tempo ferma, in grado di concepire la diversità come un’opportunità anche nel mondo del lavoro, affinché le persone sorde non siano più discriminate.

Una sola legge non basta per poter definire determinate barriere abbattute, ma ciò che si è mosso è sicuramente un primo importante passo verso un assai utile cambiamento. Il Corecom di Basilicata è stato il primo in Italia a sottoscrivere un’intesa con la testata giornalistica regionale della Rai per assicurare l’edizione LIS del Tg3 regionale della Basilicata e a sostenere l’edizione settimanale del Tg web LIS del Consiglio regionale ma ora con la nuova legge, l’obiettivo di affermare i diritti per i non udenti all'informazione, comunicazione, attività culturali e alla completa fruizione dei servizi erogati dalla pubblica amministrazione è ancora più vicino. Le possibilità di lavorare per chi conosce la lingua dei segni oggi aumentano, la LIS sarà utilizzata nei rapporti con le amministrazioni pubbliche e con gli enti locali, nei procedimenti giudiziari civili e penali e per tale ragione sarà istituito a breve finalmente anche un Albo regionale degli “interpreti della Lingua dei Segni Italiana".

Silvia Silvestri

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In seguito ad una indagine condotta dalle Università del Montana e della Georgia, gli studenti ottengono risultati migliori se hanno la possibilità di concentrare lo studio in meno giorni della settimana: messi a confronto i risultati degli allevi di quarta e quinta elementare di alcune scuole del Colorado, ne è risultato che gli studenti che sono stati meno giorni in classe si sono impegnati e concentrati di più durante l’orario scolastico e che i loro voti sono stati più alti soprattutto nelle materie chiave come matematica e grammatica. Le perplessità sono legittime ed anche i docenti che sono stati coinvolti nell’indagine,inizialmente,temevano un calo dell’attenzione e del rendimento degli studenti ma, dati alla mano, questi ultimi hanno ottenuto risultati più alti nei test e mostrato maggiore interesse nei confronti dello studio e della lettura. In Italia l’idea della settimana corta a scuola sarebbe già valida per ragioni economiche, considerato il risparmio che ne conseguirebbe sui conti pubblici, ma l’esperienza degli Stati Uniti e la scoperta che anche il rendimento dei ragazzi in tal modo è portato a migliorare, ha riportato anche in Italia effetti di emulazione considerevoli. Oggetto di disegni di legge e negli ultimi anni di accese discussioni, il riposo scolastico nei giorni prefestivi spesso viene motivato o criticato con la possibilità di «rieducare i genitori e i figli a stare più tempo insieme» o con più sintetiche esigenze di risparmio sulle spese delle amministrazioni locali, soffocate dai tagli di bilancio che ormai rendono troppo onerosi i servizi necessari per il buon funzionamento degli Istituti. Un’analisi più attenta dimostra che le richieste che si andrebbero a soddisfare con l’introduzione della settimana corta in realtà sono anche altre: gli studenti chiedono tempo,da dedicare alla famiglia, allo sport,ai propri hobby, attività che spesso possono solo provare ad incastrare nei pochi spazi liberi superstiti; gli insegnanti lamentano una maggiore difficoltà a lavorare il sabato a causa di più frequenti cali di attenzione e di rendimento degli alunni nelle ultime ore della settimana scolastica. Una mappatura nazionale ufficiale delle scuole che hanno adottato questa nuova organizzazione non esiste, ma verifiche a campione vede il sesto giorno di didattica sempre più raro soprattutto nelle grandi città. A Bari e a Milano, ad esempio, la maggior parte degli Istituti stanno già sperimentando la revisione dell’orario scolastico, senza tagli di ore e con programmati ritmi di insegnamento. I dubbi restano ma non sono rivolti solo alle scelte dei nostri dirigenti scolastici, ma anche su quanto i genitori siano predisposti ad ampliare la forza educativa familiare, orientando i figli ad una effettiva ricreazione o all’approfondimento di una cultura extrascolastica. Nel comma 2 dell’art.1 del D.P.R. n.275 del 1999, del Regolamento in materia di autonomia delle istituzioni scolastiche, si deduce come: “l‘autonomia delle istituzioni scolastiche è garanzia di libertà di insegnamento e di pluralismo culturale e si sostanzia nella progettazione e nella realizzazione di interventi di educazione, formazione e istruzione mirati allo sviluppo della persona umana, adeguati ai diversi contesti, alla domanda delle famiglie e alle caratteristiche specifiche dei soggetti coinvolti, al fine di garantire loro il successo formativo, coerentemente con le finalità e gli obiettivi generali del sistema di istruzione e con l’esigenza di migliorare l’efficacia del processo di insegnamento e di apprendimento”,ed ecco perchél’autonomia scolastica concede ampi spazi organizzativi e di gestione della didattica.Le singole scuole hanno l’effettiva possibilità ma anche l’onere di scegliere la distribuzione temporale più consona ai bisogni degli alunni e alle esigenze del contesto di riferimento, e la conseguenziale possibilità di introdurre più facilmente innovazioni didattiche alternative. Tutto questo, in tante realtà,si è già tradotto in un aggiornamento dell’offerta formativa, con un giusto compromesso tra le esigenze economiche e quelle istruttive ma soprattutto,ha generato nuove idee e nuovi metodi utili ad ottenere un sistema efficace per il raggiungimento di obiettivi didattici rilevanti e più stimolanti. 

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Sugli infiniti problemi della scuola se ne parla sempre e tanto, ma ciò che spesso viene dimenticato è che nella scuola ci sono persone che hanno speso e continuano a spendere con intelligenza e passione la propria esistenza e le proprie energie, credendo in questa difficile ma meravigliosa realtà che è l’insegnamento. Un delicato compito di formazione, di educazione e di guida è delegato quotidianamente a tutti gli insegnanti del nostro Paese. Proprio nel mese di ottobre si è ricordato il Congresso organizzato dall’Unesco e dall’Oil nel 1966,al fine di elaborare un’autentica esortazione indirizzata a tutti i Governi e alle famiglie, orientata a migliorare le condizioni di lavoro dei docenti, ma attualmente,seppur le nostre Istituzioni continuano a riconoscere formalmente la grande importanza di avere dei bravi docenti e validi educatori, nella sostanza, il supporto a questa categoria resta davvero esiguo. I nostri insegnanti, rispetto ai colleghi degli altri Paesi, non godono di grande considerazione, poiché se da una parte è riconosciuto il valore della loro professione e le potenzialità che tale lavoro ha, i nostri rappresentanti scelgono ancora di investire troppo poco, non solo in termini economici, per la categoria. «Sono il cuore della comunità scolastica» ha dichiarato il Ministro Valeria Fedeli questo 5 ottobre 2017 in occasione del World Teacher’sDay, eppure, a causa dello scarso supporto da parte del Ministero, in molti contesti, non solo sono costretti ad operare in condizioni ambientali difficili, ma spesso non hanno neanche gli strumenti materiali necessari per poter essere al passo con i tempi e le esigenze di apprendimento dei ragazzi. La scuola oggi appare un’Istituzione in cui non solo è difficile imparare ma anche insegnare. Incertezza, precarietà, contraddizioni e stipendi ridicoli rispetto a quelli di qualsiasi impiegato ma anche rispetto a quelli dei colleghi europei definiscono una professione in crisi di identità: crisi di identità istituzionale e crisi di identità tecnico-professionale. Gli indici di delusione o disillusione, le scarse prospettive di carriera, il reddito basso, la modalità approssimativa di reclutamento e di assegnazione alle scuole, rendono l’insegnamento un mestiere debole e, citando il sociologo dell’educazione S.Brint, insicuro e ambiguo. La Fedeli promette ancora una volta un impegno del Governo a trovare le risorse in Legge di Bilancio per rispondere alle esigenze raccolte, oltre che per adeguare le retribuzioni, ma ad oggi niente di concreto si registra a fronte del grande carico di responsabilità delegato ai nostri Insegnanti. L'insegnamento può essere considerato un lavoro, un mestiere, una professione, arte, ma in qualsiasi modo lo si percepisca necessita di talento, competenza, inventiva, e dedizione, non solo poiché è promotore di qualsiasi altra professione ma perché favorire lo sviluppo intellettuale e sociale degli studenti, equivale ad aprire loro le porte verso un mondo migliore e, allo stesso tempo, migliorare alla radice la nostra società. Svalutare il ruolo di chi scolasticamente ha un compito tanto determinante per il futuro di tutti è molto più che superficiale, è imprudente. Sono gli insegnanti ad educare ed orientare talenti e capacità, sta a noi riconoscerlo.

Dott.ssa Silvia Silvestri

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