Chi non paga l’assegno di mantenimento ai figli o all’ex coniuge ne risponde anche penalmente davanti al giudice. Questo è quanto afferma l’articolo 570 bis del codice penale entrato in vigore con il decreto 21/2018, che finalmente chiarisce aspetti importanti legati alla tutela delle famiglie,fino a qualche settimana fa trascurati e poco definiti.

Oggi grazie alla nuova norma entrata in vigore non contribuire al mantenimento dell’ex coniuge e dei figli costituisce un reato. Prima di questa integrazione normativaera necessario per il coniuge economicamente più debole dimostrare di aver diritto al mantenimento, ora non è più così: chi non corrisponde l’assegno alla propria moglie e ai propri figli sarà condannato a prescindere dalle condizioni economiche dell’avente diritto. Questo provvedimento non mette in discussione i precedenti orientamenti della Suprema Corte in tema di mantenimento nei confronti della moglie, ma pone dei punti fermi imprescindibili, diventando un riferimento normativo, opportunamente più articolato, in ordine ad un tema delicato e spesso oggetto di numerosi dibattiti. E’ tutt’oggi frequente l’ipotesi in cui un padre, in seguito ad una separazione o un divorzio e nonostante la presenza di un provvedimento provvisorio o definitivo di un giudice, non versi con regolarità l'assegno di mantenimento nei confronti della moglie e dei figli. L’art. 570 bis c.p. amplia il campo di applicazione della sanzione penale e dunque le tutele previste dell’art. 570 c.p. che circoscriveva la pena al genitore che fa mancare i mezzi di assistenza ai propri figli, lasciando dunque indefiniti ed interpretabili aspetti importanti legati all’inviolabile obbligo di assistenza familiare. Con l’introduzione del nuovo articolo le pene in realtà già previste diventano applicabili al coniuge che si sottrae all'obbligo di corresponsione di ogni tipologia di assegno dovuto, in caso di scioglimento, di cessazione degli effetti civili o di nullità del matrimonio, salvo in quei casi in cui gravi e giustificati motivi escludono la responsabilità dell’obbligato. La norma contrasta ogni forma di violazione di tutti quegli obblighi di natura economica conseguenziali e propri della separazione e dell’affidamento condiviso dei figli. Peccato che il legislatore nonostante il suo palese obiettivo di ampliare le tutele familiari, abbia omesso di stabilire con maggiore accuratezza la disciplina riguardante il mancato pagamento delle spese straordinarie, ovvero se l’omissione di tali importi integra o meno l’ipotesi di un reato; così come, dando rilevanza alle famiglie fondate sul matrimonio, ha d’altro campo dimenticato di considerare applicabile la norma anche in caso di unioni civili o di coppie omosessuali, situazioni per le quali ancora nulla è stato previsto. La norma non potrà essere applicata nelle ipotesi di mancata corresponsione dell’assegno a favore dei figli nati fuori del matrimonio, a cui per ora resta la sola tutela penale dell’art. 570 del codice penale. Buona e lodevole l’intenzione del legislatore, iniziativa necessaria seppur al momento un po’ imprecisa, motivo per cui ora ci si aspetta un lavoro di  “revisione”ugualmente necessario da parte della giurisprudenza di merito e di legittimità.

Silvia Silvestri

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Il T.A.R. della Sicilia si è recentemente pronunciato sull’ennesima e tanto chiacchierata “classe pollaio” costituita da 24 alunni di cui 4 diversamente abili.  La sentenza ha ribadito il principio costituzionale del diritto allo studio sostanziale, formalizzato dall’art. 3  comma 2 della nostra Carta, contrapposto a quello formale  di una “scuola aperta a tutti” ( art.34 ). Una sentenza dal contenuto prevedibile. L’ennesimo esempio di come la Magistratura sia spesso costretta a supplire le Istituzioni per garantire pari opportunità oltre che un’organizzazione più efficace e meno massimale. Ancora una volta è stato posto ed imposto un rimedio alla superficialità di politiche poco eque ed efficienti. Il precedente si era già ottenuto dal T.A.R. Toscana con la sentenza numero 1367 del 19 settembre 2016, la quale stabilì che una classe con anche un solo studente disabile non può essere composta da più di 20 elementi. Una classe di un Liceo linguistico composta da 31 alunni, tra cui 2 disabili, ha costituito una condizione insopportabile per i coraggiosi genitori di uno dei due ragazzi diversamente abili, i quali senza pensarci troppo ecerti dei diritti violati dei loro figli, hanno fatto ricorso. Il numero di alunni esagerato, di cui 2 con disabilità grave, viola il “diritto costituzionale dell’alunno all’istruzione e all’integrazione scolastica per l’eccessivo affollamento”. L’organizzazione che la maggior parte degli istituti scolastici si ostinano ad assumere è incostituzionale come ormai confermato da diverse pronunce, proprio come quellapiù recente del T.A.R. della Sicilia. L’errore si ripete e la superficialità riscontrata inizia ad apparire sconcertante, ancor più se si considera la presenza di ragazzi disabili all’interno delle classi incriminate. La recente sentenza accoglie la tesi più volte sostenuta e già condivisa dal TAR in casi simili. Il numero di alunni per ciascuna classe (iniziale, intermedia o finale) non può superare il tetto di venti unità, come previsto dall’art. 5, comma 2, del D.P.R. n. 81/2009: “Le classi iniziali delle scuole ed istituti di ogni ordine e grado, ivi comprese le sezioni di scuola dell’infanzia, che accolgono alunni con disabilità sono costituite, di norma, con non più di 20 alunni..”. Un limite che deve permanere anche nelle classi successive, infatti – continua la sentenza – “una lettura improntata a parametri di logicità impone di ritenere che, in presenza di alunni disabili, il limite dei venti alunni previsto per le «classi iniziali» debba considerarsi valido per tutte le classi”. Oggi abbiamo innanzi un’altra sentenza dagli effetti clamorosi che tra le righe mette in discussione ancora una volta il modo in cui vengono formate le classi nelle nostre scuole, i sistemi di riferimento nonostante la presenza di alunni disabili e le competenze culturali oltre che tecniche di chi si occupa di questi importanti aspetti organizzativi che non possono dipendere, evidentemente, dalla sola superficiale logica del risparmio che attraversa la politica scolastica negli ultimi anni.

Silvia Silvestri

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Gli anniversari sono importanti, sicuramente quelli che celebrano i momenti rilevanti o eventi gloriosi del passato, ma tanti altri sono importanti da ricordare per riflettere, per non dimenticare, per imparare anche dai momenti più bui della nostra storia. Sono passati 80 anni dalla legislazione antisemita varata dal regime fascista fra l'estate e l' autunno del 1938, legislazione che cambiò la vita a migliaia di ebrei italiani costretti a lasciare il proprio lavoro, le proprie case e a modificare le proprie relazioni. In Italia il Regime di Benito Mussolini si adeguò alla legislazione antisemita della Germania nazista, che fin dal 1933, anno dell’ascesa al potere di Hitler, generó una serie di provvedimenti contro gli ebrei sempre più rigidi e sempre più ingiusti: fu vietato loro di insegnare,di accedere a cariche pubbliche, di svolgere attività economiche, di stringere relazioni con donne di nazionalità e origine diversa dalla loro. La vita di numerosissimi esseri umani divenne in brevissimo tempo un inferno, priva di diritti, di dignità, di futuro. Dal razzismo di Stato all’Olocausto, il passo fu breve. Il mirato e orrendo genocidio di più di 6 milioni di persone non risparmiò nessuno e anche in Italia uomini donne e bambini ebrei furono massacrati e uccisi nei modi più disparati dalla politica del Führer. Nel 1933 si stima che ci fossero 13 milioni di ebrei in Europa, dei quali circa 45.000 in Italia, presto vittime di un folle sistema. I fatti sono stati largamente studiati ed oggi non esiste serio studioso che crede alla leggenda di un Duce costretto ad una scelta antisemita dalle pressioni del suo folle alleato. Tanti sono stati gli ebrei italiani salvati grazie all' aiuto di altri italiani, moltissimi cittadini nascosero parenti, amici e conoscenti nelle loro case, spesso fornendoli di documenti falsi, pur sapendo di andare incontro ad enormie fatali rischi, ma nonostante i comportamenti esemplari e virtuosi di tanti connazionali, questo resta un avvenimento imbarazzante anche della nostra storia, firmato da Benito Mussolini e Vittorio Emanuele III. Il passato non è mutabile ma non dimenticarlo in questo caso è un dovere ed è un dovere tramandarlo. Rammentare ai più giovani quanto accaduto, ricordare quali possono essere le conseguenze di scelte basate sull'esclusione, sull'intolleranza, sulla violenza fisica e verbale è la grande possibilità che questo anniversario ci offre e che tante scuole d’Italia in questi mesi stanno cogliendo. L’argomento è difficile ma è opportuno affrontarlo, poiché ancora oggi abbassare la guardia sembra essere un rischio, soprattutto in una società stanca come la nostra ed innanzi ad emergenti autoritarismi che trovano terreno fertile soprattutto nelle menti di chi dimentica.

Silvia Silvestri

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Ogni anno circa 5mila uomini subiscono violenza da parte di una donna: accuse di stalking infondate, false accuse di violenza sessuale, pressioni, ricatti, richieste di mantenimento sproporzionate, vendette psicologiche e in alcuni casi, anche se statisticamente inferiori, casi di violenza fisica. La violenza non ha un solo volto e se è vero che la violenza delle donne sugli uomini è statisticamente più lieve è assolutamente scorretto negarla. I riflettori dei Mass Media tendono ad essere puntati sui casi di violenza in cui le vittime sono le donne ma la realtà è checome purtroppo esistono e si perpetuano questi casi, altrettanto reali e frequenti sono i casi in cui le vittime sono gli uomini. I pregiudizi, anche indotti, talvolta ci forniscono un’immagine astratta della donna non sempre reale, anche a causa di convinzioni e preconcetti antichi che tendono a descriverla più soggetta a violenza o comunque generalmente più debole rispetto all’uomo. Tutto questo in molti casi è vero, ma siamo sicuri che sia sempre così?. Si fa fatica ad immaginare una donna commettere una violenza, ancor di più se si parla di violenza fisica, eppure questa realtà esiste anche se è molto meno illuminata dai riflettori. Pari opportunità significa pari diritti ma anche pari responsabilità. A prescindere dal sesso delle vittime e dei carnefici la violenza va denunciata, riportata e incriminata.

Ne abbiamo parlato con la Dott.ssa Lucia Ruggiero, criminologa esperta in relazioni violente.

Tutti parlano di violenza sulle donne ma oggi noi stiamo parlando di violenza sugli uomini. È un fenomeno reale o ipotetico? Se reale, di che tipo di violenza parliamo?

Il fenomeno è più reale di quanto si possa immaginare. Certo, capisco che possa risultare strano pensare adun uomo maltrattato da una donna, eppure, se osserviamo tutti i casi di cronaca, anche quelli che “fanno meno notizia” o decidiamo di guardandoci intorno con più attenzione, possiamo sicuramente constatare che non è un fenomeno così improbabile. Quando parliamo di violenza sull’uomo da parte della donna, si parla soprattutto di violenza psicologica, economica, frequenti sono i casi di stalking, anche se non mancano i casi di violenza sessuale e violenza fisica. So che è difficile da credere o ipotizzare, eppure questi scenari esistono.

Puoi darci qualche dato?

Sul territorio nazionale, al contrario di quello internazionale, a parte i dati delle Questure l’unico studio è quello condotto nel 2012 dal Prof. Macrì e dai suoi collaboratori, il quale utilizzando lo stesso metodo adottato dall’Istat per indagare sulla violenza subita dalle donne, ha evidenziato dati allarmanti: 5 milioni di uomini sono stati vittime di violenza fisica almeno una volta nella vita, 3,8 milioni sono stati vittime di violenza sessuale, poco più di 6 milioni sarebbero stati vittime di violenza psicologica e 2,5 milioni avrebbero subito atti persecutori. 

L’esistenza del preconcetto che inquadra da secoli l’uomo come il “sesso forte”, potrebbe essere una delle ragioni per cui il problema è stato fino ad oggi prevalentemente affrontato da una sola prospettiva?

Decisamente sì. Viviamo in una realtà sociale in cui predomina la cultura del così detto machismo che spinge gli uomini a nascondere le proprie debolezze e i propri sentimenti. La nostra è una civiltà che lascia all’uomo, apparentemente, poche e poco raccomandabili valvole di sfogo, principalmente: rabbia e aggressività. D’altra parte come reagirebbe la maggior parte della gente davanti ad un uomo che piange o che non sa difendersi da solo? Quasi sicuramente verrebbe deriso, anche se non espressamente. 

Il 22 e il 23 aprile i giocatori della serie A sono scesi in campo con un segno rosso sul viso a sostegno della campagna di sensibilizzazione contro la violenza sulle donne, presentata nei giorni scorsi da Lega A e Aic, in collaborazione con WeWorldOnlus. Campagna di sensibilizzazione importante ma alla luce dei dati riscontrati, potrebbe apparire ad un occhio critico, una campagna più mediatica che propositiva? Cosa credi occorrerebbe cambiare per non inciampare in luoghi comuni o essere involontariamente vittime di pregiudizi?

I Mass Media dovrebbero porre più attenzione ai messaggi che passano. Quello che la TV trasmette a volte è davvero pericoloso. Se ne sentono tante. La donna viene spesso descritta come quella che è andata a cercarsi la violenza magari solo perché indossava una minigonna, l’uomo invece agisce in un certo modo se non perché appartenente ad un’altra cultura semplicemente perché ubriaco. Questo non va bene. Determinati fenomeni sono sempre esistiti, solo prima non facevano notizia. Oggi vittimizzare la donna e criminalizzare l’uomo, soprattutto se di nazionalità diversa dalla nostra, fa audience!

Femminicidio. Che ne pensi di questa ormai comune definizione?

La parola sta ad indicare un fenomeno ben specifico: “la violenza sulle donne da parte degli uomini”, quindi non semplicemente “violenza sulle donne”. A mio avviso è un termine assolutamente scorretto e dannoso. Omicidio! E’ solo questo il termine corretto e attinente a determinati eventi. Utilizzando determinate altre parole, il rischio è di inquadrare un fenomeno solo attraverso la sua parziale definizione. Ciò che mi preoccupa è che usando questa terminologia, la violenza in sé, che purtroppo si verifica, passi addirittura in secondo piano rispetto alla sua classificazione. Non è corretto far passare l’idea che l’atto criminale, l’omicidio sia incriminato e maggiormente amplificato solo perché agito nei confronti di una donna. È bene che si parli di violenza sulle donne, esiste, purché se ne parli in modo corretto. Se esiste il “femminicidio” esiste il “maschicidio”. Ha per voi senso questa classificazione?

In Italia abbiamo tanti centri per le donne vittime di violenza, ma uno solo per gli uomini vittime di violenza. E’ davvero così? Secondo te perché questa così scarsa attenzione al fenomeno?

Ci sono molte associazioni che offrono aiuto e consulenza ai papà separati, ma confermo che il centro che si occupa di uomini vittime di violenza ad oggi è solo uno ed è a Milano, quindi non facilmente raggiungibile da tutti. La scarsa attenzione è dovuta a vari fattori e i principali sono essenzialmente due: il primo è che gli uomini non denunciano i maltrattamenti e se lo fanno la cosa non cattura la dovuta attenzione, perlomeno dall’opinione pubblica, l’altro è che il pensiero comune è quello che l’uomo non sia mai vittima. Ormai il genere maschile è incastonato nel ruolo di carnefice, quindi anche quando al Tg passa la notizia di un uomo maltrattato, molti tendono a pensare  “ben gli sta!”.

Cosa si intende per “numero oscuro” quando si parla di violenza?

Il numero oscuro è quel numero di reati non denunciati né rilevati ufficialmente. In questo contesto il fattore “vergogna” ha un ruolo importante, in quanto spinge gli uomini a non denunciare le violenze subite per evitare di essere giudicati, di apparire deboli o di non essere creduti. Plagiati probabilmente da credenze limitanti, generalmente gli uomini se vittime di violenza non ne parlano nemmeno con gli amici, figuriamoci con le forze dell’ordine. Per questo ritengo necessaria la presenza sul nostro territorio, su tutto il territorio italiano di più centri con operatori adeguatamente formati che possano offrire sostegno ad ogni genere di vittima.

Silvia Silvestri

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In Italia mezzo milione di bambini sono affetti da una allergia alimentare, ma i casi sono in aumento ovunque. Dal 2010 in Italia ma anche all’estero si è registrata un’esplosione di casi. Il fenomeno si riconduce a una così definita dagli esperti “tempesta perfetta'' di fattori: un mix di elementi genetici e di fattori ambientali. Incriminati i saponi che non vengono risciacquati dalla pelle dei neonati come ad esempio quelli che si ritrovano sulle salviettine usa e getta, allergeni della polvere e residui di cibo spesso presenti nell'ambiente domestico, come ad esempio quelli che si ritrovano sulle mani di chi si prende cura dei bambini. Da quanto è stato da poco scoperto, questi fattori in concomitanzaindebolirebbero le barriere lipidiche della pelle, rendendo dunque i neonati più esposti all’aggressione di agenti esterni.L’aumento dei casi di allergia alimentare registrati anche in seguito ai numerosi ricoveri con detta diagnosi, è stato fino ad ora un vero e proprio mistero, oggi sappiamo che lo sviluppo di un’allergia alimentare è fortemente collegato non solo alla genetica ma anche all’esposizione cutanea agli allergeni e agli alimenti. L’autore dello ricerca pubblicata sul Journal of Allergy and ClinicalImmunology, Joan Cook-Mills, professore di immunologia allergologica presso la Scuola di Medicina Feinberg della NorthwesternUniversity,definisce il suo studio come "una ricetta per lo sviluppo di allergie alimentari" affermando un importante progresso per la nostra comprensione di come l'allergia alimentare abbia radici remote nella nostra vita, a prescindere da quando poi effettivamente si manifesti. Questa scoperta oggi ci permette di comprendere l’importanza di assumere nuove abitudini nella cura dei bambini e di prestare ancor più attenzione non solo nella scelta degli alimenti da somministrare loro ma anche di comprendere maggiormente l’importanza di proteggere la loro pelle. Limitare l'uso di salviette per neonati che lasciano tracce di sapone sulla pelle e ricordarci di lavarci sempre le mani prima  di entrare in contatto con un bambino, sarebbero già due buone abitudini da valorizzare. I bambini, sottolinea il ricercatore Cook-Mills, vengono esposti agli allergeni attrverso la polvere ma a volte anche attraverso dei semplici gesti di cura o di affetto, come il bacio di una sorellina che haappena mangiato, ad esempio,  burro di arachidi, un alimento fortemente allergizzante. Alla luce dei risultati di questo studio, alcuni fattori di rischio possono variare, a seconda delle abitudini assunte all'interno delle mura domestiche. Il 35% dei bambini con allergie alimentari manifestano la dermatite atopica e i problemi della pelle che si verificano con le mutazioni della barriera cutanea possono essere visibili anche dopo l’inizio effettivo dell’allergia. Gli under 18 che soffrono di allergie alimentari in Italia sono 570mila: 270mila bambini tra 0 e 5 anni; 180mila tra i 5 e i 10 anni e 120mila tra 10 e 18 anni. Dei 270mila bambini con meno di 5 anni che soffrono di allergie alimentari, 5000 sono a rischio di reazioni allergiche gravi che possono costar loro anche la vita: una reazione allergica grave su tre avviene a scuola.L'allergia alimentare più frequente nei bambini tra 0 e 5 anni è quella al latte vaccino, seguita da quella alle uova. 

Silvia Silvestri

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Secondo una ricerca di JhonGottman, noto Professore di Psicologia all’Università di Washington per gli studi sulla stabilità matrimoniale, il 65% degli uomini aumenta la negatività nel corso di una discussione spesso rispondendo alla tensione con un atteggiamento difensivo anche quando questo non è necessario, rivelando a priori una resistenza all’influenza del partner. Un matrimonio ha l’80% di probabilità di entrare in crisi se l’uomo non è disposto a condividere il proprio potere,anche emotivo, con la propria compagna. La ricerca rileva come la criticità nella coppia si crea più facilmente nei casi in cuil’uomo non ha sviluppato sufficientemente la sua intelligenza emotiva. Una prima conseguenza di questa mancanza è il rifiuto dell’autorevolezza o della determinazione del partner, considerato deleterio alla propria affermazione e determinazione; tutto ciò che proviene dall’altro, talvolta anche una più ferma opinione,  viene percepito come un attacco e genera un atteggiamento difensivo che blocca il dialogo, generando automaticamente un contrattacco che molte volte sfocia in una escalation di rabbia e contrasto. Un compagno emotivamente intelligente è in grado di percepire e prendere in considerazione le emozioni, opinioni o anche semplicemente i punti di vista del proprio partner, andando oltre le parole e percependo non solo la realtà in modo più completo ma il senso di ogni conversazione nella sua interezza.Le donne si arrabbiano, a volte esagerano e possono portare la negatività a livelli molto alti ma all’interno dello studio effettuato, si è notato che tendono comunquea mantenere più degli uomini, la considerazione delle emozioni e dei sentimenti dell’altro. La deduzione è che se gli uomini hanno un’intelligenza emotiva sviluppata, la coppia ha molte più chance anche a livelli di tensione elevata o in condizioni di tristezza profonda, poiché in genere, in dette situazioni, sono più inclini alla chiusura non solo verso il dialogo ma in generale verso l’altro. Una coppia può sopravvivere a un conflitto, ad un trauma, a momenti di rabbia, lamentele o critiche, ma tutto fino ad limite soggettivo, oltre il quale la negatività crea solo altra negatività. Se si è in grado di sdrammatizzare il conflitto e fermare l’escalation del processo prima del raggiungimento del punto di non ritorno, la coppia può essere salva. Il collante che mantiene in vita un matrimonio oggi è costituito da vincoli emotivi. Non sono più regole esterne sociali o culturali a saldare l’unione ma qualcosa di personale, profondo, interiore che diventa il reale fondamento del matrimonio. Approfonditi studi sui legami di coppia e sui comportamenti distintivi, hanno dimostrato che ledifficoltà di coppia hanno origine nell’infanzia, dalle differenze fra la realtà emozionale delle bambine e quella dei bambini. Si è osservato un diverso approccio dei genitori verso i figli maschi e verso le figlie femmine: i genitori tendono a discutere maggiormente di emozioni con le femmine piuttosto che con i maschi e, quando giocano con  figlie femmine, le madri, esprimono una più vasta gamma di emozioni. Ecco evidenziato “l’errore”. Questo predisporrebbe le bambine, una volta adulte, ad arrivare al matrimonio o comunque ad una relazione di coppia con una maggiore “competenza” emozionale rispetto agli uomini, una maggior capacità di comprendere le emozioni espresse nel linguaggio non verbale, una maggiore propensione ad esprimere i sentimenti e una maggiore capacità di gestione degli stessi. Sviluppare la propria intelligenza emotiva è sempre possibile, anche se maggiore sarà l’età maggiori saranno le resistenze da superare e dunque gli esercizi che si dovranno attuare. Un uomo non timoroso di esprimere i propri sentimenti, entra più facilmente in sintonia con la donna che generalmente ha una naturale predisposizione all’empatia. Tutte le emozioni, incluse quelle di paura o tristezza generano empatia e nelle situazioni più tese questa può evitare il contrasto agevolando la sintonia o la riappacificazione.

Silvia Silvestri

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I genitori tendono a non vaccinare più i loro figli ma il risultato è che, non volendo, stanno creando loro un vero e proprio danno e oggi quel che è peggio è che il danno non è limitato ma con il tempo, non troppo tempo, inevitabilmente si sta amplificando. La settimana scorsa il Ministero della Salute ha definito “preoccupante” l’aumento dei casi di morbillo registrata nel nostro Paese dall’inizio 2017. Durante i primi tre mesi dell’anno sono stati registrati 700 casi di contagio rispetto al 2016 e il dato è preoccupante considerato che l’aumento dei casi in Italia è stato ben del 230%. Il Ministero della salute ha chiarito in più occasioni che quando il numero di non vaccinati diventa abbastanza elevato, da permettere la circolazione del virus, il contagio si espande finché non viene fermato dalle barriere immunitarie di chi è vaccinato e ne impedisce la diffusione. Se la copertura vaccinale fosse a livello ottimale, ovvero pari almeno al 95% sarebbe sicuramente più facile evitare contagi inutili e gratuiti oltre che pericolosi. Ad oggi in Italia la percentuale di bambini vaccinati contro il morbillo non supera l’85%, pertanto il rischio di contagio torna ad essere elevato. È recente la notizia del bambino di Falconara di soli sei mesi – quindi di un’età alla quale non è ancora possibile somministrare il vaccino contro il morbillo – che è stato ricoverato nel reparto malattie infettive dell’ospedale Salesi di Ancona perché aveva contratto il virus. In caso di bambini così piccoli le complicanze respiratorie del morbillo possono essere molto gravi, pertanto si è dovuta adottare ogni precauzione possibile per evitare il peggio - ha confermato la dottoressa Guerri. A quanto pare il bambino ha contratto la malattia venendo a contatto – in maniera non intenzionale – con soggetti non vaccinati che avevano già contratto il virus. I medici dello studio pediatrico Galileo Galilei sottolineano che le vaccinazioni non servono solo a proteggere chi le riceve ma anche la popolazione che sta intorno ai vaccinati e che per una serie di ragioni non può ricevere il vaccino. Il grande dibattito sui vaccini ci fa erroneamente pensare che tutte le opinioni si equivalgano, ma evidentemente non è così. I vaccini servono e proteggono dalle infezioni anche quegli individui che non possono essere vaccinati, per la loro giovane età o perché affetti da gravi malattie come ad esempio la leucemia e che dunque, in caso di contagio, rischierebbero maggiori complicazioni. Gli effetti del morbillo sui pazienti vaccinati sono completamente differenti rispetto agli effetti che questo virus può scatenare in soggetti non vaccinati,diventando anche fatali soprattutto a causa delle infezioni batteriche ad esso collegate. Tanti sono i medici che oggi fanno appello ad una coscienza sociale oltre che personale, spiegando che loro intento non è “vendere vaccini” come molti impropriamente affermano o far guadagnare le multinazionali farmaceutiche, ma solo tutelare la salute di tutti, rimarcando,altresì,che non esiste alcun legame tra vaccini e autismo come molti genitori temono: lo studio che affermò detto legame è stato smentito e screditato ormai da tempo, la rivista stessa lo ha ritrattato dopo che è stato dimostrato che i dati erano stati falsificati, Wakefield è stato radiato dall’Ordine dei medici, eppure la bufala continua a circolare. L’unico dato certo è che il morbillo stava per essere debellato ma oggi alla luce dei dati registrati, con il calo delle vaccinazioni, la così detta “immunità di gregge” si è ridotta, agevolando la circolazione del virus.

Silvia Silvestri

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Oggi 21 marzo sarà probabilmente approvato dalla Conferenza Stato Regioni il nuovo decreto sull’assistenza ai celiaci: è stato confermato il diritto all’erogazione gratuita degli alimenti, sebbene con una riduzione media dei tetti di spesa del 19% ed è  stato revisionato il Registro Nazionale degli alimenti senza glutine erogabili, che garantisce ancora gli alimenti definiti “ad alto contenuto di servizio”, come piatti pronti e preparati che consentono anche ai celiaci di aderire a stili di vita meno tradizionali. L’associazione Italiana Celiachia(AIC) ha espresso la sua soddisfazione in merito ai provvedimenti espressi, sottolineando che la terapia resta garantita e l’assistenza ai celiaci assicurata nonostante i tagli, maad oggi i consumatori non sembrano altrettanto soddisfatti ed entusiasti delle premesse poste dal nuovo decreto, piuttosto spaventati dai tagli a fronte dei prezzi eccessivi tutt’ora imposti. Secondo l’AIC i tetti di spesa devono coprire il fabbisogno energetico derivante da carboidrati senza glutine. Il celiaco, deve seguire una dieta varia ed equilibrata con un apporto energetico giornaliero da carboidrati di almeno il 55%: circa il 35% dell’apporto energetico totale deve derivare da alimenti senza glutine, il restante 20% da alimenti naturalmente privi di glutine come riso, mais, patate e legumi. D’altra parte la realtà riporta che molti di dei prodotti indicati anche dall’AIC quali “naturalmente privi di glutine” non sempre sonofacilmente acquistabili dai celiaci, poiché spesso,la maggior parte di questi, sono confezionati e contaminati in stabilimenti inquinati dal glutine, come accade per un’ampia quantità di prodottiche non dovrebbero contenere glutine ma la cu lavorazione avviene proprio con detta sostanza, la quale conferisce maggiore viscosità, elasticità e coesione a molti preparati e alimenti che quotidianamente si utilizzano. I nuovi tetti di spesa garantiranno ancora la copertura del fabbisogno espresso– dichiara Caterina Pilo, direttore generale dell’AIC - suddividendo con più precisione le fasce di età e relativi fabbisogni energetici e considerando anche medi livelli di attività fisica. 

Il decreto consta di cinque articoli e da quanto dichiarato scaturisce,dalla necessità di rendere uniformi le modalità di erogazione degli alimenti senza glutine specificamente formulati per i celiaci, al fine di garantire i Lea su tutto il territorio nazionale e di contenere i costi per il Ssn ma i dubbi su quanto definito di chi direttamente subisce questa patologia non diminuiscono nonostante le rassicurazioni espresse anche dall’associazione di riferimento.

Il primo articolo definisce il diritto all’erogazione gratuita ai soggetti affetti da celiachia (compresa la variante della dermatite erpetiforme) degli alimenti con dicitura “senza glutine, specificatamente formulati per celiaci” o “senza glutine, specificatamente formulati per persone intolleranti al glutine”, ai sensi del decreto ministeriale 17 maggio 2016.

L’art. 2 elenca le cinque categorie degli elementi erogabili a carico del Ssn, che devono essere inclusi nel Registro nazionale istituito presso la Direzione generale per l’igiene, la sicurezza degli alimenti e la nutrizione del ministero della Salute. Si tratta di: 1) pane e affini, prodotti da forno salati; 2) pasta e affini, pizza e affini, piatti pronti a base di pasta; 3) preparati e basi pronte per dolci, pane, pasta pizza e affini; 4) prodotti da forno e altri prodotti dolciari, 5) cereali per la prima colazione. Ai fini dell’inclusione nel Registro nazionale (i cui aggiornamenti periodici sono pubblicati sul sito internet del ministero della Salute), gli operatori del settore alimentare devono notificare gli alimenti secondo le modalità previste dalla legge (art. 7 del dlgs n.111/1992).                                                                                         

L’art. 3 definisce i limiti di spesa per l’erogazione gratuita degli alimenti gluten free, riportati in un apposito allegato. Sono fissati in base all’età e al genere, tranne che per le fasce d’età 6 mesi-5 anni e 6-9 anni, nei quali sono rispettivamente di 56 e 70 euro sia per i bambini che per le bambine. Da 10 ai 13 anni, il limite sale a 100 euro per i maschi e 90 per le femmine, dai 14 ai 17 ani diventa di 124 euro per i maschi e 99 per le femmine, per poi scendere nella fascia 18-59 anni a 110 euro per i primi e 90 euro per le seconde. Negli over 60, il limite massimo di spesa mensile scende ancora a 89 euro per i maschi e 75 per le donne. Ai sensi dell’art. 4, dovrà essere pubblicato entro sei mesi dall’entrata in vigore del decreto il Registro nazionale privo degli alimenti senza glutine che non rientrano nelle categorie elencate nell’art. 2. Entro tre mesi dalla pubblicazione del Registro nazionale, le Regioni devono provvedere ad adeguare  le modalità di erogazione degli alimenti senza glutine.                                                                       

L’ultimo articolo (il n. 5) del decreto abroga il decreto ministeriale del 4 maggio 2006, che fissava i precedenti limiti di spesa.

Silvia Silvestri

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«Definirò ciò che ritengo essere la medicina: in prima approssimazione, liberare i malati dalle sofferenze e contenere la violenza della malattia» così scriveva Ippocrate “padre della medicina”, ma oggi che significa esattamente liberare i malati dalle sofferenze? Curare il paziente può ridursi al semplice eliminare ciò che causa la sofferenza fisica? Oppure è ugualmente importante osservare sempre il contesto e il paziente prima come persona e poi come malato?. Solo ieri, In occasione della giornata mondiale del malato, Papa Francesco ha ricordato quanto dovrebbe essere essenziale nel nostro sistema sanitario il rispetto della dignità di tutti i malati, del loro dolore e il rispetto del loro modo di viverlo, tanto per i cristiani che operano nel settore, affinché portino testimonianza del Vangelo e della carità cristiana, così come per chiunque si confronti quotidianamente con chi soffre. La forza dell’amore per il prossimo è la prima medicina realmente utile per chi soffre, questo è quanto è stato trasmesso dal Pontefice nel suo più recente messaggio, ricordando come la Chiesa ha ricevuto il dono della “guarigione” intesa nel suo significato più ampio e completo e a questo dono, ha precisato, “corrisponde il compito della Chiesa, la quale sa che deve portare sui malati lo stesso sguardo ricco di tenerezza e compassione del suo Signore” ed è per questo che “la pastorale della salute resta e resterà sempre un compito necessario ed essenziale, da vivere con rinnovato slancio a partire dalle comunità parrocchiali fino ai più eccellenti centri di cura“. Papa Francesco ha evidenziato “la tenerezza e la perseveranza con cui molte famiglie seguono i propri figli, genitori e parenti, malati cronici o gravemente disabili” notando come “le cure che sono prestate in famiglia sono una testimonianza straordinaria di amore per la persona umana e vanno sostenute con un adeguato riconoscimento e con politiche adeguate, pertanto, medici e infermieri, sacerdoti, consacrati e volontari, familiari e tutti coloro che si impegnano nella cura dei malati, partecipano a questa missione ecclesiale. È una responsabilità condivisa che arricchisce il valore del servizio quotidiano di ciascuno”. La medicina non si interfaccia con delle cose, un medico, un infermiere o un operatore sanitario non possono osservare quello di cui si occupano, come un fisico osserva un peso che cade o un astronomo osserva i pianeti che si muovono. Chi si occupa di chi soffre, di malattie, ha a che fare con esseri viventi che hanno una storia, una più o meno marcata sensibilità, esigenze, capacità e sentimenti. L’umanità di chi si confronta con un uomo sofferente, l’attenzione psicologica per il malato già debilitato, in un ambito a volte impietoso, rappresentano speranza, anche quando scientificamente speranza  non se ne vede. Nella sanità italiana ci sono state e ci sono grandi figure e ottime strutture ospedaliere, ma la competenza per una gestione migliore dei pazienti non la si può solo delegare solo alle politiche sociali, così come non si possono attendere dei riconoscimenti per agire diversamente o in modo più caritatevole. Più attenzioni e maggiore premura, possono fare la differenza arricchendo reciprocamente chi le attua e chi le riceve, ma la responsabilità è dei singoli prima ancora che delle grandi organizzazioni, poiché,come è evidente dai riscontri e dalle numerose testimonianze, le più grandi potenzialità sono nelle nostre capacità di amare e per associarle alla professione che si svolgenon serve aspettare che qualcuno lo richieda. 

Dott.ssa Silvia Silvestri

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