La storia della ferrovia in Basilicata è conservata in pagine di libri ma anche in ricordi di tante persone che hanno partecipato attivamente alla costruzione e alla gestione del servizio ferroviario. Le pagine raccontano dai primi decenni della seconda metà dell’ottocento. Si dice che l’allora ministero dei Lavori Pubblici del Governo Italiano concesse l’autorizzazione e la costruzione di una rete ferroviaria che collegasse la Campania e la Puglia con la Lucania. Un sistema di trasporti efficiente. Si scrive “voluto dai cittadini meridionali che coltivavano terreni ricchi di risorse, poteva facilitare lo sviluppo economico grazie al commercio dei prodotti agricoli”. Cosi iniziarono, pare, i lavori della ferrovia Battipaglia-Potenza-Metaponto e che oggi collega la costa tirrenica e jonica attraversando la Lucania. Il primo tratto ad essere inaugurato fu quello fra Battipaglia ed Eboli, il 14 giugno 1863, realizzato dalla società Strade Ferrate Meridionali. Il 1° dicembre 1874 venne aperto il tratto Eboli-Contursi; l'anno dopo quello da Metaponto a Pisticci, lungo circa 25 chilometri, poi il tratto Contursi-Romagnano e quello tra Pisticci-Ferrandina, di 13 Km; nel 1876 venne attivata la linea tra Ferrandina e Grassano, lunga 22 Km; infine tra Romagnano, Balvano e Baragiano bisognò attendere rispettivamente giugno e novembre 1877. Tra il 1880 e il 1890 il governo italiano autorizzò la costruzione di una diramazione della linea Battipaglia-Potenza-Metaponto da Sicignano a Lagonegro, per collegare tra loro tutti i paesi isolati del Vallo di Diano. Nel 1869 anche la parte sud-orientale della Basilicata vide la realizzazione delle stazioni di Metaponto, Marconia, Scanzano Jonico, Policoro e Nova Siri lungo la tratta della Ferrovia Jonica che da Taranto giungeva fino a Reggio Calabria. L’occhio del lettore curioso però viene colto dalla storia di alcune tratte particolari che avevano il fine di collegare piccoli centri e luoghi di interesse storico, culturali e ambientali.  Le pagine di storia e dei protagonisti raccontano della ferrovia Atena-Marsico Nuovo di km 26,764, che rappresentava solo il primo tronco di una linea che, seguendo il corso del fiume Agri, avrebbe dovuto raggiungere Moliterno e poi San Martino d'Agri, intersecando la ferrovia proveniente da Potenza e Laurenzana. Da San Martino d'Agri lungo il corso del Raganello a San Chirico Raparo. Tunnel sotto il colle Mazzocchera, la valle del Serrapotamo toccando Carbone, Calvera, Teana, Chiaromonte, Roccanova, Senise con stazione nel centro abitato. Altro tunnel per passare nella valle del Sarmento con le stazioni di Noepoli e San Giorgio Lucano, quindi ritorno nella valle del Sinni passando per Valsinni, Colobraro, Rotondella e Nova Siri capolinea sulla ferrovia Jonica, per circa 125 km da Marsico Nuovo. Poi la ferrovia Potenza- Laurenzana di chilometri 42,631 inaugurata nel 1919 sino a Pignola km 12,631, e nel 1931 arrivò a Laurenzana. Fu soppressa da Laurenzana a Pignola nel 1969, e da Pignola a Potenza nel 1980 a seguito degli smottamenti verificatesi per il terremoto del 23 novembre. Negli anni novanta del secolo scorso si parlò di una riattivazione sino a Pignola come metropolitana di superficie, per via del forte pendolarismo da e per Potenza.  La ferrovia in questione avrebbe dovuto proseguire per Corleto Perticara, Guardia Perticara, 20 km da Laurenzana, dove si sarebbe congiunta con la linea proveniente da Montalbano Jonico, per proseguire con altri 13 km verso San Martino d'Agri sulla ferrovia proveniente da Atena e in prosecuzione per Nova Siri. La linea partiva da Potenza inferiore Scalo a 674 metri sul livello del mare e, dopo aver scavalcato la ferrovia proveniente da Battipaglia, la strada statale e il raccordo autostradale, iniziava a salire lungo il torrente Tora e al km 5 era posta la fermata omonima, 754 metri sul livello del mare, al km 7 la fermata Sciffra, al km 9,500 la fermata di Madonna del Pantano, da qui iniziava una salita in forte pendenza per arrivare alla stazione di Pignola a 920 metri sul livello del mare. La storia racconta che da questo punto la linea iniziava a salire con delle brevi gallerie e una serie di curve. La visione, si dice, fosse di un paesaggio da favola, fino alla fermata di Sellata a 1115 metri sul livello del mare, il punto più alto di tutta la linea. Dopo la galleria si arrivava, alla fermata Monteforte a 1030 metri sul livello del mare. In alto il Santuario omonimo posto a 1316 metri di altitudine, di fronte l'abitato di Abriola, il cui patrono è San Valentino, potrebbe essere definito il paese degli innamorati lucani. Da Abriola si scendeva verso Calvello per arrivare ad Anzi seguendo il torrente Fiumarella. Alla congiunzione della fiumara nella Camastra era posta la fermata omonima di Ponte Camastra km 36,500.  Subito dopo la linea inizia a salire e nei pressi dell'attraversamento della SS 92 era posta la fermata Serrapotamo km 40. Da qui iniziava una salita più accentuata e con un'ampia curva dopo aver di nuovo attraversato la statale 92, giungeva alla stazione di Laurenzana km 42,631 alla periferia del paese. Altra tratta storica quella che dalla stazione di Atena, 452 sul livello del mare prospiciente quella FS della Sicignano-Lagonegro, che dopo attraversamenti di viadotti e galleria permetteva di arrivare a Brienza 689 metri s.l.m. Da qui seguendo il corso del torrente Pergola sino alla fermata Pioppeta km 17, 300 arrivava sul limite amministrativo del Comune di Sasso di Castalda. Dalla predetta fermata si saliva con il 6% di pendenza sino alla stazione di Pergola, frazione di Marsico nuovo, posta a 886 metri s.l.m. al km 20,500. Dopo meno di un km era posta la fermata di Tempa Cappitelli a 916 metri s.l.m. Da questo punto iniziava una lenta discesa sino al km 23 per immettersi nella galleria Castel di Lepre, la più lunga della breve tratta Kilometri 1,200, alla cui uscita era posta la fermata Cappuccini di chilometri 25 per giungere sempre in discesa del 4% con una serie di curve e gallerie alla stazione di Marsico Nuovo km 26,764 a 783 metri s.l.m. Il territorio attraversato rientra in gran parte nel Parco Nazionale dell’Appennino Lucano Val d’Agri –Lagonegrese. La storia racconta di un protocollo d’intesa sottoscritto per riattivare le tratte ai fini turistici. Ci sarebbe da raccontare della tratta Ferrandina- Matera mai realizzata con soldi evaporizzati nel nulla. Storie di tratte soppresse e altre iniziate e mai concluse. Storia triste di un territorio assai tormentato dove anche quella della ferrovia pare essere un capitolo di una parte speciale di un volume fatto di ritardi e di volontà dolose di lasciare in uno stato vegetativo una comunità e un territorio di alto valore culturale e turistico.

Oreste Roberto Lanza
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Se ne è andato senza avvertire nel pieno rispetto del silenzio. Senza le solite apparenze, le parole di rito o le frasi di circostanze a lui non tanto gradite. Se n’è andato, all’albeggiare del nuovo anno con la sensazione di essere stato chiamato per un progetto più alto e grande dal divino. Se ne è andato lasciando soli i suoi amici la sua famiglia e coloro che seduto innanzi al bar della piazza lo attendevano ogni giorno per ascoltare le sue parole di uomo piccolo, povero e umile.  Enrico Buglione per tutti il professore Enrico, uomo di stile, nella notte di domenica scorsa, ha preso le sue virtuali valige ed è salito all’altare del nostro Dio per chiedere credito per avere quella pace celeste ampiamente lavorata e guadagnata in anni di sacrifici, doveri e obblighi con il suo tempo. Un piccolo muretto, in piazza Arcieri, dove ogni pomeriggio si sedeva per raccontare il suo tempo, le sue avventure, le proprie testimonianze sarà ricordato presumibilmente come luogo dove ha sostato l’uomo gentile, di altri tempi, la persona perbene che ha improntato la sua vita civile, politica e famigliare ai valori veri di libertà e giustizia. Tanti non lo potranno dimenticare. Dagli alunni del liceo classico di Senise dove per tanti anni ha insegnato, coloro che hanno respirato cultura passeggiando i pomeriggi nelle strade di Episcopia. Ma soprattutto Episcopia. Nel suo insieme per le tante battaglie politiche e amministrative insieme, in particolare, al suo compagno di merenda Carmine Lanziano. Dal 1975 al 1981 lunghe e sofferte battaglie amministrative per la comunità episcopiota hanno visto il professor Enrico in prima linea per ridare luce ad una comunità che aveva perso l’ardor di vita, l’emozione e passione della propria identità per colpa di menzogneri e sciagurati bravi manzoniani che avevano tante volte tradito e approfittato dell’umiltà e onesta di questa grande comunità della valle del Sinni.
Mancherà il tuo unico e amabile sorriso. Mancherà a me quella stretta di mano che riservavi qualvolta giungevo nella nostra “Recanati”. Mancherà a me il tuo sereno saluto che donavi con gentilezza e riservatezza. Mancherà a me quello scambio veloce e furtivo di due parole per sapere come stavo e cosa stavo scrivendo di interessante. Molti di Episcopia gridano dicendo che le strade del paese non saranno più le stesse. Un pezzo di storia è venuto a mancare. Non è vero. Le strade sono oramai impregnate del tuo respiro e delle nobili parole che è risuoneranno sempre e continuamente nei cuori e nell’animo di quanti come me hanno avuto il privilegio di incontrarti. Ti stringo ancora una volta la mano non per un addio ma per un arrivederci perché i migliori non vanno mai via.

Oreste Roberto Lanza
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La circostanza che un miliardario egiziano, un certo Naguib Sawiris, voglia investire in Basilicata per dare lavoro a immigrati e italiani e favorire l’integrazione dà l’opportunità di riflettere su una questione ancora più rilevante. La questione dello spopolamento in Basilicata. La circostanza è per riflettere su un recente rapporto dello Svimez relativo a gli anni 2013-2014. Il documento mette in luce dati che fanno preoccupare. Dal 2000 al 2013 il trend demografico è in decrescita. Il tasso di variazione della popolazione residente in anagrafe è diminuito con una percentuale pari al meno 0,3%, con un tasso di mortalità ogni 1000 abitanti superiore al tasso di natalità. Nel 2012 il saldo migratorio dettava una percentuale di meno 2,3%. Il territorio lucano si spopola? I propri residenti si trasferiscono altrove per motivi di studio e soprattutto per lavoro. Al centro nord e all’estero le unità rilevate per lavoro sono pari a oltre 4170. Questo fa capire che il nostro sistema produttivo del territorio non è in grado di offrire occupazione adeguata a persone in possesso di una formazione superiore. Qualche studioso del posto e diversi comitati del settore evidenziano di come negli ultimi 6-7 anni la Basilicata ha perso circa 17.000 abitanti e che al 2030 potrebbe arrivare a perdere altri 15.000 unità. Tenuto conto che molti paesi non superano i 5000 abitanti e il tasso di anzianità è estremamente alto, fatevi voi i conti. Da tempo molti Comuni, stanno cercando di rivitalizzare i borghi e recuperare il patrimonio abitativo attraverso diverse iniziative. E’ il caso di Castelsaraceno e Latronico. Il Sindaco di Latronico De Maria con il progetto “La tua casa a Latronico” sta tentando di valorizzare il patrimonio dando la possibilità al turista di affittare o addirittura acquistare un immobile con il fine di far diventare Latronico una vera città del benessere. A Marsico Nuovo è in fase di realizzazione un progetto di albergo diffuso per il recupero di unità abitative in disuso. A regime saranno realizzate circa settanta camere in circa quindici dimore. Questo non distoglie l’attenzione dalla formazione e dal grado culturale della comunità lucana. Ci si domanda qual è il ruolo vero dell’Università della Basilicata, se dopo aver dato formazione di livello ai nostri giovani poi, li tiene distante dal mondo del lavoro e soprattutto dai rispettivi territori! Detto da tanti, i giovani lucani hanno un livello di istruzione molto alto e che, però, li porta a preferire un’occupazione impiegatizia e pubblica a quella di tipo professionale e privata. Questa sembra essere una verità che appare più sconfortante quando si apprende dai dati che il grosso degli immigranti in Basilicata lavora in modo irregolare e accetta lavori di basso profilo professionale per lo più svolti in nero soprattutto nell’edilizia e nell’agricoltura. Addirittura in alcuni ospedali troviamo infermieri di paesi europei. Le istituzioni in Basilicata cosa fanno? Nell’ultimo convegno dell’Anci di Basilicata, il Presidente della Giunta regionale, Marcello Pittella sul tema ha dichiarato: “noi abbiamo qui oggi, insieme a diversi Sindaci capofila di alcune aree interne che stanno lavorando alacremente con la cabina di regia regionale e nazionale e si stanno sforzando per consegnare un virtuosismo a quelle politiche che rappresentano anche un antibiotico utile, per provare ad attenuare il fenomeno dello spopolamento”. In sintesi? Non si sta facendo nulla. Ultimamente si parla della riduzione delle regioni pensando ad una Basilicata divisa in ponente e levante. Per dire, i potentini vanno con la Calabria e i materani con la Puglia. Ho avuto la sensazione che i lucani vogliono restare uniti con un solo desiderio. Quello di guardare la prospettiva del futuro dalle loro montagne, dai mari e fiumi che arricchiscono e danno sapone alle proprie risorse. Insomma se solo la politica per una volta facesse la propria parte con il vero e sano orgoglio di sentirsi di questa terra creando prospettive vere alla nostra gente l’auspicio storico di piangere ogni qualvolta un treno o un areo che porta via il respiro dei nostri figli, potrebbe finalmente trasformarsi in un titolo da film “operazione ritorno a casa”.

Oreste Roberto Lanza
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Qualcuno tanti anni fa, proprio tanti, diceva da un balcone: “l’ora segnata dal destino batte nel cielo della nostra patria”. Il referendum confermativo pare rientrare in quelle ore delle decisioni irrevocabili per noi italiani per il presente e il futuro della nostra nazione. Nessuno pare sollevare dubbi sul fatto che domenica 4 dicembre sia il giorno ultimo, il momento dove non possiamo chiedere proroghe o deleghe, come abbiamo sempre fatto, perché abituati a questo omissivo atteggiamento. Bisogna recarsi alle urne tutti indistintamente perché ne vale la pena, perché è importante e perché, probabilmente, il risultato del giorno dopo avrà o meno minato definitivamente la propria sovranità a favore di lobby, massoneria e, cosa più grave, di banche, poteri occulti, plutocrazie, gruppi finanziari che già da decenni dominano la vita pubblica e la stessa libertà di ognuno di noi. Certo come al solito la carenza di informazione e di conoscenza regna sovrana. Molte volte qualcuno deciso a votare è costretto ad affidarsi al proprio amico che non perde il vizio atavico di orientarlo dove vuole lui per crearsi una base di potere. La democrazia è ben altro. E’ quella che costringe il cittadino a leggere e conoscere il modo per decidere senza l’aiuto di nessuno.  La democrazia è quella che crea il popolo e non la massa. Consapevoli, come siamo, che il 4 dicembre sia il bivio per una nuova alba o una notte infinita, mi limito ad alcuni indipendenti passaggi. La riforma è chiamata anche “Legge Boschi”, dal nome del ministro per le riforme costituzionali, Maria Elena Boschi, che ha firmato la proposta di riforma insieme al Presidente del Consiglio. La legge implica modifiche importanti all’assetto delle istituzioni, come il superamento del bicameralismo perfetto e la riforma del titolo V. E’ stata approvata tre volte da Camera e Senato, due volte con lo stesso testo e sottoposta alla volontà popolare, su richiesta di cittadini e parlamentari, come previsto dall’articolo 138 della Costituzione. Il referendum costituzionale, a differenza di quello abrogativo, non ha un quorum. La validità della consultazione, cioè, non dipende da quante persone voteranno. Il risultato sarà valido qualunque sia la partecipazione al voto. I cambiamenti sostanziali introdotti dalla riforma riguardano, il superamento del bicameralismo perfetto o paritario, il numero dei senatori, i loro compiti, l’attribuzione esclusivamente alla Camera dei Deputati del compito di esprimere la fiducia nei confronti del Governo, l’attribuzione dell’attività legislativa quasi interamente alla Camera, cambiamenti nella procedura di elezione del Presidente della Repubblica, modifiche ai rapporti tra Stato e Regioni delineati dal titolo V, in particolare per le competenze legislative, l’eliminazione del riferimento alle Provincie, l’abolizione del Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro (CNEL), alcune modifiche nella modalità di presentazione delle leggi d’iniziativa popolare e dei referendum abrogativi.
I “NO” dicono che la riforma è vasta e caotica e ha l’effetto di indebolire alcuni poteri di garanzia, come quello del Senato, a favore di un rafforzamento del potere esecutivo. Un rischio che si aggrava se si considera il legame tra la legge elettorale Italicum e la riforma costituzionale, che amplifica la concentrazione del potere nella figura del capo del governo e indebolisce l’autonomia delle istituzioni di garanzia. Per i sostenitori del “NO”, inoltre, l’attuale parlamento eletto con una legge elettorale dichiarata incostituzionale, legge Calderoli, non sarebbe legittimato a portare a termine una riforma così profonda del sistema istituzionale.
I “SI” ribattono dicendo che gran parte della costituzione non sarà modificata. In particolare, non sono in discussione i princìpi fondamentali, né la prima parte della costituzione sui diritti e i doveri dei cittadini. Le modifiche riguardano solo la seconda parte della costituzione, che disciplina gli assetti istituzionali. Per i sostenitori della riforma, i cambiamenti porteranno a una maggiore governabilità e a una razionalizzazione dei costi della macchina dello Stato. Scompare il bicameralismo perfetto. Con la riforma, la Camera dei Deputati diventa l’unico organo eletto dai cittadini a suffragio universale diretto e l’unica assemblea che dovrà accordare la fiducia al governo, approvare le leggi di bilancio e nella stragrande maggioranza dei casi le leggi ordinarie.
Il “NO” concede solo alla Camera dei Deputati la possibilità di votare la fiducia si elimina il controllo del Senato sul governo senza inserire altri contrappesi democratici al potere esecutivo. Inoltre, poiché le leggi proposte dal governo avranno una corsia preferenziale per essere esaminate più rapidamente, c’è il rischio che aumenti eccessivamente il potere del Presidente del Consiglio.
I “SI” sono di parere opposto. Il governo sarà più stabile perché non dovrà chiedere il voto di fiducia a entrambe le camere, l’approvazione delle leggi sarà più rapida e i costi di gestione delle istituzioni diminuiranno. Le Regioni a Statuto Ordinarie saranno ridimensionate nelle proprie competenze e poteri. Diverso per quelle a Statuto Speciale. Per dirla in sintesi se il governo vorrà trivellare la Sicilia per trovare petrolio non lo potrà fare. In Basilicata sì, perché Regione a statuto ordinario. La questione sostanziale verte sulla riforma elettorale. Il referendum non riguarda la legge elettorale Italicum, che è in vigore dal 1 luglio 2016. Ma l’Italicum è stato pensato in previsione della riforma costituzionale, per questo regola solo l’elezione dei deputati. La riforma attribuisce un ampio premio di maggioranza, 340 seggi su 630, alla lista che ottiene almeno il 40 per cento dei voti al primo turno o vince al secondo turno. I “NO” dicono che la combinazione di Italicum e riforma costituzionale rafforza eccessivamente l’esecutivo e indebolisce le funzioni di indirizzo politico del parlamento. I “SI” precisano che le due riforme garantiranno maggiore governabilità e un meccanismo di approvazione delle leggi più snello. Ma ci sono anche altri spunti e appunti da chiarire su questa riforma che lasciamo al lettore con la speranza che decida una volta per sempre di impossessarsi della propria identità dicendo “SI” o “NO” con la consapevolezza che indietro non si potrà tornare, né ci si potrà giustificare con “ma a me avevano detto che”. La mia esortazione è: leggiamo, ascoltiamo bene, facciamo domande infinite e soprattutto andiamo a votare.

Oreste Roberto Lanza
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L’ultim’ora dice che la Basilicata beneficerà all’incirca di 26 milioni di euro per la cultura. A tanto ammontano i fondi decisi dal piano di azione e coesione complementare 2014/2020 approvato dal Cipe. Oltre sette milioni pare da utilizzare per il restauro e la valorizzazione di palazzo Lanfranchi a Matera, attuale sede del museo nazionale d’arte medievale e moderna. La restante parte per il polo museale della Basilicata in vista del 2019, e musei e strutture di Venosa, Melfi, Metaponto, Lagopesole e Policoro. Per dirla con i numeri 4 milioni di euro riguarderanno la rete del polo museale della Basilicata, oltre 3 milioni al museo archeologico nazionale del castello federiciano di Melfi. Identica cifra per il museo archeologico di Metaponto, 2 milioni per il parco archeologico di Metaponto e le Tavole Palatine, 2 milioni per il castello di Lagopesole, all’incirca 2 milioni per il parco archeologico di Herakleia, 2 milioni per il castello di Venosa e un 1 milione, circa, per il parco archeologico di Venosa. Nessun finanziamento pare riscontrarsi per tante altre realtà di paritaria importanza storica e archeologica presenti nelle zone di Tricarico, Vaglio, Pietragalla, Valsinni, l’area del Senisese e della Valle del Sarmento. In ogni caso si fa fatica a capire se questi finanziamenti sono in via di approvazione o già pronti per essere utilizzati. Cioè se sono moneta contante pronta per essere spesa. Abbiamo una delibera del Cipe pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale che evidenzia un programma complementare Campania, imprese e competitività 2014/2020 e il completamento della programmazione 2007/2013. Poi si scopre che i testi dei programmi complementari di azione e coesione 2014/2020 sono ancora in via di approvazione. Però si dice che “il Cipe ha cominciato a sbloccare le prime risorse per il loro finanziamento, in tutto si tratta di oltre 7 miliardi di euro”. Denaro che pare aggiungersi a più di 737 miliardi per i programmi cofinanziati dai fondi Ue di cui 42 miliardi di Fondi SIE e circa 31 miliardi di risorse nazionali e 39milioni del fondo azione e coesione (FSC). Si parla, per l’Italia, di politica di coesione 2014/2020 e che si articola in un totale di 75 programmi operativi, 39 programmi operativi regionali ( POR), 12 programmi operativi nazionali ( PON) a valere sul fondo europeo di sviluppo regionale ( FESR) e sul fondo sociale europeo (FSE), 21  sono i programmi di sviluppo rurale regionale (PSR) e 2 programmi di sviluppo rurale nazionali ( PSRN)  a valere sul fondo europeo agricolo per lo sviluppo rurale ( FEASR) Oltre a questi Programmi, cofinanziati dal Fondo di rotazione di cui alla legge n. 183 del 1987, e ai Programmi a valere sul Fondo Sviluppo e Coesione (ex Fondo per le aree sottoutilizzate – FAS), è previsto un Piano di Azione e Coesione (PAC) che, sul modello di quanto realizzato nel settennato 2007-2013, prevede una serie di Programmi Complementari. Poi si parla di programma complementari. I Programmi Operativi Complementari (POC) hanno l'obiettivo di garantire il completamento di interventi avviati nel ciclo 2007-2013 e di avviare nuove azioni relative al periodo 2014-2020 e sono finanziati da una quota delle risorse del Fondo di rotazione di cui alla legge n. 183-1987 destinate al cofinanziamento nazionale. Qui finalmente arriviamo a capire dove potrebbero stare i tanti agognati 26 mln di euro. I PON Cultura, sotto la gestione del Ministero dei Beni e delle attività culturali, con risorse per 178,5 milioni di euro. Insomma una fatica enorme per il comune cittadino che dopo una lettura approfondita una cosa ha capito bene, cioè che il danaro ancora una volta presumibilmente appare colorato di favole. Per non parlare dei soldi delle royalty. Tra il 1998 e il 2014 per le estrazioni petrolifere delle concessioni Val D’agri sono stati dati alla Basilicata oltre 1.350 milioni di euro a cui si sommano circa 290 milioni destinati al fondo idrocarburi. Totale 1.640 milioni di euro. Tutto in aderenza alla legge 99/2009 e 104/1999. Tanti soldi per la Basilicata. Di concreto quelli arrivati nelle casse della regione Basilicata e in qualche Comune sono quelli del petrolio e su cui nessun rendiconto è stato fatto. Ora si sente parlare di deficit di bilancio dell’ente regionale lucano.

Oreste Roberto Lanza
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Il giornalismo? Parola indipendente che sappia ascoltare i lettori. Sappia stare sotto il palcoscenico. Sappia ascoltare gli angoli bui e nascosti dove la voce è flebile, alcune volte rauca ma è voce di popolo vero. Un giornalismo di approfondimento, libero da influenze politiche, aperto alle critiche che sa chiedere scusa e sa leggere negli occhi veri della gente che soffre. Il giornalismo, per dirla alla Arthur Miller, “sia nazione che parli a se stessa in maniera semplice”. Piace ricordare quel pensiero di tanti anni fa di Daniele Luttazzi, pseudonimo di Daniele Fabbri -Santarcangelo di Romagna, 26 gennaio 1961- attore, comico, scrittore, traduttore e musicista italiano. Che disse: “in Italia mancano giornalisti che facciano la seconda domanda. Cosa intendo? Semplice. Il giornalista intervista un politico, fa la sua domanda, il politico risponde. A questo punto il giornalista dovrebbe fare la seconda domanda - scusi, ma lo sa che questa è una stronzata pazzesca!? Invece la seconda domanda non viene mai fatta, in questo modo i politici sono lasciati liberi di dire tutte le cazzate che vogliono”. Ricordo ancora la frase di un certo Quino, pseudonimo di Joaquín Salvador Lavado Tejón, un fumettista argentino che dichiarò: “i giornali inventano la metà di quello che scrivono se poi ci aggiungi che non scrivono la metà di quel che succede, ne consegue che i giornali non esistono”. Forse l’indipendenza e la libertà di uno scritto giornalistico si raggiunge quando non si ha un pensiero, però lo si sa esprimere questo potrebbe fare di qualcuno un giornalista. Mi ha colpito molto quella frase di Giovanni Floris che una volta disse: “un giornalista può essere fazioso, il giornalismo non lo è mai. Ecco perché da sempre percorro la strada del giornalismo e non quella stretta del giornalista. Vado dove ti porta lo scritto vero, la notizia giusta dove ci sono problemi veri e reali, le cosi chiamate voci di dentro, quelle che gridano ma che nessuno ascolta. Quando si scrive bisognerebbe tenere a mente che non bisogna dare niente a chi governa il tuo paese, ma tutto al tuo paese. Questo mio pensiero solo per ricordare che un anno fa moriva Santo Della Volpe un giornalista in prima linea nel suo impegno sociale e professionale in favore della legalità, che aveva il solo desiderio di informare il cittadino tutelando al massimo la libertà di espressione. Indipendenti e liberi ma anche intellettualmente onesti. Per me fare del giornalismo significa diffondere ciò che qualcuno non vuole si sappia, il resto è propaganda. Additare ciò che è nascosto, dare testimonianza restando modesto.

Oreste Roberto Lanza
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Vale la pena dire che di tutte le battaglie attuali quella per l’acqua ha soprattutto un valore concreto fortissimo perché se è vero che milioni di gente possono e hanno potuto vivere anche senza amore, nessuno -nessuna specie vivente - è mai riuscita, milioni di anni fa come fra un miliardo di anni a vivere senza acqua. L’acqua è non solo essenziale per vivere ma anche insostituibile. Nel settore dell’energia, invece, vi è sostituibilità fra le varie energie. Prima si è utilizzato il legno adesso il carbone ecc. Per dirla con Riccardo Petrella, professore di mondializzazione all’Università Cattolica di Lovanio ex presidente dell’acquedotto pugliese, in suo scritto di militanza, L’Italia che fa Acqua: “l’acqua evoca il sacro, la sacralità della vita. Significa che l’acqua fa parte dei doni della vita ed in quanto tale è espressione intrinseca della gratuità della vita”. Per tale ragione quando si parla di acqua bisogna avere alto il senso dell’umanità, bisogna essere competenti e il senso dell’altruismo deve essere massimo. La questione dell’acqua fa parte di un vasto dibattito pubblico che vede coinvolta la gente normale. Se poi se ne parla avendo a mente la Basilicata allora la cautela e soprattutto l’informazione è prioritaria verso qualunque altro aspetto sociale. E’ di questi giorni la notizia dell’avvenuto accordo per la gestione delle risorse idriche tra la regione Basilicata e la regione Puglia al cospetto del sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei Ministri. Marcello Pittella e Michele Emiliano hanno sottoscritto alla presenza del sottosegretario Claudio De vincenti un documento valido fino a tutto il 2030 con l’eventualità di una stipula di un più ampio accordo tra le regioni del distretto idrografico dell’Appennino meridionale. Per l’attuazione dell’accordo pare che sia stato istituito un comitato di coordinamento presieduto dalla Regione Basilicata, mentre le autorità di bacino di Puglia e Basilicata costituiranno le strutture tecniche operative del comitato e, in questa veste potranno essere destinatarie di specifici finanziamenti. L’attuazione dell’accordo, si dice, è demandata alla segreteria tecnica composta dal segretario generale dell’autorità di Bacino nella Basilicata con funzione di coordinamento e dal segretario generale dell’autorità di Bacino della Puglia. Il documento prevede l’organizzazione della gestione dell’acqua all’ingrosso. Per lo scopo, si legge ancora, sarà costituita una società partecipata dall’amministrazione centrale e dalle regioni sottoscrittrici. Tale società, il cui statuto dovrà consentire l’eventuale partecipazione di altre regioni, dovrà essere operativa entro il 31 dicembre 2016 e gestire l’acqua all’ingrosso dal primo gennaio 2017. Tutto appare chiaro. Come al solito grande burocrazia e grandi paroloni. Ci si chiede dall’accordo del 1999 scaduto a dicembre 2015 quali sono stati i veri benefici di prospettiva realizzati. Di questo nuovo accordo quali saranno veramente? Voglio ricordare che la Basilicata è una delle poche regioni dell’Italia Meridionale che dispone di una notevole quantità di risorsa idrica grazie alla presenza di una fitta rete idrografica. Il sistema idrografico lucano è incentrato sui cinque fiumi: Bradano, Basento, Cavone, Agri e Sinni, che si sviluppano da est verso ovest, sfociano nel mar Jonio e i cui bacini si estendono su circa il 70% del territorio regionale. Va detto anche che la Basilicata ha la più altra percentuale di dispersione di acqua, oltre il 45%. La Basilicata probabilmente non ha bisogno di due cose. Del petrolio e della burocrazia sull’acqua.

Oreste Roberto Lanza
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Ricordate il 19 novembre del 2013. Alle ore 12.30, Marcello Pittella, al momento della sua elezione a governatore della Regione Basilicata presumibilmente in piena euforia si lascio andare: “sarò anche il Presidente di quell’esercito di delusi che ha scelto di non votare perché è il momento di unire e non dividere”. L’esercito dei delusi, o chiamiamolo di non votanti, era robusto e contava ben oltre il quarant’otto per cento. Record negativo per una regione come la Basilicata con al suo interno ben cinquecento settantadue mila abitanti. La più piccola della nostra penisola. Il nuovo governatore viene eletto con oltre il sessantadue per cento dei voti validi di coloro che sono andati a votare. Poi l’insediamento e la costituzione a sorpresa di una giunta tecnica. Dei quattro assessori solo Luca Braia appartiene alla terra di Lucania, nominato dopo le dimissioni di Ottati. “Sappiamo – continuò Pittella nella circostanza dell’elezione – che o ci alziamo e ci salviamo tutti o cadiamo tutti senza scampo”. Gli fece eco nella circostanza anche il segretario del Pd Guglielmo Epifani che tuonò: “è stata premiata la buona amministrazione”. Qui qualcuno si incuriosì pensando a qualche errore di pensiero o qualche refuso di circostanza visto che ancora doveva insediarsi lo stesso neo governatore. Per non raccontare gli ultimi avvenimenti. Viene sostituito alla presidenza del consiglio regionale Piero Lacorazza, 11.234 preferenze, reo di aver detto no alle trivelle. Il sostituto Francesco Mollica, unione di centro, eletto con appena mille e cinquecento preferenze. Ora arriva la notizia delle dimissioni degli assessori tecnici. E’ il cosiddetto giro di boa. Era necessario per i primi tre anni avere dei tecnici in attesa che gli inciuci politici si proponessero e consolidassero. Pare che tutto questo è avvenuto con un probabile patto sottoscritto con il sangue di Lacorazza. Sarà vero? Non sarà vero? Un dato pare riscontrabile, Pittella continua ad essere il presidente di un esercito. Quello dei delusi e dei contestatari. Ora attendiamo un'altra puntata. Le giustificazioni delle dimissioni dei tecnici e le motivazioni della nomina della giunta politica. Tutti saranno uniti nel pensare che la campagna elettorale va organizzata per tempo. Un poeta lucano, Antonio Capuano, tanto tempo fa scrisse: “morite a digiuno da uomini veri, chiedete lavoro e non vi fate ingannare da questi falsi e mal cristiani …morite da lupi”.

Oreste Roberto Lanza
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In Basilicata si apre un varco, ha scritto qualcuno all’indomani della tornata elettorale amministrativa. Certo un’apertura pare esserci stata. Tra la provincia di Potenza e quella di Matera vi è stata una distanza, relativamente alle percentuali di votanti, di oltre un nove per cento. In provincia di Potenza a votare mediamente è stato oltre il sessanta per cento. Mentre la provincia di Matera ha visto un affluenza di oltre il sessantanove per cento. Potremmo dire con esattezza il settanta per cento. Significativa la notevole e imponente presenza di liste civiche che ha oscurato o meglio dire ha completamente escluso da qualsiasi dibattito colori, liste e simboli tipici dei partiti nazionali. Su questi due fondamentali dati da oggi e fino alla prossima chiamata alle urne bisognerà porre le dovute riflessioni.
Il dibattito deve, pero, essere affrontato con serietà, e senza alcun pregiudizio. In primis va detto che i partiti tradizionali in Basilicata in questo momento sono sulla via del tramonto in quanto pare abbiamo nel tempo sempre privilegiato una leadership, più che formare un’anima politica al suo interno. Un’anima è necessaria per costruire un progetto, una visione e formare una squadra di uomini per la loro realizzazione. La lista civica è il nome dato comunemente a una lista di candidati alla carica di Sindaco, e di consigliere comunale che si presenta alla prova elettorale senza essere, almeno ufficialmente, espressione diretta di un partito politico nazionale. Le civiche presenti in Basilicata per la maggior parte di casi hanno chiarito al momento che è tempo di cambiare mentalità e azione politica. Le liste civiche hanno spiegato che si ha bisogno di persone nuove, di giovani motivati e competenti. Le liste civiche hanno fatto sapere a tutti che non saranno luoghi di apparizioni di “vecchie carcasse”, parrucconi, e di nulla facenti fin dallo loro nascita. Le liste civiche presenti in ogni paese o citta hanno dimostrato di avere le chiavi giuste per entrare nelle case di tutti e ricevere fiducia da tanti lucani che finalmente si sono alzati dalle sedie per andare a votare. Le liste civiche al momento hanno ricevuto fiducia. La fiducia per noi lucani è un valore superiore alla fedeltà.
Ma bisogna restare prudenti! Qualche politico nazionale di rango a Lauria è andato a sostenere una lista civica che ha visto il proprio candidato Sindaco essere eletto. A Melfi il partito democratico in discesa si è aggregato a liste civiche per sostenere il Sindaco uscente Valvano ma le liste civiche unite sono riuscite senza il partito tradizionale a portare al ballottaggio Alfonso Ernesto Navazio. Melfi ha visto oltre il settantasei percento di votanti. Ci sono estremi delle liste uniche che appaiono divise ma sono d’accordo. Qui falsamente si grida alla vittoria quando il candidato era unico. Anche le liste civiche se gestite male possono portare alla dittatura. Ecco perché creare un’anima politica all’interno serve anche alle liste civiche. Il dato positivo, però, è che n questo momento le piazze lucane sono tornate vive.

Oreste Roberto Lanza
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