Il 2 ottobre si è celebrata la festa dei nonni, ricorrenza nata negli Stati Uniti nel 1978 ed introdotta in Italia dalla legge 159 del 2005 al fine di celebrare la grande importanza della figura dei nonni per le famiglie e per la società. In tantissime piazze del nostro Paese, in realtàgià da domenica sono stati organizzati spettacoli di cabaret, teatrini, degustazione di prodotti tipici, stand in cui nonni e non solo, hanno offerto pietanze e mostrato parte delle loro tradizioni, così come, in tante scuole recite e canti hanno celebrato questa particolarissima festa, rubando più di un sorriso a tutti i nonni presenti. Nella crescita dei bambini, i nonni rappresentano da sempre una figura di riferimento, con cui viene instaurato un legame di pari valore a quello che si instaura con i genitori. Numerosi studi individuano nel legame nonno-bambino un fattore protettivo e di vantaggio bilaterale, questo ovviamente quando i nonni collaborando allo sviluppo fisico ed emozionale dei nipoti, rispettando i limiti del loro ruolo. II nonni vengono percepiti dai nipoti come una figura di riferimento, in grado di comunicare affetto in modo immediato, di comprende le necessità più profonde e trasmettere utili esperienze di vita, bilanciando così il lavoro educativo dei genitori. Èper queste ragioni oltre che per l’affidabilità che generalmente li contraddistingue, che già tempo fa il ruolo dei nonni è stato ufficialmente valorizzato a partire dalla Riforma del Diritto di Famiglia annunciata dal D. Lgs. 219/2012 “Disposizioni in materia di riconoscimento dei figli naturali” e dal suo decreto attuativo, D. Lgs. 28.12.2013 n. 154 entrato in vigore il 7.02.2014, che ha conferito loro un ruolo ufficialmente più impegnativo, con conseguenze sia sotto il profilo dei diritti che dei doveri a loro riconosciuti. Una risorsa senza tempo e, all’occorrenza, utili ammortizzatori sociali, sono svariati i motivi per cui la loro presenza resta preziosa per i più piccoli ma anche per i genitori, i quali con maggiore tranquillità delegano, in caso di necessità, compiti formativi, di vigilanza e di controllo. La realtà è che oggi più che in passato, senza i nonni è davvero dura e questo è confermato da tutti coloro che non hanno avuto la possibilità di conoscere i propri o da quelle famiglie che non hanno potuto godere della loro preziosa presenza. Più di un terzo dei genitori italiani si affidano ai nonni per crescere i propri figli: studiano con i ragazzi, li accompagnano in palestra, dal dottore, li seguono dal punto di vista culturale stimolando interessi e inclinazioni, li portano in vacanza quando le vacanze diversamente non sarebbero sempre possibili, ma al di la del lato pratico, sanno dare ai nipoti un amore speciale, fatto di complicità e tenerezza, di accudimento e giocosità, un supporto morale diverso da quello che danno i genitori, spesso maggiormente presi dal loro compito educativo e di sostentamento. I nonni sono un tesoro inestimabile, fonte inesauribile di insegnamenti, l’isola felice per grandi e piccini e anche quando non ci sono più, solo ripensarli può trasmettere, a tutte le età, un senso di grande serenità e di forza. 

Dott.ssa Silvia Silvestri 

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Genitori emotivamente presenti, regole ben definite, figure di guida e di esempio, corretta alimentazione, educazione, gioco creativo, opportunità di avere del tempo libero e momenti di noia, una famiglia compatta anche nelle difficoltà, sembrano essere diventati stereotipi utopici a cui nessuno crede e aspira più. In pochi ne parlano ma la realtà è che ai nostri ragazzi,sempre più spesso,vengono sottratte le basi per un’infanzia sana. Oggi ciò che viene offerto sono:genitori “digitalmente distratti”, indulgenti e che permettono ai figli di “comandare”facendo loro credere che tutto sia dovuto, alimentazione poco equilibrata, vita sedentaria, stimolazioni continue, babysitter tecnologiche, gratificazioni immediate, assenza di momenti di noia e dunque di creatività, genitori in crisi incapaci di dialogare tra loro e con i propri figli. La perfezione non esiste, ma ciò a cui si sta assistendo è una condizione di smarrimento delle famiglie e una crisi di tutti quei legami connessi. Negli ultimi 15 anni sono state pubblicate statistiche allarmanti circa il continuo aumento di disturbi psicologici nei bambini che stanno raggiungendo livelli quasi epidemici e purtroppo,le origini di questi problemi si individuano principalmente nei genitori e poi nell’ambiente circostante. Le nuove generazioni sono incerte sui propri valori e sul proprio futuro e questo fa si che i ragazzi siano sempre più fragili. La mancanza di adeguate attenzioni subita sin dall’infanzia, oppure da quando la separazione dei genitori li ha sballottolati di qua e di là, privandoli di una base sicura,è per i più giovani fattore scatenante di una serie di logoranti conseguenze. I ragazzi sono lontani da chi è loro fisicamente vicino, si allontanano dalla cultura e dall’informazione costruttiva, sono sempre on-line, vivono sui social network e dimenticano che fuori vi è un mondo reale che può essere osservato e vissuto più che al 50%; inoltre, è sempre più diffuso il consumo di alcool e droghe, purtroppo anche da parte dei genitori e non è leggenda che la droga oggi arrivi ormai facilmente finanche nelle scuole, con raggiri elementarisupportati da una spaventosa superficialità, ed ancora più facilmente nei luoghi di ritrovo più comuni. La risposta a quella che gli esperti ormai definiscono “patologia familiare”, va ricercata in una più attenta ed efficace strategia di prevenzione. Non basta aumentaregli aiuti alle famiglie, migliorarei Servizi socio-sanitari o aumentare gli organi di controllo, il dramma reale è che tanti strumenti che già si possiedono non vengono utilizzati adeguatamente e soprattutto,utilizzati meglio e prima rispetto all’insorgere dei problemi più gravi. Oggi un bambino, incontra le Istituzioni molto presto e molto frequentemente: il primo contatto avviene già in tenerissima età, al momento della prima vaccinazione, poi al nido, alla scuola dell’infanzia, dal pediatra, nella scuola dell’obbligo, vivendo il contesto sociale con amici e parenti fin da piccolo. È terribile che nessuno noti sul voltoe nella quotidianità dei ragazzi segni di sofferenza o di degrado, che ancora oggi alcuni dirigenti scolastici ignorino la segnalazione di un insegnante per non creare una qualche difficoltà alla scuola oalle famiglie, che alcuni medicisi limitino a prescrivere ciò che gli viene richiesto, senza effettuare indagini più approfondite o senza preoccuparsi di scorgere segni o segnali d’allarme, che nessuno dei vicini o dei parenti si accorga di una condotta inadatta o sospetta. Sembra che gli scenari debbano sempre arrivare a livelli di degenerazione incredibilmente elevati, tali da portare determinate situazioni direttamente all’attenzione dell’Autorità giudiziaria prima ancora che a quella di uno psicologo, quando il danno è avvenuto ed è per molti versi irreversibile. L’interesse per i ragazzi non dovrebbe mai essere ostacolato dalla difficoltà della coppia a superare i propri conflitti e limiti,o da specifiche difficoltà sociali; non è sempre possibile proteggerli da influenze negative o da particolari eventi o evoluzioni della vita familiare, ma è assolutamente possibile permettere loro di crescere ugualmente in modo sano, addirittura agevolati innanzialle piccole, come alle più grandi sfide della vita. Occorre muovere un cambiamento in famiglia e poi a livello sociale, educando i ragazzi alla responsabilità, alla presenza e al dialogo. In una società come la nostra si ha bisogno di qualcosa di solido e la famiglia è un fattore decisivo di solidità, nulla è più destabilizzante che scoprire sconosciute le persone che dovrebbero essere le più intime e vicine o in una società distratta, non avere almeno nella propria casa cura, attenzioni e considerazione. Il nostro Paese era un esempio della forza dei legami familiari, mentre ora affermare tale concetto sembra quasi paradossale. Si fanno sacrifici enormi per comprare una casa, per avere dei figli, come se la cosapiù difficile fosse metter su famiglia, ma poco si considera che ciò che realmente oggi è più difficile, la vera sfida, è prendersene cura.

 

Dott.ssa Silvia Silvestri

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Secondo un recente sondaggio effettuato in diversi Paesi in via di sviluppo i bambini in età scolare che sono stati verbalmente o fisicamente vittime di atti di bullismo, nei 30 giorni precedenti l'indagine sono - a seconda dei Paesi esaminati - tra il 20% e il 65%. La maggior parte degli episodi di violenza vengono messi in atto soprattutto nell’ambiente scolastico, dove sono i ragazzini, singolarmente o in gruppo, ad assumere comportamenti prepotenti ed intimidatori nei confronti degli stessi coetanei al solo scopo di poter affermare la propria superiorità. In Italia secondo gli studi degli ultimi 15 anni e i dati Eurispes-Telefono Azzurro, la fascia media in cui il fenomeno si riscontra è quella tra i 7-9 anni nel corso della scuola primaria e poi verso i 12-15 anni tra medie e superiori. Le indagini rivelano che le vittime coinvolte in atti di bullismo, sono spesso soggetti a rischi conseguenti disturbi psicosomatici: fuga da casa, abuso di alcol e droga, assenteismo e, soprattutto, atti di autolesionismo. Il malcapitato, subisce oltre che continue umiliazioni, pettegolezzi sulla sua persona, maldicenze e ricatti morali, passivamente e ripetutamente, anche maltrattamenti corporali, come calci, pugni, spintoni, oppure ancora sottrazione, danneggiamento o distruzione dei propri beni personali. Nonostante il bullismo sia ormai noto ed evochi episodi di aggressività e prevaricazione, non è così facile e immediato riconoscerlo, anche in ambiente scolastico. Possiamo distinguere tre grandi “categorie” attraverso cui il bullismo si manifesta: fisico, psicologico e verbale, in tutti questi casi, secondo gli esperti, quando l'episodio negativo rientra sotto l'etichetta di bullismo e non si tratta, invece, di 'normali’ conflitti tra coetanei, questo presenta alcune caratteristiche tipiche: la chiara volontà di mettere in atto un comportamento dannoso per l’altro; l'abuso di un potere, fisico o d’influenza agito ai danni di un compagno più debole; l’episodio aggressivo si ripete nel tempo in modo sistematico e soprattutto non è mai sporadico; il più delle volte l'atto ai danni della vittima avviene di fronte a un pubblico, anche composto da pochi testimoni, che può approvare o tacere ma, comunque, costretto ad assistere al comportamento del bullo. I programmi di prevenzione esistenti, purtroppo ancora oggi, non risultano essere particolarmente efficaci all’estinzione dei casi, se pur numerose sono state dal 2007 ad oggi le segnalazioni registrate tramite i canali “d’allarme”, quali numero verde e casella e-mail, posti in essere dal Ministero dell’Istruzione e dall’Università e della Ricerca (Miur). Risultati rilevanti si registrano quando le famiglie e le Istituzioni, con il supporto di bravi psicologi, vanno alla ricerca dell’origine di questi comportamenti aggressivi, incontrando e dialogando non solo con le vittime ma anche con coloro che mettono in atto i suddetti atteggiamenti, ragazzi che non solo tendono a rovinare la vita altrui ma anche la propria, avvicinandosi sempre più alla delinquenza. Ignoranza ed indifferenza aggravano la situazione, oltre al tipo di educazione ricevuta in famiglia e alla negazione delle difficoltà esistenti. Secondo i più giovani, per risolvere questo disagio, bisognerebbe creare un miglior rapporto tra studente ed insegnante, in modo che la quotidianità sia seguita e supportata sempre; dal punto di vista delle famiglie invece, spesso unico capo espiatorio, è richiesto un loro maggiore coinvolgimento nelle attività scolastiche e corsi specifici di educazione alla genitorialità; i docenti ritengono sia giusto portare i ragazzi verso una educazione alla riflessione, attraverso il dialogo seppur senza perdere ulteriormente fermezza e all’occorrenza severità. Se analizziamo il problema a fondo, la realtà è che non esistono colpe specifiche, ma è fondamentale andare oltre qualsivoglia convinzione senza giudizio nei confronti di nessuno, poiché le accuse fanno si che l’analisi del problema resti superficiale. Non è vero che i giovani d’oggi non hanno più valori, talvolta semplicemente hanno valori che gli adulti, in famiglia o nelle scuole, non riescono a cogliere o stimolare abbastanza. Dopo una fase di recupero dedicata alle vittime di violenza, la stessa attenzione andrebbe poi data a chi queste violenze le ha commesse. In sintesi, occorrerebbe cercare di capire tutti i ragazzi, le loro necessita, bisogni e valori, per far si che genitori, insegnanti e psicologi riescano a trovare uno spazio costruttivo nella loro formazione, riuscendo ad ottenere la loro più profonda comprensione di quale grande piaga sociale sia il bullismo.

Dott.ssa Silvia Silvestri

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Lo scenario che fa da sfondo alla quotidianità dell’intervento nel settore socio-educativo è molto articolato e include un’attenzione costante nei confronti delle singole persone e dei loro bisogni, dedicandovi una professionalità all’altezza della complessità di ciascun individuo. Coloro che vengono affidati alle cure di operatori qualificati si presentano, nella maggior parte dei casi, come persone che solo grazie al contributo di altri sono in grado di esercitare il proprio diritto di autodeterminarsi e che necessitano quindi di un aiuto pratico, e non solo teorico, per dare voce al proprio progetto esistenziale, al di là di tutte quelle difficoltà che non sempre per loro scelta sono costretti ad affrontare. L’educazione, generalmente, avviene all'interno di un processo di socializzazione, finalizzato a valorizzare tutte le risorse presenti per inserire i ragazzi al meglio nei sistemi territoriali sociali, culturali e religiosi. Oramai è assodato che l’educazione richiede un ambiente particolare dove fare esperienza, e mentre un tempo si proponeva come ambiente educativo l’oratorio, luogo capace di assicurare formazione, socializzazione crescita umana e cristiana, oggi tutto questo non è più sufficiente. Sì è trovato perciò un modo alternativo per assicurare ai giovani uno spazio vitale, soprattutto nelle realtà sociali più difficili e in condizioni disagiate. Con la legge nazionale 285 del 28 agosto 1997 “Disposizione per la promozione di diritti e di opportunità per l’infanzia e l’adolescenza”, nasce in Italia il principale strumento di attuazionedella Convenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia stipulata a New York nel 1989; è da quel momento in poi che vengono finalmente introdotti nel nostro Paese nuove metodologie di intervento, dando nel tempo e grazie anche a successivi emendamenti, la possibilità auspicata di progettare degli interventi educativi e di sostegno a un livello territoriale più ampio. Il nostro territorio oggi accoglie una presenza variegata di culture e di etnie e questo è sicuramente un ulteriore stimolo ad aprirsi alla valorizzazione delle differenze, viste come arricchimento della proposta culturale, nella logica della solidarietà e della valorizzazione degli strumenti che in realtà già possediamo. I centri diurni italiani accolgono più fasce di giovani, tra quelli che vivono una situazione di disagio socio-ambientale, di ritardo scolastico, finanche quelli che sono a rischio di emarginazione, per i quali i Servizi Sociali vedono la necessità di un intervento educativo. Sostenere il ponte che queste strutture costituiscono, al di la delle difficoltà burocratiche presenti è essenziale, sia per aiutare concretamente le famiglie in difficoltà ma anche per dare alla nostra società un’opportunità concreta di crescita sana e di recupero. È in questo abito che la figura dell'educatore professionale, diventa punto d’incontro della fitta rete di relazioni in cui è coinvolto chi gli viene affidato e la capacità di gestione di queste relazioni, è solo la prima sfida a cui è chiamato a rispondere.  L’educatore ha come priorità la promozionedei ragazzi in quanto persone, la salvaguardia della loro dignità e unicità, a prescindere da quali siano le loro caratteristiche personali, da quale sia la natura del loro disagio o della loro disabilità,dalle condizioni socio-economiche o culturali. In un'oasi educativa, quali oggi sono per molte famiglie i centri diurni, è proprio l’educatore a diventare per i ragazzi un modello di vita, una guida attraverso cui gli stessi hanno la reale possibilità di ristrutturare la loro identità. Osservando questi centri più da vicino, è impossibile non percepire l’enorme lavoro di chi li dirige così come, alla luce delle richieste dell’utenza, quanto siano ormai diventati multitasking gli educatori che ci lavorano; categoria oggi poco rappresentata, eppure fondamentale ed insostituibile per tutti quei progetti socio-educativi e di supporto di cui la nostra società oggi ha particolarmente fame. Con l’intento di integrare la gestione di minori segnalati dal servizio sociale con quelli non segnalati e inseriti di comune accordo con la famiglia d'origine, sono proprio gli educatori a dover gestire direttamente i ragazzi,passando dalla cura della loro persona, all’esercizio della condivisione, dal doposcuola, al dover stimolare la loro creatività attraverso laboratori artistici, culturali, manuali e sportivi. I ragazzi, cosi guidati, trovano il modo migliore per esprimersi ed orientarsi, soprattutto grazie a coloro che si fanno carico delle loro paure e delle loro ansie, a coloro che li aiutano ad esprimere correttamente e in un ambiente protetto, bisogni, aspettative, desideri creatività e speranze. Si comprende, pertanto, come l’impegno principale dell'educatore, oltre a quello di sopravvivere con la propria competenza all’enorme carico emotivo che inevitabilmente spesso si assorbe, debba essere quello di promuovere un'azione capace di restituire al minore una visione positiva della propria persona, delle proprie attitudini e potenzialità. Nel centro diurno, ai fini della progettazione e della programmazione, la costituzione di una équipe compatta ha un valore determinante per i ragazzi, ma anche per chi ci lavora, poiché in uno spazio così delicato, il singolo operatore se non costantemente supportato, non può sorreggere carichi e responsabilità sempre tanto elevate. Quando gli operatori si percepiscono e si riconoscono in un’équipe, in cui, oltre alle competenze, vengono riconosciuti anche i limiti dei singoli componenti, si costituisce una vera e propria task force, assolutamente efficace soprattutto in campo educativo. In questo contesto è più che lecito richiedere figure preparate, appassionate e mature nelle competenze relazionali, seppur, considerata la sfida educativa che questi operatori quotidianamente affrontano, si comprende maggiormente la richiesta di motivazione in chi si approccia a tale Mission, ed è sempre la motivazione, più che il costante aggiornamento metodologico, che oggi sembrerebbe più opportuno e saggio stimolare, senza mai tralasciarela promozione di percorsi di ricerca e confronto, oltre che di formazione, per la gestione delle relazioni di aiuto. 

Dott.ssa Silvia Silvestri

Consulente legale

Mediatrice familiare esperta in tecniche negoziali,

in mediazione penale, interculturale e scolastica

Practitioner in programmazione

Neuro Linguistica e Comunicazione

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Negli ultimi anni numerose trasformazioni hanno coinvolto le nostre famiglie, portando a una vero e proprio riassetto delle relazioni e dei ruoli, ormai non più particolarmente distinti. In questa fase sociale di trasformazione, i padri sembrano sospesi tra l’identificazione con un maschile forte, oggi percepito in modo negativo poiché considerato antico e autoritario e l’acquisizione di maggiori competenze emotive, seppur queste da sempre appartenute soprattutto alla figura materna; allo stesso tempo le madri oggi, sembrano assumere un ruolo crescente molto più autoritario e di esercizio di un vero e proprio potere di controllo educativo. I mutamenti sociali e culturali sono avvenuti in tempi brevi e i nuovi equilibri familiari si sono instaurati nell'immaginario collettivo ed individuale ma prima di tutto nella vita pratica e quotidiana. Ciò che si riscontra è che se i padri, secondo una rappresentazione collettiva, venivano identificati in coloro che insegnavano a “vivere” e le madri ad “amare”, ora i padri sono spinti ad entrare maggiormente in relazione con i figli rispetto ad un modello materno, così come le madri di conseguenza, sembrano costrette ad assumere un ruolo più direttivo, non percependo un adeguato supporto dal proprio compagno, in cui sempre più spesso non rivedono più la regola. Quanto questo influenzi i nostri figli oggi sicuramente è più visibile da chi opera con i più piccoli, infatti sono principalmente gli insegnanti, gli educatori e gli psicologi a leggere in molti disagi dei bambini e dei ragazzi, una crisi dei ruoli genitoriali. Il sostegno alla genitorialità oggi,  è anche necessità di riequilibrare il peso delle funzioni materne e paterne, in alcuni casi rivitalizzando quest’ultima, laddove si collochi in una posizione di inferiorità. La famiglia nella società odierna, per una sana crescita dei nostri figli, oltre ad essere “affettiva” ha il dovere di essere “contenitiva”, sapendo fornire i confini senza diventare ostacolo alla crescita e questo non può avvenire, se nella coppia, i singoli  non acquisiscono un ruolo di base definito e ancor più, se non vi è un confronto costante tra la figura maschile e femminile. Il padre “postmoderno” deve riscoprire un ruolo che sia anche portatore di valori tradizionali e che non sia terzo nella diade madre-bambino, con una propria identità ed autorevolezza. Deve recuperare le proprie funzioni di pensiero e di norma per essere di supporto alla madre ed agente trasformativo per la crescita dei figli. La madre, spesso donna indipendente, con un lavoro importante e spesso fuori casa, non può credere di poter delegare e dunque tralasciare i valori più profondi legati al femminile ed al materno, così da identificarsi non solo nel ruolo di madre ma anche di compagna di vita, con l’apporto di quegli aspetti di accoglienza, di affettività che non escludano l’altro. La madre ed il padre, come individui e come immagine interna del bambino sono le radici, con cui ogni individuo dovrà confrontarsi nel suo percorso di vita, il punto di partenza e di ritorno, l’esempio di vita che condiziona l’essere del singolo ma inevitabilmente il futuro della società.

Dott.ssa Silvia Silvestri

Consulente legale

Mediatrice familiare esperta in tecniche negoziali,

in mediazione penale, interculturale e scolastica

Practitioner in programmazione

Neuro Linguistica e Comunicazione

 

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Citando Bruno Ferrero: "Questo mondo è pieno di ex mogli ed ex mariti ma non esistono ex figli". Quando una coppia ha ricevuto il dono della genitorialità, nel momento in cui entra in crisi, la Mediazione coinvolge in automatico anche i figli e le loro esigenze: vivere un’affettività serena con entrambi i genitori ed essere tutelati nel diritto a preservare il loro equilibrio psicologico per i minori è di fondamentale importanza, soprattutto in un momento di inevitabile trasformazione esistenziale. Quando le esigenze dei più piccoli sono minate dalla conflittualità genitoriale, il mediatore ha l'obbligo di intervenire affinché questa sia limitata e siano evitati quegli eventi distruttivi che si potrebbero ripercuotere non solo sui ragazzi/bambini coinvolti, ma anche sugli stessi genitori spesso inconsapevoli e distratti dalle circostanze, oltre che sulle loro capacita genitoriali. La Mediazione Familiare oggi è considerata un contenitore adeguato e di grande efficacia per la gestione delle relazioni conflittuali, affinché ai genitori sia restituita la possibilità di effettuare scelte lucide nell’interesse del minore, salvaguardandone esigenze e diritti. Per i minori mantenere un rapporto con entrambi i genitori senza perdere alcun punto di riferimento è esigenza primaria, così come per i genitori deve essere di primaria importanza imparare a rispettare i tempi dei propri figli, tempi di elaborazione come anche di accettazione di una nuova realtà oltre che dell'assenza, in alcuni momenti, di una o dell’altra figura di riferimento. I tempi dei bambini e dei ragazzi possono essere più o meno ampi ma sono sempre assolutamente individuali e vanno riconosciuti, ancor più in una fase di riorganizzazione della loro vita, prima di tutto per il loro benessere psicologico. In una situazione di stress e disgregazione familiare, i genitori, spesso disorientati dalla confusione dei loro stessi sentimenti, non riescono a leggere autonomamente le reazioni dei propri figli. Condizionata dall’evento contingente, la coppia sviluppa sentimenti di preoccupazione, di frustrazione e di colpa, che inevitabilmente vengono recepiti dai figli, ma una famiglia può rimanere unita anche in un momento di inevitabile rottura della coppia e ancor più successivamente, nella fase di rinnovo che tutti i membri di quest'ultima affronteranno. In tal senso, la Mediazione Familiare diviene un utile strumento che porta i genitori ad un ascolto più attento e più autentico dei figli, trasmettendo nuove modalità d’interazione e capacità di accoglienza di tutta la vasta gamma di nuove emozioni, che accompagnano l’esperienza della separazione nel vissuto dei bambini e degli adolescenti. Il percorso, apparentemente solo di coppia, se correttamente condotto, diviene assolutamente adeguato affinché anche il minore, possa trovare orientamento e risposte ai suoi nuovi bisogni. Il mediatore non “insegna” ad essere genitori, ma semplicemente prova ad orientare quest’ultimi alla riflessione e a scoprire che la nuova dimensione in cui si trovano, per quanto dolorosa, può essere e deve essere affrontata e superata, affinché diventi per tutti un nuovo punto di partenza, piccoli inclusi.

Dott.ssa Silvia Silvestri

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La mediazione familiare oggi rappresenta una delle nuove aree di intervento a sostegno ed orientamento delle famiglie in crisi. Spesso questo percorso, evidenzia che una relazione conflittuale, anche se già demandata all’autorità di un giudice o di uno psicoterapeuta, il più delle volte, può essere affrontata e placata attraverso un nuovo e diverso terzo: il mediatore familiare. Importante è chiarire che l’intervento del mediatore, non sostituisce la funzione esercitata dai legali rappresentanti delle parti: al contrario, i mediatori hanno bisogno della collaborazione degli avvocati, soprattutto là dove già coinvolti nel conflitto, poiché questi, sono le uniche figure che possono realisticamente promuovere un tentativo di mediazione prima e al di fuori del giudizio. Gli avvocati, consiglieri fidati ma di parte, ed i mediatori, esperti nella relazione ma comunque sempre neutrali, possono giovare della collaborazione reciproca pur mantenendo distinte le loro funzioni professionali. Il mediatore familiare interviene in un conflitto, ove possibile, senza nessun’altra autorità se non quella che gli viene riconosciuta e riconfermata dalle parti. Unico obbiettivo del mediatore è quello di permettere a chi ha difronte, di avere un confronto alla pari e uno scambio costruttivo di emozioni, punti di vista ed ipotetiche soluzioni, affinché i soggetti coinvolti, moderati, siano motivati a sciogliere anche i nodi più stretti alla luce di nuove prospettive. Spesso ciò che limita maggiormente è la tendenza di rimanere ancorati ad un’idea, ad un’immagine che privi della capacita di andare oltre, di andare avanti. Il mediatore non risolve il conflitto, lo semplifica e lo restituisce alle parti coinvolte, affinché queste possano trovare le risorse necessarie per affrontare la situazione al di fuori della sede giudiziaria. Ciò che rende tutto questo possibile e realizzabile, è un lavoro concentrato sulle soluzioni più che sull’analisi del conflitto in sé, oltre che alla capacità del mediatore di stimolare le parti ad evolversi sempre e comunque verso un interesse comune e verso quel compromesso necessario, in cui anche interessi diversi possono trovare una soddisfazione ottimale.

Dott.ssa Silvia Silvestri 

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