Il Commissario Lombardo è morto o si è salvato dall’ennesima indagine dove, alla fine ha dovuto difendere se stesso dai sicari dell’Organizzazione che volevano la sola morte dell’Avvoltoio? Nel corridoio dell’Ospedale in penombra Carla il suo grande amore, ripiegata su stessa continua a piangere e pregare. Non sarebbe più andata via, l’avrebbe aspettato. Torna il Commissario Lombardo con la sua indagine, il suo intuito infallibile, la sua esperienza per soccorrere il suo amico Filippo Nicosia, questore di Catania, per un’indagine complessa.

Ma torna lo scrittore o meglio il giallista napoletano Giuseppe Petrarca con una nuova indagine. Il titolo deciso e secco “L’Avvoltoio” edito da Homo Scrivens. È la nuova indagine di Cosimo Lombardo, ritornato in Sicilia per un momento di riposo o forse meglio di riflessione, dopo una vita di impegno dedicata all’attività investigativa al Nord. Giuseppe Petrarca come nel suo ormai consolidato stile di autore di racconti e romanzi gialli, con argomento poliziesco specialistico, il medical thriller, offre al lettore un racconto ben scritto che si lascia leggere da solo. La morte o il suo semplice pensiero non sempre aiuta a vivere. Appunto quello che succede ad un certo punto al protagonista principale, che si rifugia nelle attenzioni di Lombardo per confessare tutto quel putridume che aveva creato nel suo percorso professionale, rendendo la sua vita privata un qualcosa senza alcunché di significato.

Lombardo dall’alto delle sue capacità comprende subito che la confessione nascondeva il solo atto di pentimento, determinato dalla concreta paura di morire per mano dell’organizzazione. Una morte molto vicina e che alla fine del racconto coinvolgerà direttamente Cosimo Lombardo. È un racconto avvincente che possiede l’arma infallibile del suscitare un trasporto emotivo forte con attimi e momenti veramente da giallo di gran levatura. Tanti i protagonisti di questa lugubre vicenda legati ad argomenti di piena attualità. Un racconto che rispetta il meccanismo particolare della stesura. Un giallo come un gioco ad incastro. Una specie di puzzle, o meglio ancora un mosaico. Petrarca, con grande disinvoltura, prepara le tessere occorrenti per iniziare il racconto. Quando tutti i pezzi sono al loro posto procede ad ordinarli ed incastrarli secondo il quadro che lui vuole ottenere, inserendo le opportune zone d’ombra e di luce. L’autore evoca atmosfere, senza indugiare troppo prosaicamente sui particolari. È un giallo da non perdere, da leggere nel silenzio del proprio studio o sotto il cielo di una serata estiva in modo tale che il silenzio possa trasportare il proprio pensiero sul luogo del delitto e seguire in maniera reale l’indagine con Cosimo Lombardo.


Oreste Roberto Lanza
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Ci sono libri e libri. Poi ci sono i libri definiti speciali, quelli vanno letti. Tra questi vi è “Per una storia delle classi dirigenti meridionali. Il caso lucano 1861-2016” che sarà presentato mercoledì 11 luglio alle ore 19:00, nel giardino delle scienze al CNR, a Tito Scalo. Autori di questo importante lavoro, Donato Verrastro ed Elena Vigilante ricercatori e dottori di ricerca dell'Università della Basilicata. Entrambi storici. Elena Vigilante studiosa del fascismo, Donato Verrastro un contemporaneista. Il libro è edito da Calice inserito nella collana dei libri della memoria. 254 pagine per spiegare il perché della fuga dei giovani dalla propria terra di Lucania, il livello basso delle classi dirigenti dagli anni 60 in poi, un macroscopico e ormai storico deficit culturale, la carenza di presenze femminile nelle istituzioni regionali. Ma c’è di più. Molto di più.  All’appuntamento culturale saranno presenti i due autori. L’incontro sarà moderato da Antonella Pellettieri che avrà anche il compito di intervistare i due autori lucani. In questo volume- sottolinea – Antonella Pellettieri, dirigente di ricerca in Scienze storiche dell'istituto di Scienze del Patrimonio Culturale del CNR- si parla di classi dirigenti. Cosa vuol dire classe dirigente? Lo chiederemo agli autori. In questo libro si potranno leggere 34 biografie di importanti uomini e 1 sola donna. Dagli inizi del XIX secolo ad oggi, una sola donna in Basilicata ha fatto parte della classe dirigente.  Fra le vive, ne conosco qualcuna. E anche questo chiederemo agli autori. Vicino a una serie di biografie di uomini molto noti e molto molto preparati e che hanno rivestito diversi ruoli, vi sono altri uomini meno preparati e che hanno rivestito solo un ruolo. Chiederemo anche questo agli autori. Ciasca, Fortunato, Gianturco, Nitti, Ridola e altri che non ti aspetti e li trovi fra queste 34 biografie”Pare un libro coraggioso. Sicuramente un lavoro che spinge a riflettere e a porre continue domande. La serata sarà allietata dalla musica del chitarrista Renato Pezzano.

Oreste Roberto Lanza

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Un mondo finisce e un altro non inizia. Questo è la sintesi di “Tramonti” del giornalista e scrittore pugliese, Marcello Veneziani, edito da Giubilei Regnani. Uno scrittore italiano, Veneziani, che ha dedicato all’Italia molte sue opere, articoli, mostre e convegni. Diretto riviste e scritto su varie testate, da “il Giornale” a “Libero”, dal “Corriere della Sera” a “Repubblica” e il “Messaggero”. Al Giornale fu chiamato da Indro Montanelli e poi da Vittorio Feltri. Tra i suoi ultimi saggi: Anima e corpo (Mondadori, 2014), Ritorno al Sud (Mondadori, 2014), Un'ora d'aria. Sessanta racconti. “Non sorge un mondo nuovo ma siamo in pieno dissolvimento di quello da cui proveniamo”.

Dice Veneziani all’inizio del suo componimento di ben 304 pagine. Una lettura tutto di un fiato dove si apprende di cosa sia la decomposizione, che da tempo abbiamo imparato a definirla con termini non appropriati come emancipazione o liberazione. L’ordine era rovesciare il tavolo, perché stanchi di una imposizione costituita da secoli che ha impedito di far nascere e crescere la vera democrazia. Veneziani però ci tiene a dire che questo “non è la fine del mondo, come non ci fu la fine della storia; semmai è la fine di un mondo, come è accaduto altre volte”. Quello che preoccupa, non solo l’autore, ma gli uomini di buona volontà è che questa volta manca il fervore degli inizi. Manca l’accenno a un nuovo che non sia solo la decomposizione del vecchio. La domanda principe è: poi cosa viene, poi cosa accade? Dissolti tutti i mondi in cui abbiamo vissuto e creduto, dal pensiero e la carta stampata, le religioni e le loro chiese, la storia e il suo racconto, la politica e i grandi movimenti, i territori, i popoli e le famiglie, la cultura e la natura, cosa succede?

Tutto sembra sgretolarsi e naufragare, perdere senso e consenso. Nulla sorge al loro posto. Solo un magma mutevole e indefinibile, un mondo senza confini e pieno di pseudo-simulacri che credono di essere al centro dell'universo: un pulviscolo di egoismi cosmici in un mondo spaesato. Sono pagine oserei definirle “Libere” dove al lettore vengono date le chiavi della comprensione e della consapevolezza di quello che il suo tempo è stato, è e sarà. E’ tutto un dopo, un calare di sipario su momenti storici nati con la speranza di contribuire a migliorare il nostro essere, ma che alla fine si sono rivelati residui tossici di un modo di pensare ed agire negativo. Ma il libro non profuma di pessimismo, bensì di realismo e come nel suo stile, il pensatore pugliese ai suoi lettori, ai giovani ma anche a molti in età di saggezza, lancia un piccolo manifesto di vero cambiamento. Nelle pagine si apprende di come sia necessario una cultura diversa.

Un movimento con un corpo aerodinamico e una anima tradizionale con un concetto diverso di politica. Una politica con due compiti precisi ed essenziali. Il primo è che deve saper governare e decidere, amministrare e curare gli interessi generali, cambiare le cose e incidere sulla realtà e sul futuro. Secondo, che sappia guardare alla passione civile e ideale cercando di far sentire l’individuo dentro la comunità. Saper mutare la massa in popolo con più energia spirituale, dare simboli e aspettative condivise. Inserire la vita del presente dentro la storia. Insomma saper creare una società equilibrata tra innovazione e conservazione. Innovazione come miglioramento della sfera dei mezzi, delle procedure, della tecnica che si evolve. Conservazione che attiene alla sfera dei significati e degli scopi. Ma il libro ha molto di più. Un libro non solo da sfogliare ma da leggere attentamente perché fa riflettere sui tanti errori e orrori fin qui commessi ai danni dell’umanità più debole. Lo fa, come sua solita abitudine l’autore, sventolando il vessillo della verità.


Oreste Roberto Lanza
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Torna anche quest’anno l’appuntamento con “Letti di notte”, la notte bianca dei libri, e della lettura nel solstizio d’estate. La settima edizione è in programma il prossimo sabato 23 giugno a Castronuovo Sant’Andrea in provincia di Potenza. Dalle ore 21.00 e fino a notte inoltrata, il MIG Museo Internazionale della Grafica Biblioteca Comunale Alessandro Appella - Atelier Guido Strazza - Museo Internazionale del Presepio Vanni Scheiwiller - Museo della Vita e delle Opere di Sant'Andrea Avellino, apre le sue porte a tutti gli appassionati della lettura per celebrare l’arrivo dell’estate con una notte ricca di iniziative interamente dedicate ai libri. Un evento nato nel 2012, come una vera e propria festa del libro, condivisa e organizzata da molti editori, librerie, biblioteche, autori e artisti di tutta Italia e non solo. Nella notte più corta dell’anno, l’appuntamento ha come obiettivo quello di far scoprire la forza e la magia della lettura, animando le case dei libri con numerosi eventi e attività. Quest’anno, il Polo Museale, che aderisce all’evento per la quinta volta avendo come immagine di riferimento il logo disegnato da Giuseppe Palumbo, propone a lettori di ogni età una serie di iniziative che si susseguiranno nel corso della serata tenendo sveglio il piccolo comune lucano. Inizio nel suggestivo scenario di Piazza Guglielmo Marconi dove, verranno declamate una serie di letture tratte da opere di Susanna Tamaro, Giovanni Pascoli, Antonio Gramsci, Jorge Luis Borges, Hermann Hesse, Sergio Zavoli, Edoardo De Filippo, Franco Mastroianni, Toti Scialoja, Tito Balestra, lettere sulla strage di Capaci e del Bataclan. Saranno gli studenti degli Istituti Scolastici di Castronuovo di Sant'Andrea e di Sant'Arcangelo a dar voce ai brani scelti per questo primo momento della serata, selezionati nell'ambito del tema proposto per l'edizione del 2018 vedi alla voce... di chi legge, di chi canta, di chi racconta. Ospite d’onore della serata, Andrea Di Consoli che, in una conversazione con il pubblico, racconterà la sua attività di scrittore, di critico della letteratura italiana e di giornalista. Nato in Svizzera da genitori di origini lucane, di Rotonda, si laurea in lettere moderne con Walter Pedullà a Roma, presso l'Università La Sapienza. Oltre ad aver collaborato con le più importanti testate giornalistiche italiane, lavora dal 2000 ai programmi radiotelevisivi della Rai. Da Radio2, Rai International, RaiSat a Rai Cinema e poi al programma di Rai 1 - "Un mattino", dove si occupa di libri e di cultura. Le conclusioni dell’evento sono state affidate alla musicista viggianese Daniela Ippolito che, con il suono dell'arpa e la sua voce, proporrà una versione rivisitata della musica tradizionale e di antichi melodie lucane. Nelle sale del MIG, oltre all’ antologica dell’opera grafica di Jean Messagier, saranno esposti i disegni di Adolfo Wildt, un libro con litografie di Campigli edito da Alberto Tallone e la cartella di François Morellet.A far da cornice all’evento culturale il degustare piatti tipici della tradizione castronovese. 

Oreste Roberto Lanza

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Il titolo poteva essere “Merceria Alfani dal 1913”. Invece la scrittrice Carmen Pafundi, lucana di Pietragalla, piccolo centro della provincia di Potenza, probabilmente si è lasciata trasportare da ricordi e storie ancora vive nell’animo e nel cuore tanto che il titolo è “Le donne della merceria Alfani”, edito da Altrimedia. Un libro pieno di emozione, di significato e soprattutto una fotografia nitida su quelle che sono le tradizioni e le identità della terra di Lucania. 181 pagine divise in due capitoli che raccontano delle generazioni passate in una sartoria, poi diventata merceria al color verde prato. Un colore che decorò positivamente, alcune altre, tristemente, le parti di questo delizioso racconto di vita familiare. “Verde prato” disse stupita Maria Carmela quando Saverio fiero posò sul tavolo quel grosso barattolo di vernice, acquistato a Potenza.

“Ci devono vedere da lontano, Savé? Non ci devono vedere da lontano, ci devono ricordare, Carmelì”. Vero. Alla fine è stato proprio così. La storia al color verde prato parte proprio da Maria Carmela De Pace e Saverio Alfani, figlio di Vito e ultimo di tre fratelli, nato con una malformazione, che non gli aveva permesso di crescere più di un metro e quaranta. L’infinita attesa di un figlio maschio da parte di Maria Carmela e Saverio con programmi chiari e ben definiti “con quella porta verde prato sempre aperta ai clienti e alla speranza, era diventata la bottega del figlio del sarto”. La nascita di una femmina, Rosantonia, chiamata come le due nonne, la morte improvvisa del fratello gemello a Boston a causa di un pestaggio e dello stesso Saverio poco tempo dopo per un infarto, non essendo riuscito a superare la perdita dell’adorato fratello, a cui voleva tanto bene.

“Eravate due gambe dello stesso pantalone, Savé, l’una, senza l’altra, non servivate a niente” ripeteva sempre Carmelina De Pace al marito ancora in vita. Parte da qui la storia di una sartoria che poco tempo dopo, proprio la vedova di Saverio Alfani, Maria Carmela De Pace volle cambiare in merceria. Furono le parole del sindaco: “Signora Alfani, anzi Maria Carmela, è un peccato, davvero che ‘ste belle mani vostre, debbano sfiorare solo pantaloni da uomini vuoti”, a far gridare a Carmelina: “oggi, qui, entreranno solo le femmine! sarà una merceria!”

La mattina del 13 maggio 1913 nasceva ufficialmente “Merceria Alfani dal 1913”. Un libro fatto bene, ricamato a dovere dall’autrice che con parsimonia, con un tantino di delicatezza racconta tutto di un fiato una generazione di donne che in tempi diversi si sono alternate all’interno di questa merceria. Un luogo dilettevole, ma che dal racconto dell’autrice lucana appare come luogo letterario, piacevole, gaio che in tanti momenti rallegra la vista e l’animo. A raccontare momenti di vita vissuta anche un albero di natale sul bancone della merceria   su cui ogni anno veniva adagiata una propria decorazione, un lavoretto di uncinetto, dei ricami o delle scritte ben augurali. Una merceria diventata un posto dove tornare da un viaggio e dove ad attenderti ci siano, felice di farlo, e di restarci le donne della Merceria Alfani. Insomma ci sono tutti gli ingredienti perché il lettore possa apprezzare quelle che un tempo si chiamavano “cose di una volta” fatte di consigli veri, di attenzioni necessarie, di impegni severi nel lavoro e nella vita in genere. Essere una donna, un’autrice disabile non è facile, sicuramente è un valore aggiunto alla sua vita e al suo mestiere. Carmen Pafundi è proprio questa. Una scrittrice di alto valore che è riuscita a sostituire le due proprie gambe con la penna e l’inchiostro, che l’aiutano a dimenticare ciò che in verità avrebbe voluto fare nella vita. Nelle interviste dice ballare, a parte, e l’architetto a cui sta pensando. Una donna vera, una scrittrice chiara e netta. Una Lucana. “Sono orgogliosa ci dice Carmen Pafundi - di essere Lucana, come prediligo chiamarla, usando il nome più antico, anziché Basilicata. Con questa terra ho un legame singolare, tra la nostalgia e il rimpianto”.


Oreste Roberto Lanza
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I grandi scrittori non mangiano”. Probabilmente è un titolo ironico, quello che il giovane scrittore di Tricarico, in provincia di Matera, Donato Montesano ha voluto dare al suo pamphlet edito da Eretica Edizione e già candidato al Premio Carlo Levi e al Premio Campiello 2018. E’il suo libro d'esordio.Appassionato da sempre alla letteratura americana, in particolare ad autori come John Fante, Edward Bunker, William Saroyan e Sherwood Anderson, dal 2012 partecipa a numerosi concorsi letterari, risultando finalista e vincitore di diversi premi regionali, tra cui “Nuova Scrittura Attiva”, “Una fiaba per Rapone”, “La Bella Narrazione”, e nazionali quali “Racconti Senza Fissa Dimora”, “Premio Fogazzaro”, “Premio Giovane Holden”. Anche lo scrittore statunitense Nathaniel Hawthorne, legato soprattutto al romanzo storico “La lettera scarlatta”, si cimentò nel genere letterario del racconto. Ne scrisse ben 95 con aspetti legati ad allegorie morali. Fu colui che si chiedeva chi potesse essere uno scrittore di storie. Che razza di mestiere potesse essere. La risposta la si può facilmente trovare leggendo i racconti di questo giovane scrittore lucano,che in alcuni momenti pare essere un pittore della realtà vissuta e in altri un poeta sognatore e speranzoso, che qualcosa cambi nella quotidianità del proprio tempo. Le pagine, appena 106, rispettano alla lettera l’aspetto della narrazione in prosa con contenuto realistico e con un’estensione diversa dal romanzo. Un scritto leggero e semplice, fatto di ben 12 racconti che narrano momenti di vita legate alla quotidianitàdei nostri piccoli paesi lucani. Dunque riferire di fatti non è solo illustrare una storia, ma l’evocazione di un mondo fatti di istanti, circostanze, speranze e sogni di una comunità, vero spunto della narrazione. Un giovane scrittore che ha la capacità di riportare il lettore al tempo, per alcuni antico, per i più a quello vero ed essenziale del focolare dove i padri e le madri del tempo, con brevi racconti, educavano alla giusta morale il loro immediato futuro. Il primo racconto “Voleva essere un pamphelt” pare essere il capostipite dell’intero impegno letterario dell’autore. “ Proprio così - ci dice l’autore Donato Montesano- nel primo racconto gli eroi son tutti giovani e belli e sono per me le colonne di tutto il libro. C'è ironia e disperazione, sogno e disillusione, fantasia e realtà, un gioco di amore e morte, temi a me molto cari”. Non sono da meno “Uomini e Lupi”, “Gli eroi son tutti giovani e belli”, “Peppino”,“Amore Ballerina”. Colpisce il racconto “Mi chiamavano Zingaro”: un racconto, questo, da leggere con più attenzione perché ha una sua morale. In tempi di pieno disordine sociale e civile, leggere aiuta a capire e rende libera la persona. Un piccolo libro dove in alcuni momenti si ha anche la sensazione di stare a contatto con un teatro reale e non della finzione. Vero quando si dice che i momenti raccontati dall’autore sono storie che appartengono a mondi interiori che danno vita ad una strana danza ballata nel supermercato della vita. Uno specchio da portare con sé per rendersi conto di come gli istanti di vita che si vivono nella quotidianità non fanno altro che riflettersi in questi magici racconti.

Oreste Roberto Lanza

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L’Associazione “Dopo Di Noi Onlus” di Potenza, anche per l’anno 2018 ha organizzato un incontro con gli Associati, le Istituzioni e con la cittadinanza potentina per la presentazione del volume sociale “Sogni che diventano realtà”.
Un volume che compendia le attività svolte dall’Associazione in un anno di impegni, una rassegna stampa con le più significative notizie Regionali e Nazionali riguardanti il mondo della disabilità e lo stato dell’arte dei progetti e dei provvedimenti da adottare per alleviare le difficoltà delle famiglie e dei soggetti disabili. Un inserto finale è dedicato alle testimonianze e le collaborazioni che l’Associazione intrattiene con le Istituzioni del territorio e con il mondo del terzo settore.

Appuntamento Venerdì giorno 15 giugno alle ore 17 presso il CSV di via Sicilia n° 6 al rione S. Maria di Potenza.

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È nata a Matera dove vive e insegna Scienze Umane e Sociali e Psicologia. Laureata in Filosofia presso l'Università degli Studi di Bari, ha collaborato al Dipartimento di Filosofia Morale della medesima Università. È stata responsabile del settore filosofico dell'associazione culturale materana “Arteria”. Ha collaborato con la rivista di critica filosofica
"Paradigmi". Tante pubblicazione. Ma il primo suo romanzo, “La donna giusta” edizione maggio 2017, è quello che più ha fatto sobillare il suo cuore. Caterina Ambrosecchia, riservata, donna di cultura, una lucana dall’animo gentile, curiosa e piena di energie. Tra i tanti suoi impegni le sottraiamo del tempo da dedicare ai lettori che l’hanno conosciuta da poco su BasilicataNotizie. Un romanzo, il primo, di grande intensità, dove alla fine il sentimento, in un certo senso, prevale sul becero interesse. Lo spunto vero che ha permesso di raccontare una circostanza che potrebbe essere additato a un fatto di cronaca del nostro Sud. “Il romanzo ‘La donna giusta’sottolinea subito Caterina Ambrosecchia-  è ispirato ad una storia vera che mi è stata raccontata tempo fa. Ad un certo punto ho avuto voglia di narrarla costruendoci su personaggi e intrecci. I sentimenti umani sono i veri protagonisti della storia che ha un contesto storico-sociale ben preciso, in un Sud appositamente non geografico. In passato, soprattutto negli anni ’50, i matrimoni erano frutto di un accordo tra famiglie, e i sentimenti avevano un ruolo decisamente secondario, nel corso dei decenni tutto è sensibilmente cambiato ma non escludo che ancora oggi le unioni possano essere sigillate da interessi economici, al Sud come nel resto d'Italia direi”.

Tommaso e Luigia, bellezza e sostanza. Lui un oziante mentre lei una donna di gran fatica. È proprio questo l’amore eterno? O c’è bisogno di altro? “Tommaso è un ragazzo – precisa Caterina Ambrosecchia-  a cui non è stato insegnato ad amare ma solo ad avere. Tutto gli è dovuto e non è in grado nemmeno di accorgersi della sua incapacità. Tommaso non sa stare al mondo, Luigia è un fiore nel deserto, non è amata dalla sua famiglia, non si sente accettata ma è affamata d'amore e crede che Tommaso solo, perché si è accorto di lei, possa essere in grado di colmare i suoi vuoti. Non so se l'amore tra i due sia davvero eterno. Indubbiamente la caparbietà e il coraggio di Luigia la rendono una donna forte, capace di grandi sentimenti, mentre Tommaso rimane in balia degli accadimenti. Le donne spesso sono più determinate nei sentimenti rispetto agli uomini, sono generose e capaci di gesti forti, lo dico senza ricorrere a stereotipi, mi è capitato di ascoltare donne in grado di provare sentimenti così profondi da smuovere mari e monti. Forse è nella natura delle donne vivere visceralmente le emozioni”.

Nei tanti nostri paesi della Lucania, dove appare ambientato il tuo romanzo, l’amore, continua ad essere un contratto, oppure nell’ultimo millennio, ci sono stati fattori di rottura che hanno permesso a questo sentimento di ricevere la linfa della libertà. “Da quando alla fine degli anni ’60 -  continua la materana Ambrosecchia-  le donne hanno acquisito più autonomia in ambito familiare e sociale inevitabilmente hanno avuto la possibilità di scegliere. Ciò ha profondamente mutato la vita personale delle donne e di conseguenza l'assetto familiare. La libertà le ha portate a lavorare, ad autorealizzarsi e a diventare madri con più consapevolezza. Nonostante i notevoli passi in avanti stridono le continue aggressioni, violenze, femminicidi da parte di uomini-orchi, che continuano a considerarle oggetti da possedere. La cultura di un certo tipo di maschilismo mi preoccupa e mi fa pensare che ancora tanto ci sia da fare in Lucania come nel resto del mondo”.

L’emozione più forte, probabilmente, il lettore la coglie nei due momenti finali del libro. Quella della lettera che nonna Rosa scrive alla sua amata nipote Anna. Una lettera in cui scrive: “Non nego che mi fosse affezionato: con me si sentiva al sicuro, così diceva, ma l’amore… quello era un'altra cosa”. E in quel bacio intenso e stretto di Tommaso e Luigia quando finalmente si ritrovano. "È un messaggio lanciato al lettore per dire: solo l’amore può cambiare il Sud e la Lucania. L'amore è universale – rimarca Caterina Ambrosecchia-  e non riguarda particolari luoghi. Riguarda l’animo umano; può cambiare le persone, può migliorarle anche se è osteggiato o non riconosciuto, come accade nel romanzo. Cambiare la cultura è più complesso e richiede più tempo. L'educazione emotiva è ancora un tabù in molte famiglie, non si educa al sentimento, parlarne è cosa difficile se non impossibile e spesso i ragazzi non sanno riconoscere le proprie emozioni e non sono in grado di esprimerle, ne rimangono investiti e non sanno gestirle, perché non sono accompagnati in questo percorso dai propri genitori, proprio come accade nel romanzo. Le famiglie dei miei personaggi non hanno gli strumenti per farlo, noi ne abbiamo di più ma spesso non sappiamo utilizzarli. I ragazzi possono sapere tutto immediatamente, basta uno smartphone, ma non possono trovare risposte a ciò che sentono, alla loro vita e al loro futuro”.

Molti nostri lettori stanno leggendo la nostra recensione al libro. Sappiamo del prossimo romanzo. Cosa si può anticipare ai lettori? “Ho ultimato da tempo – conclude Caterina Ambrosecchia-  il mio prossimo romanzo. Insieme all'editor Veronica Vuoto della Gelsorosso edizioni, stiamo procedendo con l'editing, un lavoro di limatura e ripulitura del testo. Sono soddisfatta anche di questo secondo romanzo. Il titolo non lo svelo perché non so ancora se quello provvisorio diventerà definitivo, ma posso anticipare che è la storia di quattro giovani donne e del loro primo viaggio insieme. Ben presto il viaggio si trasforma in qualcos'altro, e il lettore è accompagnato in questa dimensione introspettiva dall'inizio alla fine. È una storia totalmente inventata, profondamente diversa da 'La donna giusta', ma accomunata ad essa dall'attenzione che ho per il ritratto psicologico delle protagoniste. Ci sono molteplici piani temporali attraverso cui si snoda la storia perché mi piace zigzagare tra il passato e il presente; ritengo che il passato degli individui scriva il loro presente più di quanto si possa pensare. Il romanzo sarà pubblicato in autunno, la stagione che preferisco”.

Oreste Roberto Lanza
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“La scomparsa del dialetto non sarebbe soltanto la scomparsa dei termini arcaici; sarebbe lo smarrimento della nostra anima, la grave ed irreparabile perdita della memoria e delle radici della nostra cultura contadina e della nostra storia, pur se fatta di piccoli avvenimenti tramandati oralmente, dal fascino antico, di un patrimonio di vita vissuta”. Parole decise e vere. Soprattutto vere. È il giusto pensiero di Luigi Viceconte, già Sindaco di Francavilla in Sinni nel 1981 al 1983, avvocato e segretario comunale nel suo “Dizionario dialettale di Francavilla Sul Sinni” edito da Osanna edizioni. Sono ben 671 pagine divise e coordinate tra di loro, in cui viene sapientemente raccontata la storia di Francavilla Sul Sinni, una comunità da sempre in cammino, che nel tempo ha saputo dare un forte contributo, non solo in termini economici, ma di civiltà all’intera comunità dei paesi della valle del Sinni. Un paese che è stato tra gli anni 50, 60 e 70 e più, luogo dove si sono concentrate e sviluppate tante e diverse iniziative economiche, che hanno generato ricchezza per l’intero comprensorio. Negli anni migliori è stato anche luogo dove le tradizioni, le proprie costumanze hanno scritto pagine importanti. Ci sono stati momenti politici di grande rilievo, dove il termine stesso riceveva una giusta linfa legata a discussioni e osservazioni prodotti da politici capaci, perché preparati e competenti. Ma soprattutto che amavano il proprio paese. Il libro, o meglio il dizionario, riassume molto bene tutto questo. Lo fa con due specifici percorsi. Il primo, in più pagine, attraverso etimologie, proverbi, modi di dire, canti, curiosità, indovinelli e notizie storiche. La seconda parte, attraverso le foto e le immagini, imprime nella mente del lettore o di colui che l’ha vissuta nella propria adolescenzacome curioso spettatore di quegli avvenimenti, ore e giornate, un moto forte di emozione, riportandolo dove il proprio cuore è da sempre rimasto pur se il quotidiano l’ha costretto a ricercare il proprio futuro fuori dall’alveo natio.Un dizionario che è più di un semplice vocabolario dialettale.È un vero libro di storia, che la scuola non ti offrirebbe e probabilmente con i tempi attuali non ti farebbe leggere. A pagina 440 le suggestioni più interessanti. Quelle della raccolta di notizie sulla storia del Castello di Rubio, meglio del castrumRubii, risalente all’epoca romana e ubicato nella zona tra il piano Lacco e San Biase.Il racconto della certosa di San Nicola, simbolo religioso e storico di questa comunità. Brevi cenni sul fenomeno del Brigantaggio a Francavilla da Giuseppe Antonio Calone (detto Ciccandrella) al più famoso Antonio Franco con la sua Serafina Ciminelli. Gli ultimi anni della dominazione Borbonica e del Risorgimento. La storia dei collegamenti viari dove Francavilla come i paesi del circondario erano legati da strade secondarie, non rotabili che seguivano le valli, i corsi dei torrenti e dei fiumi. Qui si lega anche la bella storia del cosiddetto “passatore”. L’ultimo fu Pietro Pangaro.Poi il periodo migratorio verso le Americhe.La storia amministrativa di questo Comune con i tanti e diversi Sindaci e assessori. Tra questi quello più longevo, amministrativamente parlando, fu l’insegnante Alberto Viceconte, che governò Francavilla per oltre 20 anni. Tra le righe la scoperta di aver avuto un nonno, Oreste Lanza, assessore nella giunta del Sindaco Luigi Ciminelli nel periodo amministrativo 1952/1954.Un paese a cui è stata conferita l’onoraria cittadinanza anche a personaggi famosi della storia: da Francesco Saverio Nitti, Benito Mussolini, nel 1924, al senatore e Presidente del Consiglio Emilio Colombo. Nel capitolo, infine, “come eravamo”, oltre 58 pagine di foto, che valgono un centinaio di libri messi insieme. Foto che commuovono. Di una bellezza tale da sciogliere anche il più impassibile dei cuori. Insomma sono foto che ritraggono momenti storici che provocano empatia. Sono foto che valgono più di mille parole. E’ ben detto, quello che dice il prof. Ferdinando Felice Mirizzi, Direttore - Dipartimento delle culture europee e del mediterraneo dell’Univesità di Basilicata, nella introduzione al libro: “Luigi Viceconte fornisce con il suo libro dati ed elementi, che possono contribuire a connettere solidarmente tra di loro e con il proprio paese gli abitanti di Francavilla, quelli residenti  e quelli andati via per varie ragioni, mettendo a disposizione ragioni di appartenenza”. Tutto vero. È così. Alla fine della mia lettura la sensazione forte recepita è di essere stato, anche da lontano, per un momento, a piazza Manieri ascoltando e parlando con la gente della mia giovinezza. Averlo fatto tutto in dialetto francavillese è stato bellissimo. 

Oreste Roberto Lanza

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