È tempo di gite scolastiche, o di uscite didattiche, come qualcuno le definisce per attenuarne il tono a volte troppo vacanziero.
È il momento più atteso da studenti e alunni, e in verità anche da molti prof, un’occasione per uscire dalla consueta routine delle lezioni e passare una giornata diversa.
Forse è per questo, per questa voglia di liberarsi e rilassarsi, che si pensa egoisticamente di lasciare in classe quegli alunni che, a causa di una qualche disabilità, sarebbero più un peso che una compagnia, e molto spesso quegli alunni sono ragazzi e bambini autistici.
Le cronache di questi giorni ci hanno raccontato di Giulio, di Alberto, e di tanti altri autistici che sono arrivati in classe e l’hanno trovata vuota, perché i loro compagni erano andati fuori per un’uscita didattica.
Didattica di cosa? Viene da chiedere. Cosa hanno imparato in quella gita spensierata i ragazzi che sapevano di aver lasciato a casa il più debole di loro?
Avranno visitato una bella fattoria, impastato pane casereccio, ammirato le bellezze di un qualche palazzo regale, tra i tanti che affollano il nostro splendido patrimonio, o magari avranno visitato uno dei tanti luoghi che testimoniano i prodigiosi talenti del genere umano, la tomba di Dante, il sepolcro di Virgilio o le splendide vestigia dei nostri avi della Magna Grecia. Ma come avranno fatto quei valenti insegnati che li accompagnavano a spiegare loro che dietro ogni opera che con enfasi veniva proposta a fulgido esempio di ammirazione c’è un soggetto che si chiama uomo e una storia che si chiama civiltà?
Avranno spiegato magari che quella è la storia dei forti, dei vincenti, dei talentuosi, dei modelli di una umanità superiore, a cui tendere con coraggio, lasciandosi dietro chi è più debole, rinunciando alla fatica di scavare nell’umanità del loro compagno autistico per scoprire il talento nascosto che ne fa un uomo come chiunque altro! Solo un po’ diverso. Ma uomo, bambino, ragazzo, con sogni e desideri come ogni altro della sua stessa età. Che è un autistico ma che è anche altro!
Io personalmente ho letto la felicità di un ragazzo autistico nel partecipare a una gita scolastica negli occhi di mio figlio, che non è stato dimenticato dalla sua scuola, e ha preso parte al viaggio che il “Sinisgalli” di Senise ha organizzato per Napoli ed Ercolano. Mi ha raccontato di aver visto gli scavi, il palazzo reale, di aver passeggiato sul lungo mare e di aver mangiato tutto quello che aveva nello zaino insieme ai proprio compagni. E vedevo la luce nei suoi occhi, la soddisfazione di “esserci stato”.
Ho pensato che mio figlio è stato fortunato. Più fortunato di Giulio! Ma che anche noi siamo Giulio! E che una società che lascia a casa i più deboli è una inciviltà!
Sì! #TUTTINOISIAMOGIULIO. E voi che lo avete lasciato a casa siete degli incivili!

Francesco Addolorato


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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“Noi non discriminiamo. Se voi lo fate, per favore non prenotate un tavolo al Grenache”.
Succede a Manchester, nel ristorante di Mike Jennings e la moglie Karen, dove lavora tra i tavoli un ragazzo autistico di nome Andy. Qualche sera fa alcuni clienti hanno mancato di rispetto ad Andy, e la coppia di proprietari, dopo averlo difeso, hanno affidato i loro pensieri a un post su FB, nel quale hanno raccontato l’accaduto e preso una posizione chiara: hanno invitato chiunque intendesse discriminare, a non prenotare un tavolo nel loro locale.
Il racconto di Mike e Karen è di quelli che lasciano di stucco, e fanno pensare come sia possibile che ancora oggi, in una civilissima cittadina del civilissimo nord Europa, ci siano persone che pensano di comprare, insieme al servizio di una serata al ristorante, anche la libertà di offendere coloro che servono ai tavoli. Per questo penso che il gesto dei proprietari non sia stato solo una testimonianza di solidarietà verso un ragazzo autistico o un atto di inclusione, ma un gesto di sana e coraggiosa civiltà.
Sì, un gesto di civiltà, di semplice rispetto per gli altri e, in definitiva, anche per il proprio locale. Tanto più che Andy svolge bene il proprio lavoro, e lo fa con “impegno e professionalità” come dicono i suoi datori di lavoro. Quell’impegno che le persone autistiche sanno mettere nelle cose che fanno, perché amano conquistare la vita e sanno che per loro è più difficile che per gli altri.
Per questo sembrano così piccoli e insignificanti quei clienti che non vogliono essere serviti da Andy perché è autistico, anche se svolge bene il proprio compito, e chiedono ai proprietari “cos’ha che non va?”, o “perché lo fate lavorare?”.
La risposta dei proprietari è una doccia raggelante per chiunque abbia un briciolo di intelligenza. “Qui a Grenache, ci avvaliamo di personale sulla base di esperienza, conoscenza e passione per il lavoro, non per il colore della loro pelle, o il loro aspetto, il numero di tatuaggi che hanno, la taglia del loro vestito, le loro convinzioni religiose o le loro malattie. Noi non discriminiamo! Se voi lo fate .... vi preghiamo di non prenotare un tavolo al Grenache. Non meritate il nostro tempo, il nostro sforzo o il nostro rispetto.”
Non un gesto eroico, ma la semplice constatazione che ci sono cose che valgono di più dei soldi di clienti immeritevoli, come la dignità delle persone e il valore del loro lavoro. Quella dignità che non si acquista con un bicchiere di birra o con un piatto di fish and chips.

Francesco Addolorato

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Lettera alla Walt Disney.
Cara Walt Disney,
io sono un ragazzo di 16 anni, mi chiamo Vincenzo, e i miei progetti professionali sarebbero realizzare grandi cartoni animati, film d’animazione, comporre, comporre colonne sonore per film e cartoni per la grande casa di produzione che realizza film d’animazione.
Vorrei realizzare un cartone animato indirizzato soprattutto agli adolescenti e ai più piccoli che trasmetta loro avventura, magia, commedia, la colonna sonora sarebbe bella se la producessi al computer, troverei anche un cast per il doppiaggio, aprire una sala doppiaggio vicino casa mia, e invitare tutti i miei amici a doppiare il cartone animato, troverei anche degli effetti sonori, l’animazione, l’animazione la voglio fare in 3D, aggiungere gli effetti, e una volta pronto il cartone pubblicarlo in mille modi, come ad esempio, caricarlo su You Tube, masterizzarlo su DVD, proiettarlo al cinema in 3D, insomma, farei di tutto per un cartone animato.
Con amore, Vincenzo
Senise 28-01-2016


Sono le parole scritte da mio figlio Vincenzo, ragazzo autistico di 16 anni, che frequenta la seconda classe del liceo scienze umane “L. Sinisgalli” di Senise, a cui l’insegnate di italiano, come al resto della classe, ha affidato un tema: Scrivi una lettera ad un destinatario da te scelto e raccontagli quelli che sono i tuoi progetti professionali, familiari e sociali da realizzare in prossimo futuro.
Ho scelto di pubblicarne il testo, senza alcun commento, perché credo che sia il modo migliore per spiegare a chiunque avrà la pazienza di leggerlo quanta voglia di vita e di futuro racchiude la condizione autistica dei nostri figli.
Francesco Addolorato
 

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POTENZA - Un Natale di solidarietà per dare una mano a chi ogni giorno si adopera per far fronte ai problemi dell’autismo. Lo ha fatto Simona Mizzolini, un po’ artista un po’ artigiana ma sempre e completamente fai da te, che ha realizzato una serie di oggetti che sono finiti poi sul banchetto natalizio dell’Associazione Lucana Autismo, che dalla vendita di beneficienza ha ricavato un piccolo gruzzoletto, parliamo di circa 400 euro, che andranno a finanziare le attività associative.
Lo scorso 11 dicembre, in un angolo del negozio Diana a Potenza, la presidente ALA Zaira Giugliano ha allestito la piccola bottega della solidarietà pro autismo, mettendo a disposizione, dietro offerta spontanea, bijoux e piccoli diari realizzati a mano, e senza alcuno scopro di lucro, da Simona Mizzolini che da tempo ha messo su la sua attività a cui ha dato nome “Niente da mettermi”, e che da Milano, per l’occasione, è sbarcata nel capoluogo lucano per dare una mano alla causa dell’autismo.
Oltre ad essere un’attività di autofinanziamento, ha spiegato Zaira Giugliano, il banchetto ha voluto rappresentare anche e soprattutto un momento di sensibilizzazione verso i problemi dell’autismo, alla quale l’associazione lavora fin dalla sua nascita.
La carenza di fondi, poi, rende necessario aguzzare l’ingegno e rimboccarsi le maniche per reperire quanto serve per portare avanti progetti e iniziative che il più delle volte non trovano riscontro nel sostegno pubblico.
La cifra raccolta, pur nella sua esiguità considerando che il banchetto è durato un solo giorno ed è stato ospitato in un solo locale del capoluogo, servirà a sostenere le attività associative, mentre la presidente ringrazia quanti hanno voluto dare il proprio contributo alla causa, che sono stati tanti se si considera che l’iniziativa ha avuto carattere estemporaneo. Ma pur nella sua estemporaneità, tuttavia, esso è il segno di una presenza continua e incisiva, che è appunto quella di famiglie e volontari che operano nell’ALA e che ogni giorno lavorano per rendere più leggero il carico di un problema gravoso e ancora troppo poco preso in considerazione, come quello dell’autismo.

Francesco Addolorato

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Quando la passione e lo slancio verso i più deboli ispirano progetti e azioni avviene il miracolo che ogni disabile desidera: la diversità viene annullata.
Avete mai provato ad entrare nel cuore e nella mente di una persona diversamente abile? È certamente difficile, quasi impossibile. Soprattutto se questa persona è un autistico, un soggetto che, per definizione, ha difficoltà proprio in quelle sfere della persona che permettono a ciascuno di essere parte del resto del mondo, cioè l’affettività e la comunicazione.
Avere problemi nella sfera affettiva non significa non provare gioia, dolore, amore, dispiacere o altro. Ma semplicemente non riuscire a comunicare i propri i propri sentimenti come fanno tutti. E questo in una società che è carente di rapporti umani ma assolutamente bulimica di effusioni di sentimenti e moti interiori generalmente condivisi, come testimoniato dai famosi emoticon che si moltiplicano sulle tastiere dei nostri smartphone, è un problema non da poco.
Ma se riusciamo a sollevare lo sguardo dagli schermi e guardare gli occhi di un autistico, per quanto fugace possa essere questo incrocio, ci accorgiamo che i sentimenti si vedono eccome. E sono autentici, perché non espressi dalla faccina disegnata ma da specchi limpidi che non sanno mentire.
Proprio da questi spiragli ho potuto vedere, durante l’estate appena finita, l’entusiasmo e la gioia di mio figlio e di tanti altri ragazzi, nel trascorrere giornate di divertimento e di allegria, godendosi il tempo come non mai, come tutti gli altri che durante le vacanze si godono il meritato riposo e il giusto divertimento.
In quegli occhi ho capito che la diversità è stata annullata, svuotata del suo senso più drammatico e doloroso, che è racchiuso nella consapevolezza inespressa di chi è più debole: “io non posso, non posso farlo perché non sono come gli altri”. E invece no! La vera grande verità della diversità che non c’è, sta tutta in una frase che spesso le persone diversamente abili non riescono a dire, e che invece, sotto il sole delle spiagge di Policoro hanno potuto urlare: “io posso, anch’io posso!”
Posso andare a cavallo e sentire il contatto con la natura amica. Posso andare in canoa e sentirmi dondolare dalle onde. Posso andare in barca a vela e sentire il profumo del mare portato dal vento. Posso tuffarmi in acqua e divertirmi con gli altri. Posso festeggiare il mio compleanno insieme a tanti amici nuovi e sinceri. Posso rispettare le regole del gruppo e passare un’estate fianco a fianco con altri ragazzi, magari più fortunati di me. Posso trascorrere come loro un’estate felice.
Perché sono diverso, ma questo non conta!

Francesco Addolorato

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È un dialogo che sta crescendo di in giorno in giorno quello tra il mondo dell’autismo e la nostra società, un po’ meno distratta verso questa sindrome così complessa e oggi così diffusa.
Un dialogo che necessità innanzitutto di ascolto. Un ascolto reciproco, che superi le diversità e accetti come risorsa irripetibile le peculiarità di ognuno. 
Per facilitare questo dialogo abbiamo pensato di dare vita al blog “Autism Speaks”, che si richiama esplicitamente all’organizzazione internazionale che porta questo nome e che ha lanciato la campagna “Light it up blue”, “accendilo di blu”. Come è successo anche quest’anno, tante città, il 2 aprile, giornata mondiale dell’autismo, illuminano di blu i loro monumenti più rappresentativi per sensibilizzare il mondo alle problematiche correlate a questa sindrome.
Un gesto semplice che rende più belli i monumenti e li fa conoscere sotto una luce nuova.
Ho avuto modo di sperimentare l’eccezionalità di questo gesto la sera del 2 aprile scorso. Come altri monumenti, anche l’abside della chiesa di San Francesco a Senise, al calar del buio è stata illuminata di blu. Mentre anch’io ero lì, ho visto tante persone che, con un semplice passaparola, erano corse a vedere quel bellissimo spettacolo, e ho sentito alcuni di loro che si dicevano: “perché non lo lasciano sempre così, è più bello!”
Certo è più bello!
È più bello vedere il mondo che ogni giorno scorre sotto i nostri occhi sotto una luce nuova, insolita, sconosciuta, che permette di vedere la consueta realtà in modo diverso.
È questo che noi vogliamo e dobbiamo comunicare con il nostro blog. Il mondo dell’autismo, con le sue difficoltà e i suoi drammi, ma anche con l’entusiasmo di chi non si arrende, di chi porta la sua croce ogni giorno, sicuro che all’orizzonte c’è una luce blu, lontana e discreta, come la luna, apparentemente debole, ma capace di illuminare un cammino affascinante e inesplorato.
Perché l’autismo non è un altro mondo, ma solo il mondo visto da un’altra prospettiva. Sta a noi raccontarla.

Francesco Addolorato
 

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In molti si saranno chiesti perché dalle colonne di questa testata parlo spesso di autismo, una condizione che coinvolge milioni di bambini in tutto il mondo. Di questa patologia, e dei drammi familiari che spesso ad essa si accompagnano, si sente parlare soprattutto in questo periodo, con l’avvicinarsi del 2 aprile, data in cui si celebra ormai da otto anni la Giornata Mondiale della consapevolezza per l’autismo. Per il resto dell’anno, invece, l‘argomento torna nella stanza sorda delle cose dimenticate. Proprio come le persone autistiche, che vivono gran parte della loro esistenza segnata dalla solitudine del mondo di cui sono prigionieri.
Per rompere la cortina di buio che li avvolge, sempre più padri decidono di raccontare al mondo i propri figli autistici e spiegare a tutti che è possibile creare con loro un ponte di empatia e regalargli una vita migliore.
Ebbene! Io faccio parte di quella schiera di padri. Perché sono anch’io padre di un ragazzo autistico.
Come tutti coloro che sopravvivono alla tentazione di lasciarsi trascinare nell’antro obliquo di questa esistenza, anch’io ho una convinzione: mio figlio autistico è un’opera d’arte. Ma io non voglio essere il guardiano del museo nel quale una parte, seppur benevola, di mondo illuminato vorrebbe rinchiuderlo.
Dico questo perché l’atteggiamento che si ha, ancora oggi, di fronte all’autismo oscilla fra la primitiva e preistorica paura del diverso, e la sua mitizzazione. Dire che una persona autistica è superiore, perché la sua mente nasconde chissà quale diavoleria che gli conferisce doti da supereroe, equivale a dire che non appartiene a questo mondo, al mondo della normalità, e quindi che è in qualche modo diverso dagli altri.
Questo può far piacere al genitore che, come tutti, nasconde nel proprio figlio i sogni che non ha mai visto realizzati nella propria vita, e desidera spararli nell’empireo celeste affinché tutti li vedano belli e realizzati; ma non è la verità, non è il mondo reale nel quale vive il proprio ragazzo.
Io, da parte mia, sono convinto che mio figlio sia un’opera d’arte come qualunque altro uomo. D’altronde il suo autore è lo stesso di Leonardo Da Vinci e Madre Teresa di Calcutta, ma è anche lo stesso del compagno che gli siede accanto a scuola. È Dio. E Dio sa quello che fa.
Noi genitori di figli autistici siamo i primi e più grandi ammiratori della loro genialità. Ma la consideriamo il ponte attraverso il quale essi possono rimanere connessi al mondo, il filo di contatto che li collega al resto della società. Quello che gli altri vedono come un limite per noi è l’abilità che li tiene vivi e che gli permette di mettersi in sintonia col respiro del mondo.
Abbiamo solo un desiderio: che il mondo sappia attendere, e abbia la pazienza e la delicatezza di ascoltare il loro respiro. Perché anche di quel respiro vive questo nostro mondo.
È vero! Senza i nostri figli autistici il mondo vive lo stesso. Ma è più povero.

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