Tommaso e Luigia. Una grande storia d’amore. Una storia, potremmo definirla, di altri tempi. Caterina Ambrosecchia, scrittrice lucana, di Matera, insegnante di Scienze Umane e Sociali e Psicologia, con il suo primo romanzo “La donna giusta” edito da GelsoRosso, racconta con semplicità, emozione e un tocco di passione la storia d’amore di due giovani ragazzi in un piccolo paese del Sud d’Italia alla fine degli anni sessanta. La storia è il cuore centrale di un racconto fatto di silenzi, di ansie, di rancori, di debolezze, financo di struggenti pianti per quello che doveva essere e non è stato. Per un sentimento nato e germogliato negli angoli di un paese legato a rigidi usi e costumanze del tempo dove le scelte della singola persona venivano determinate all’interno della famiglia. Dove la convenienza e l’interesse economico viene prima del sentimento dell’amore, ritenuto poco essenziale allo sviluppo interiore dell’essere in quanto tale.

Un libro diviso in due parti. La prima del racconto, la seconda della ricerca. Nella lettura le due parti si intrecciano e alcune volte si sovrappongono, lasciando sempre come protagonisti appunto Tommaso e Luigia. Questa bellissima e interessante storia ha inizio con una telefonata alle undici di mattino. Franco chiama la sorella Libera, avvertendola dell’imminente trapasso della mamma Luigia. Libera, insieme con la figlia Monica, decidono di partire per il paese per rimanere con la mamma negli ultimi istanti di vita. Il paese intero conosceva la storia di Luigia, lavoratrice nei campi fin dalla tenera età, dedita a servire la numerosa famiglia, testarda ma di gran cuore. Riservata ma di grande bellezza. I suoi capelli scuri, come si apprende dal racconto, rimbalzavano sulle spalle ad ogni movimento. Longilinea, altera, aveva un corpo da atleta. Non aveva un fidanzato, non era corteggiata fino a quando i suoi occhi non si incrociarono un bel dì con quelli di Tommaso, unico ragazzo che sostava fuori dal bar. Figlio unico, Tommaso era stato viziato quasi per scelta da suoi genitori Serafina e Antonio, che all’arrivo dell’unico figlio gridarono al miracolo.

Un amore vero, infinito indomabile rimasto in piedi anche con le continue forzature, impedimenti e ostacoli messi in mezzo in particolare dalla famiglia di Tommaso, che ricercava per il figlio una donna ricca e ben posizionata per garantire il giusto ozio anche in età matura. Per Luigia punizioni più severe come l’impedimento dell’uscita e del mangiare dopo la notizia della nascita del loro amore. Il dolore più grande, l’entrata in scena di Rosa, nipote di famiglia benestante ed ereditiera di un grosso patrimonio immobiliare, ma con l’afflizione di una zoppia frutto di una poliomielite infantile, che condizionava il normale vivere nella comunità del paese. Rosa, una ragazza da sposare era ormai il convincimento dei propri familiari, dello zio don Ruggero, farmacista, e la moglie Concetta che senza figli confidavano nell’unica nipote, Rosa, per ricevere dal buon Dio quell’attimo di felicità mancata dall’essere padre o madre. Da questo momento la vita di Tommaso e Luigia cambia radicalmente componendosi di difficoltà, di distanze, di pensieri tristi e di forte nostalgie. Tommaso che non sa e non capisce le assenze di Luigia. Luigia che intuisce attraverso un momento di ira della madre, il tentativo di un matrimonio combinato di cui conosce in un primo momento, una sola partecipante al convivio, Rosa. Poi la decisione di Tommaso dopo lunghi tentennamenti di aderire al matrimonio di interesse, ma lasciando aperta la porta del cuore sempre e sola a Luigia. Luigia che non molla, che non vuole lasciare il suo unico e vero amore, Tommaso.

La partenza dovuta di Luigia per raggiungere una zia a Napoli e il matrimonio di Tommaso e Rosa il 15 maggio. Al racconto si antepone il momento della ricerca i cui protagonisti sono due nipoti, Anna e Monica. Anna nipote di Rosa e Monica di Luigia. In questo percorso la protagonista è Monica che quasi per una sensazione, per un impulso, una parola detta a caso avverte la necessità di scoprire chi fosse veramente la sua amata nonna, Luigia. La mamma Libera, che non aveva mai proferito parola alle poche domande della figlia sulla figura della nonna Luigia e poi quella scritta su una scala con pietra scura: Luigia e Tommaso. Un cuore tra i due nomi. Un susseguirsi di domande di Monica: chissà quest’amore che cos’era stato? Chissà se questo Tommaso era il fidanzato che Luigia aveva avuto prima del nonno Osvaldo? L’incontro con Anna è la svolta della ricerca, che porterà Monica a comporre l’intero puzzle e a scoprire l’intera verità con sorpresa finale. Il finale lo lascio al lettore perché veramente bello dove l’emozione sarà confortata da una sicura lacrima, quando si leggerà la lettera che Nonna Rosa scriverà alla sua diletta nipote Anna. “È inutile nasconderlo ancora: tuo nonno amava Luigia, quando mi ha sposata. La desiderava ardentemente. Io ero solo un ripiego. Il mio amore incondizionato per lui, la mia arrendevolezza e la mia importante dote lo hanno convinto a sposarmi. Non nego che mi fosse affezionato: con me si sentiva al sicuro, così diceva, ma l’amore …quello era un'altra cosa”. La donna giusta nel cuore di Tommaso rimase per sempre Luigia. Le pagine finali raccontano di un ritrovarsi di Tommaso e Luigia e di un lungo bacio frutto di un amore mai sopito. Il libro vuole anche mettere in luce il dilemma atavico che da sempre vive nei paesi del Sud. Interesse o amore ha sempre diviso e ucciso. Ma il tempo alla fine e la storia dicono che la strada dell’amore è sempre quella giusta. Sono pagine, ben 245 scritte che concedono al lettore l’emozione di stare sul luogo del racconto, tralasciando per un momento l’oscurità del nostro tempo. Quando si finisce di leggere l’ultima pagina si avverte la voglia di ricominciare dalla prima pagina, perché ancor per un po’ si vorrebbe rimanere con Tommaso e Luigia.


Oreste Roberto Lanza
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In Calabria, il simbolico incontro tra Lorenzo Calogero e Leonardo Sinisgalli nei luoghi vissuti dal poeta di Melicuccà, in occasione della presentazione del saggio “La perfidia eleatica” di Giulia Dell’Aquila con studi su Sinisgalli, Ungaretti e Calogero.

Questo incontro evidenzia l’eredità culturale di due grandi poeti, figli illustri del nostro meridione troppo spesso dimenticato, ispirati e accomunati anche dalla originale bellezza dei loro paesi di origine. A quasi vent’anni dalle prime iniziative di riscoperta e promozione dell’opera poetica calogeriana, avviate dall’associazione culturale Villanuccia in collaborazione con il Comune di Melicuccà, si riporta all’attenzione del pubblico l’innovativa produzione poetica di Lorenzo Calogero e Leonardo Sinisgalli.
Domenica 27 maggio ore 18:30 in pieno centro storico di Melicuccà nella suggestiva ex chiesa di San Rocco e lunedì 28 maggio ore 11:00 a Palmi presso i giardini della Casa della Cultura “Leonida Repaci” con un incontro dedicato alle scuole, si terrà la presentazione del libro La perfidia eleatica. Studi su Leonardo Sinisgalli (Fondazione Leonardo Sinisgalli/Osanna Edizioni 2017) di Giulia Dell’Aquila, docente presso l’Università degli Studi di Bari e membro del Comitato tecnico-scientifico della Fondazione Sinisgalli.
Nel saggio si analizzano i rapporti tra Sinisgalli e Giuseppe Ungaretti, e lo scambio intellettuale avuto con Lorenzo Calogero, con importanti riflessioni sulla sua produzione poetica. Sarà interessante anche ricordare un giudizio espresso da Ungaretti su Calogero: "Lorenzo Calogero, con la sua poesia, ci ha diminuiti tutti”.

La presentazione del libro, occasione di approfondimento degli studi recenti sul poeta Lorenzo Calogero, diventa occasione di valorizzazione delle opere e degli scambi fra Calogero e Sinisgalli, quest’ultimo annoverato come lo “scopritore” del poeta di Melicuccà, nonché di sensibilizzazione verso la partecipazione del pubblico e delle scuole del circondario e allo stesso tempo di promozione culturale del territorio.
“Perfidia eleatica” è la tentazione da cui Sinisgalli, in una lettera a Giacinto Spagnoletti che accompagna una copia dei Nuovi Campi Elisi, emblematici di una nuova stagione poetica, ammette di essere più di sovente insidiato. “Perfidia” nell’accezione di ostinazione, pervicacia, fermezza nel sostenere le proprie idee e ragioni; “eleatica” con riferimento alla scuola filosofica di Elea nella Magna Grecia, che nella ricerca della verità si rifaceva a parametri razionali di chiarezza e necessità. La «perfidia eleatica» invocata da Sinisgalli – spiega la Dell’Aquila nell’Avvertenza che apre il suo volume - è dunque da intendersi come “la caparbietà nel perseguire e mettere in pratica le proprie idee di arte e letteratura, pur in contrasto con i tanti che non le condividono”, in particolare i “compagni ermetici”. Con lo stesso metodo rigoroso, l’autrice del volume realizza tre studi che, attraverso un’analisi della vicenda biografica di Sinisgalli, mirano ad ampliare la conoscenza della sua produzione poetica.
Nel primo studio si indaga infatti il rapporto con Giuseppe Ungaretti, cui Sinisgalli fu profondamente devoto per averlo “accreditato” come poeta fra la critica più autorevole. Nel secondo si esplora il legame con il medico calabrese Lorenzo Calogero, originale poeta attraversato dal dramma umano dell’isolamento che lo fa assurgere, agli occhi di Sinisgalli, a emblema della crisi della poesia nella società moderna. Il terzo studio, infine, analizza la produzione poetica di Sinisgalli a partire proprio dai “Nuovi Campi Elisi”, come momento di trapasso dalla «superba» età giovanile alla «decrepita» vecchiaia del poeta, che dà voce alle inquietudini e incertezze novecentesche.

Alla presentazione del volume, interverranno insieme all’autrice Giulia Dell’Aquila, Biagio Russo direttore della Fondazione Sinisgalli, Franco Vitelli professore dell’Università di Bari e componente del Comitato tecnico-scientifico della Fondazione Sinisgalli. Interverranno inoltre Mario Di Sanzo, presidente della Fondazione Sinisgalli, Emanuele Oliveri, sindaco del Comune di Melicuccà, Giuseppe Ranuccio, sindaco del Comune di Palmi. Modera Nino Cannatà. Si prevede il coinvolgimento del pubblico con un reading di poesie.

L’iniziativa è a cura dell’associazione Lyriks in collaborazione con la Fondazione Leonardo Sinisgalli, il Comune di Melicuccà, con il patrocinio del Comune di Palmi e della Città metropolitana di Reggio Calabria.
 

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“Psichiatria dell’adolescente – Aspetti clinici e metodologici della transizione”. È il titolo del libro che sarà presentato al Midi Hotel di Lagonegro giovedì 31 maggio alle 09.30. Appuntamento organizzato dall’Associazione culturale lagonegrese “A Castagna Ra Critica” e l’istituto professionale, settore Servizi Ruggero di Lauria con la collaborazione della Fondazione Stella Maris e l’associazione culturale Lucanicom. Non sono molti i testi che offrono sintesi esaustive di teorie ed esperienze sull’argomento attualmente di grande rilievo. Poche le letture sui percorsi di cura psichiatrica in età evolutiva. Il testo è curato dal dottore Aldo Diavoletto, psichiatra e neuropsichiatra infantile, attualmente referente del Polo per l’adolescenza problematica e patologica del DSM ASL Salerno, psicoterapeuta, già giudice onorario presso il Tribunale per i Minorenni di Salerno e docente a contratto di psicologia dinamica e ssichiatria sociale presso UNISOB Napoli, Scienze della Formazione, e Giancarlo Rigon, Psichiatra e Neuropsichiatra infantile, docente presso Corsi di Specializzazione e di Laurea della Università di Bologna, attualmente formatore presso Scuole di Psicoterapia.
È una testimonianza di come il dipartimento di salute mentale di Salerno, si sia sforzato di implementare una rete dedicata agli interventi precoci e all’età evolutiva, proponendo modelli organizzativi e di lavoro ispirati a tale logica. È una delle poche testimonianze del lavoro della sanità salernitana e di altre realtà territoriali e universitarie italiane e internazionali. Una raccolta di saggi di autori diversi che intende offrire un panorama aggiornato sulla psichiatria dell’adolescente, dando una particolare attenzione al rapporto fra psichiatria dell’età evolutiva e psichiatria degli adulti.

 

Questione divenuta oggi di grande attualità e richiamata nel titolo del libro con il termine “transizione” che è quello utilizzato per indicare il passaggio della presa in carico dei pazienti dai servizi dell’età evolutiva a quelli per gli adulti.
Il libro,  in 212 pagine, raggruppa contributi di neuropsichiatri infantili e psichiatri dell’età adulta, a conferma dell’attenzione dedicata al rapporto fra queste due aree disciplinari nel campo dell’adolescenza, e psicologi che all’adolescenza da tempo dedicano attenzione con approcci specifici, con alcuni nomi di assoluto rilievo nazionale e internazionale, tra cui Anna Meneghelli di Milano, la francese Marie Rose Moro e la svizzera Dora Knauer, Benedetto Vitiello di Torino, per citarne solo alcuni. Il libro, pubblicato a dicembre scorso, è organizzato in tre parti: una di carattere generale, una seconda che raccoglie i temi clinici e la terza dedicata ai modelli organizzativi dei servizi di psichiatria. Dopo i saluti iniziali del Presidente dell’associazione lagonegrese “A Castagna Ra Critica”, Milena Falabella, Nicola Pongitore, dirigente scolastico dell’I.S.I.S Ruggero di Lauria e Paola Cirigliano , Presidente dell’associazione culturale LucaniCom, gli approfondimenti sul tema saranno di Francesco Belsito, referente gruppo di lavoro per l’inclusione I.S.I.S Ruggero di Lauria, e del professore Aldo Diavoletto che si intratterrà sullo specifico argomento “Cultura ed etica della cura in una società in trasformazione”. L’appuntamento sarà moderato dalla psichiatra Caterina Speranza. In programma un momento finale di degustazione di biscotti rinascimentali all’acqua di rose offerti dalla bravissima pasticciera Carolina Calabrese di Episcopia

Oreste Roberto Lanza
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Sabato 19 maggio, alle ore 18,00, nel Castello di Lagopesole, verrà presentato il libro “Il Giardino segreto”, ultima opera della poetessa del sacro innografo Cristinadi Lagopesole. L’appuntamento culturaleè inserito nella campagna nazionale “Il maggio dei Libri”. Evento promosso dalla Pro Loco di Lagopesolee dal neo eletto Carlo Luciacon il patrociniodell’Anno Europeo del Patrimonio Culturale 2018. Un momento attrattivo dal punto di vista turistico- culturale. L’autrice, Cristina Rosati, nota come Cristina di Lagopesole o Madre Cristina di Gesù Crocifisso, è una suora carmelitana laureata in Pedagogia con indirizzo filosofico. Poetessa, scrittrice, religiosa italiana. Attualmentevive nell'eremo di Castel Lagopesole, frazione di Avigliano, in provincia di Potenza, luogo elettivo da cui ha tratto il nome distintivo e presso il quale ha elevato una chiesa, consacrata e dedicata al Divin Crocifisso il 14 settembre 2001. Un pamphlet, quello di Cristina di Lagopesoledi recente pubblicazione con oltre cento inni d’amore che raccontano il territorio della Lucania e della Magna Grecia. “Per questo- sottolinea il Presidente della Pro Loco di Lagopesole, Carlo Lucia – abbiamo voluto presentarlo. Un libro dove, l’autrice, nelle sue poesie, racconta dei fiori, delle piante presente in particolare nel territorio di Lagopesole. Nella stessa giornata, della presentazione del libro, inauguriamo una mostra di dipinti nati dalle poesie dell’autrice e in più apriamo il mondo di Federico II per la notte europea dei musei. In pratica il museo sarà visitabile fino a mezzanotte con il costo simbolico di un euro”. L’incontro culturale sarà introdotto daCarlo Lucia, neo Presidentedella Pro Loco Castel Lagopesole, seguiranno isaluti di Vito Summa, Sindaco del Comune diAvigliano, di DonGiovanniConte, Parroco della SS. Trinità di Castel Lagopesole, e di Vito Santarsiero, Presidente del Consiglio Regionale di Basilicata. Importante l’intervento di Claudia Koll, pseudonimo di Claudia Maria Rosaria Colacioneche illustreràle linee del percorsomistico che l’operaporta ad intraprendere parlando della sua personale esperienza di vita determinatasi con il giubileo del 2000 dove decise di vivere pienamente la dimensione spirituale della vita.La serata, moderata da Rino Cardonecaposervizio della TGR Rai Radiotelevisione Italiana, critico d’arte, saggista e poeta.

Oreste Roberto Lanza

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Arigliana, “aggrappato su una montagna di boschi, in mezzo a due fiumi lontani, l’Agri e il Basento”, è il paesino della Basilicata in cui è ambientato “E tu splendi” (Feltrinelli 2018), l’ultimo romanzo di Giuseppe Catozzella, scrittore e giornalista nato a Milano da genitori lucani, vincitore del premio Strega Giovani 2014, finalista al premio Strega 2014 e vincitore del premio Carlo Levi 2015 con il bestseller “Non dirmi che hai paura” (Feltrinelli, 2014).
Nella sua ultima fatica letteraria, aperta da un omaggio a due poeti lucani, Rocco Scotellaro e Albino Pierro, Catozzella torna con la memoria alla sua infanzia, per raccontare la storia di Pietro e Nina, due ragazzini che dopo aver perso la mamma, trascorrono l’estate nel paese dei nonni, dove “da centinaia d’anni non accadeva mai nulla”. Quell’estate invece, la tranquillità del borgo “di cinquanta case di pietra e sì e no duecento abitanti”, viene spezzata da una vicenda inaspettata: il ritrovamento di una famiglia di stranieri nascosta all’interno dell’antica torre normanna del paese. L’incontro/scontro dei nuovi arrivati con la gente del posto innesca sentimenti contrastanti, che dalla diffidenza e rifiuto iniziali pian piano si trasformeranno, generando un cambiamento e una crescita che coinvolgerà anche il giovane Pietro. 
Il 17 e 18 maggio, Giuseppe Catozzella sarà protagonista nella sua Basilicata, di un doppio appuntamento organizzato dalla Fondazione Leonardo Sinisgalli e la Libreria Ubik di Potenza, in collaborazione con l’Associazione INSIEME ONLUS, Crusco’s Street food, il Liceo Scientifico “G. Galilei”, l’Istituto Comprensivo “L. Sinisgalli” di Potenza. L’evento rientra nella programmazione del circuito Acamm.
Giovedì 17 maggio alle 18.00, presso la Sala Conferenza dell’Associazione INSIEME Onlus in Viale del Basento, n. 102 a Potenza, Catozzella presenterà il suo E tu splendi, dialogando con la blogger Giuditta Casale e il Direttore della Fondazione Sinisgalli, Biagio Russo. L’incontro, aperto dai saluti di Mariaelena Bencivenga, Presidente dell’Associazione, sarà moderato dalla giornalista Beatrice Volpe della Tgr Basilicata.  Accompagneranno il dibattito gli intermezzi musicali di Luca Fabrizio alla chitarra e Gabriele Spadino Pippa al violino. La lettura dei brani tratti dal libro sarà a cura del “Venerdì in Biblioteca” dell’Istituto Comprensivo “Leonardo Sinisgalli” di Potenza.
Venerdì 18 maggio alle ore 11.00, nell’ Aula Magna del Liceo Scientifico Galilei di Potenza, gli studenti-lettori intervisteranno lo scrittore in un incontro aperto pubblico. Porteranno il proprio saluto la dirigente scolastica, Camilla Schiavo e il presidente della Fondazione Sinisgalli, Mario Di Sanzo.
Nato nel 1976 e laureato in filosofia presso l’Università degli Studi di Milano, Giuseppe Catozzella ha iniziato la sua carriera scrivendo poesie, racconti e reportage su riviste. Ha vissuto per diverso tempo in Australia, un luogo di cui è ricco di riferimenti il suo primo romanzo “Espianti” (Transeuropa, 2008). Ha lavorato per circa dieci anni come consulente editoriale per Arnoldo Mondadori Editore, e successivamente, per cinque anni, come editor della narrativa italiana di Giangiacomo Feltrinelli Editore.

Scrive su diverse testate nazionali e collabora, anche, in qualità di docente di letteratura italiana e di scrittura creativa, in Italia con la Scuola Holden e negli USA con l’Università di Miami e la Seton Hall University di New York. Nel romanzo “Alveare” (Rizzoli, 2011; Feltrinelli, 2014) ha raccontato l’infiltrazione della ‘ndrangheta nel tessuto sociale ed economico del Nord Italia. Dopo la pubblicazione di “Non dirmi che hai paura” (Feltrinelli, 2014), dedicato alla storia dell’atleta somala Saamiya Yusuf Omar morta in mare da migrante, è stato nominato dalle Nazioni Unite Ambasciatore per l’Agenzia ONU per i Rifugiati. Nel 2016 ha pubblicato, sempre per Feltrinelli, “Il grande futuro”, che racconta il percorso di crescita un ragazzo africano fra guerra e religione islamica.

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Non conoscevo il professore Bruno Di Ciaccio, di Gaeta. In una giornata e mezza, questo semplice uomo, docente di matematica in pensione chiaramente appassionato di cucina e di storia locale mi è diventato famigliare. Quasi uno di noi. Una persona che con semplicità nel suo libro “La cucina al tempo dei Borboni” uscito a dicembre 2017 ed edito dal napoletano Cuzzolin, racconta in particolare e con estrema semplicità la storia della gastronomia nel regno dei Borboni. Delle grandi e vere svolte che ci furono nel particolare periodo del regno di Ferdinando IV di Borbone chiamato al tempo Re Nasone, Re Lazzarone. Lo scritto appassiona anche perché ci troviamo di fronte ad una persona che appare abituato a raccontare fatti con verità estrema. Bella quella considerazione dove dice: “La storia di chi perde viene quasi sempre manipolata, rettificata, spesso riempita di luoghi comuni ad uso di chi vince; per lungo tempo infatti il regno borbonico è stato additato come esempio di arretratezza e di malgoverno. Ma la storia viene riesaminata e riscritta in continuazione, oggi possiamo tranquillamente ritenere che la politica borbonica fu sicuramente superiore alla sua nomea e favorì eccellenze in diversi campi”. Il campo della gastronomia è una delle tante testimonianze forti e decise dove la storia dei cosi chiamati vincitori non può chiudere ancora l’occhio malvagio della menzogna.In questo campo, l’autore, detta fatti, momenti e circostanze dove si tocca quasi con mano di come durante il periodo borbonico vi furono momenti di grande vitalità e di grandi cambiamenti soprattutto in campo gastronomico. Ci fu la fusione tra la cucina aristocratica e quella popolare. Una capacita di assimilare ed interpretare gli influssi forestieri senza perdere la propria identità. Il rispetto degli ingredienti genuini e per la stagionalitàdei prodotti. L’estro e la fantasia nel definire gli elementi di una ricetta. Le preparazioni fatte con il sorriso, la felicità nel condividere i piatti.Tutto avvenne nel 1759 quando a Carlo di Borbone successe il figlio Ferdinando, ancora minore, che governò a lungo prima con il nome di Ferdinando IV Re di Napoli, poi come Ferdinando III re di Sicilia e infine Ferdinando I Re delle Due Sicilie. Poco amante allo studio come il padre (cosi viene descritto dal professore Giuseppe Campoleti nel libro “Il Re Lazzarone, Ferdinando IV di Borbone, amato dal popolo e condannato dalla storia”) ma amato dalla comune gente che ne fece un vero e sentito sovrano. Vera anche quella circostanza raccontata dall’autore, di un Re appassionato di cucina, attento anche a quello che succedeva nelle altre corti europee. Molte volte lo scontro si faceva duro con la moglie Maria Carolina D’Asburgo, legata alle tradizioni della sua nazione di origine. Ma Ferdinando IV anche testardo e convinto del buon agire, riuscì ad introdurre a corte quelle pietanze che con tanto gusto assaggiava nelle taverne, in particolar modo la pasta e le passate di pomodoro. Fu in questa epoca, racconta l’autore, che fu inventata la forchetta per necessità. Infatti Ferdinando IV mangiava la pasta con le mani e il maggiordomo fu costretto ad inventare una forchetta dotata di quattro rebbi(dentidi metallo o plastica) per permettere di prendere la pasta e portarla alla bocca. Le trasformazioni in campo gastronomico favorite dal Re Lazzarone assunsero connotazioni di rilievo tanto da riuscire a cogliere le attenzioni di sovrani di diverse corti europee.Fermarsi, per questi, per assaggiare la gastronomia del posto diventava una necessità. In particolare fu la Francia a porre più attenzione a questo territorio con i suoi monsieur (chef come titolo equivalente) poi definiti nella cultura popolare Monzù. Si legge nelle pagine di questo interessante volume, di come alla fine molti di loro decisero di restare a vita nel regno borbonico a gustare e gestire quella gastronomia che appariva a molti una vera eccellenza del tempo. C’è il racconto della nascita del pan di spagna, gli apprezzati gelati, della preparazione degli sciroppi di zucchero, di una pasticceria partenopea di fino gusto. C’è la storia del caffè, bevanda tipica del palato napoletano, raccontata perfino, con fine dettaglio dallo stesso grande Eduardo De Filippo, nel monologo “Questi fantasmi”.Nella scena del caffè, rivolgendosi a un interlocutore immaginario, un professore, Eduardo racconta come si fa un buon caffè.Ma c’è l’invito dell’autore a leggere una vasta letteratura sviluppatasi in quel momento. In particolare quella di Ippolito Cavalcanti del 1837 “La cucina teorico-pratica” o quello di Vincenzo Corrado “Il cuoco galante” o quello del 1600 di Antonio Latini “Lo scalco alla modernità”. Accanto a queste pagine, c’è il capitolo “alla riscoperta dei sapori perduti” con tutte le ricette storiche riprodotte. Dal ragù, alla pizza. Dal timballo di maccheroni al sartù di riso. Ricette che non tradiscono i sapori del pesce, primizia privilegiata dal Regno Borbonico insieme con la pasticceria dove dominano le ricette delle sfogliatelle.mostaccioli, struffoli e babà. “Non solo Napoli” è il capitolo finale. L’autore omaggia il Sud lasciando traccia anche di minestre, dolci e varie pietanze ad uso e consumo dell’intero territorio meridionale. C’è una traccia anche di Lucania che si scopre con la ricetta del “Baccalà con peperoni cruschi” tipico piatto del territorio nel periodo della vigilia di Natale. Una gastronomia tra tradizione einnovazione ben ricercata e migliorata nel periodo borbonico che l’autore ha raccontato lasciando intendere che la cucina dell’epoca fatta di cose semplice, genuini ma essenziale aveva dato valore e sapore di grande eccellenza non solo a Napoli ma a tutto il Sud. Il libro non è solo uno stimolo a ricordare per non dimenticare ma probabilmente un messaggio che l’autore vuole lanciare al lettore per ritrovarsi tutti a tavola. In un tempo che scorre velocemente, lasciando la mente senza il ricordo di quello che abbiamo gustato tra un pranzo e una cena, la tavola è il luogo vero dove ritrovare finalmentesé stessi.

Oreste Roberto Lanza

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Nel mio continuo camminare tra i luoghi della terra di Lucania, qualche tempo fa, mi sono trovato nella bellissima Muro Lucano. Il desiderio era quello di conoscere un sacerdote, che rappresenta la memoria storica e religiosa di questo luogo, Giustino D’Addenzio, chiamato da queste parti semplicemente don Giustino. Un lungo cammino pastorale di ben cinquant’anni di vita sacerdotale. Una vita pastorale intensa e poliedrica, che gli ha permesso di diventare punto di riferimento dell’intera comunità murese e non solo. Laureato in sacra teologia, pedagogia e in diritto canonico e civile. Tanti e diversi incarichi canonici come quello di direttore diocesano del settore catechistico scuola e insegnamento della religione cattolica.

Dal 1987 al 2010 nominato dai Vescovi anche Direttore regionale. Assistente Diocesano di Azione Cattolica. Alla mia unica domanda: cos’è la fede ai giorni nostri, con fare semplice e silenzioso, richiamando l’attenzione del suo fidato Michele, mi donava un volume di ben oltre 600 pagine dal titolo “Il Vescovo…Arcivescovo Giuseppe Vairo” finito di stampare nel giugno 2011. Autore Giustino D’Addezio. Poi mi dice: “qui c’è tutto quello che desideri sapere e le risposte che cerchi sulla fede”. Poi uno sguardo intenso tra di noi, il mio chinare la testa su quelle pagine con forte impulso e il desiderio di conoscere il valore del dono. Un primo sguardo, nelle more, cade a pagina 313 nel capitolo Antologia dei testi.

“La libertà, invero, non è un valore assoluto, fine e norma per sé stessa, ma è la condizione essenziale, perché l’uomo raggiunga la verità e il bene e consegua la sua perfezione” Monsignor Giuseppe Vairo, scomparso il 25 luglio 2001 è tra le figure più significative dell’episcopio meridionale della stagione post-conciliare. Calabrese di nascita. Nasce a Paola il 24 gennaio 1917. Compie gli studi nel seminario diocesano di Cosenza e negli atenei Pontifici “Pio XI” di Reggio Calabria e “Pio XI” di Catanzaro. Viene ordinato sacerdote nel giugno 1940. Svolge il proprio ministero nella parrocchia di SS Annunziata di Paola come vicario cooperatore. Vescovo a 44 anni conosce pastoralmente un vasto territorio del Sud D’Italia, in particolare la Lucania.

Ausiliare di Monsignor Aniello Calcara, Arcivescovo di Cosenza, di cui era vicario generale, è nominato amministratore apostolico della stessa arcidiocesi alla sua morte. Trasferito alle chiese di Gravina e Irsina all’inizio del 1962, partecipa a tutto il Vaticano II. Da Arcivescovo Metropolita di Acerenza, dal marzo 1973 fino a novembre 1976, è Vescovo di Melfi-Rapolla e Venosa, e successivamente la nomina ad Arcivescovo Metropolita di Potenza- Marsico Nuovo e Vescovo di Muro Lucano. In queste diocesi si insedia nel gennaio 1978. Nell’anno accademico 1997/1998 insegna antropologia teologica, escatologia e teologia trinitaria presso il Seminario Maggiore di Basilicata. Successivamente per motivi di salute si trasferisce definitivamente presso la casa anziani “Oasi San Gerardo Maiella” in Muro Lucano, assistito tra i tanti proprio dal suo vecchio amico Giustino D’Addezio. Un ricco magistero. Una grande personalità al servizio della chiesa, della fede infinita verso i poveri, verso proprio quella Lucania che lo aveva accolto con curiosità e silenzio all’inizio del suo cammino pastorale.

Il volume consegnato da Don Giustino, nelle mani di Papa Francesco, lo scorso 17 aprile, raccoglie pensieri, parole, osservazioni di un Arcivescovo definito dai Lucani stessi il Patriarca della Basilicata. L’autore, Don Giustino, attuale Presidente del Capitolo Concattedrale di Muro Lucano, con queste pagine intende iniziare una inchiesta diocesana per un processo canonico, che possa aprire un percorso di beatificazione. Nove capitoli da leggere con attenzione e per un certo verso anche con devozione per quello che questo piccolo uomo è riuscito a donare a questa terra ancora dilaniata da povertà, spopolamento e da uno sviluppo soltanto promesso e mai attuato. Ci sono pagine di grande intensità non solo filosofica, ma di illuminante fede. Un percorso chiaro e semplice per arrivare a toccare quella che Vario definisce la vera e unica verità, che si annida tra le pagine del vangelo. C’è quella parola “non dimenticare” tra le sue esortazione alla politica e alle istituzioni all’indomani del terremoto del 23 novembre del 1980.

Ci sono gli interventi al Concilio sulla Chiesa nel mondo contemporaneo, sugli strumenti della comunicazione sociale, sulla libertà religiosa su cui si sofferma con maggiore attenzione dicendo: “Occorre distinguere il fondamento della libertà della Chiesa di Cristo dal fondamento della Libertà delle altre associazioni religiose. Quest’ultime dato che l’uomo è portato per natura a vivere in società, sono costituite dalla libera volontà delle persone. La Chiesa di Cristo, invece, costituita per istituzione divina è una società originale e suprema nel suo ordine, la cui libertà si fonda sul mandato di insegnare, guidare e santificare, affidato ad essa dal suo divino fondatore”.

Poi ci sono i ricordi di amici, suore, Sindaci, associazioni cattoliche ma anche di tanti confratelli che hanno avuto il piacere e la fortuna di incrociare il suo respiro e i suoi occhi. In particolare vi è la testimonianza di Rocco Talucci, lucano di Venosa, già Arcivescovo di Brindisi- Ostuni, ora in pensione nella sua terra che dice di Vario: “L’umiltà è stata la sua virtù, la povertà la sua compagnia, la preghiera la sua forza, la fiducia nella Provvidenza la sua speranza”. Un volume che lascia senza respiro il lettore perché l’impronta emozionale, che solca il proprio cuore, è forte e decisa. Quando si finisce di leggere l’ultima pagina si ha il desiderio di ricominciare nella lettura per continuare a stare con il Vescovo della Lucania. Bella la frase sulla libertà, dall’intervento “chiesa e libertà a trent’anni dal Concilio”, espressa a Molfetta il 16 dicembre 1995, presso l’Istituto Teologico pugliese: “La Libertà non è un privilegio, ma un dono di grazia, un compito e una conquista. Essa c’impegna a interrogare continuamente la nostra coscienza, dove risuona la voce dello spirito, e a non tradirla nella parola, nelle scelte e nei comportamenti”.


Oreste Roberto Lanza
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È un libro colto quello di Pino Rovitto, di una cultura che non è autoreferenziale e chiusa, ma aperta e dialogante, provocatoria della riflessione e del confronto diretto e pulito. Parliamo di “Relazioni. Orientarsi tra le connessioni e le relazioni con gli altri”, l’ultima fatica letteraria dell’autore originario di Senise, formatosi alla scuola di Enzo Spaltro, famoso psicologo del lavoro anch’egli originario dello stesso paese.
Sarebbe strano, in effetti, che in un libro in cui ci si sforza di tracciare il futuro delle relazioni assumendo la cultura come terreno di gioco della sfida, fosse proprio la cultura a creare barriere e a impedire la semplicità, la bellezza e la progettualità necessarie per  la buona riuscita.
La cultura qui è il ponte attraverso il quale passano i contenuti di una comunicazione che è profondamente umana, che recupera il senso di comunità come “dono comune”, cioè reciproco, e rigetta quello di “Im-munità”, cioè difesa dall’altro, rifiuto, rigetto, che sta alla base dell’epoca che viviamo, che non a caso degenera nella post-verità. “Abbiamo smarrito i volti e i nomi delle cose e al loro posto sono arrivati i numeri e le quantità, che non appartengono a nessuno”, scrive Rovitto in un passaggio del suo libro. È la cifra di uno stato che non si fonda più sul rapporto di amicizia tra gli uomini, ma su contratti che hanno lo scopo di limitare la concezione negativa e contrappositiva delle relazioni. E tutto questo è il segno di una civiltà che ha rinunciato al potere del simbolo e del mito come mediazione di una comune visione, che si tradurrebbe anche in una cifra comune di relazioni più vere e profonde.
Spettacolare è l’esercizio di comunicazione e dialogo che Rovitto propone nella figura retorica del chiasmo. Esprimere un pensiero in una frase semplice e poi considerare anche il significato della disposizione speculare dei suoi elementi (Anima del Mondo – Mondo dell’anima) è un esercizio di una straordinaria fecondità e creatività di pensiero, che trasforma la contrapposizione in alleanza comunicativa e dialettica.
Ma la nostra società non è quella del “chiasmo”, è semmai quella del desiderio di primeggiare e di avere ragione sulle ragioni degli altri. Ecco perché Rovitto afferma che nel nostro mondo contemporaneo siamo connessi ma non in relazione. Da questa condizione deriva una nuova e moderna alienazione del lavoro, che in questa dimensione “diventa un optional, senza ideologia, senza identità.  Il lavoro è nudo”, scrive l’autore. Viene così meno il luogo di vita che per secoli ha rappresentato l’humus di relazioni, a volte corporative a volte conflittuali, che hanno definito identità e percorsi di crescita comuni. In poche parole il lavoro non è più il centro unificante delle relazioni ma una variabile secondaria e residuale del prodotto finale che guarda solo ed esclusivamente al cliente-fruitore. Una lettura, questa, che sarebbe da approfondire non solo sotto l’aspetto sociologico, ma anche e soprattutto politico.
Formidabile è poi la declinazione che Rovitto fa del concetto madre negli schemi relazionali. Il dono inteso come reciprocità; il cambiamento non come negazione dell’identità ma come ricerca di essa; la fiducia come fede in un altro a cui ci si affida, e dunque relazione feconda; l’ospitalità come legame di uguaglianza e reciprocità. Potente e meravigliosa è l’immagine del contadino e del nomade come due facce della stessa medaglia: bisogno di radici l’uno e desiderio di cambiamento l’altro, ma entrambi poli esistenziali che si attraggono e si fondono nella stessa natura profondamente umana. L’ospitalità è dunque l’uomo che incontra l’uomo, i confini che si aprono al mondo e il mondo che si manifesta nei confini.
In una tale concezione delle relazioni l’epilogo non poteva non essere uno sguardo al futuro con il cuore nel passato. Un piccolo saggio sulle lingue morte, posto in appendice al libro, e un potente raccordo in dialetto senisese, lingua-grembo della visione del mondo di Pino Rovitto, chiudono il libro.
Le donne senisesi si rilassano al sole e conversano tra loro di cose varie. Il luogo è il micromondo che si oppone al villaggio globale. La globalizzazione ha avvicinato i luoghi ma ha allontanato le persone e le relazioni, dice l’autore. Per questo è meglio stare vicini e sentire il calore dei corpi che si parlano. Magari nel piccolo vicolo davanti casa, che è il prolungamento dell’interno delle antiche abitazioni, troppo piccole per contenere la voglia di relazioni delle nostre nonne. Meglio parlarsi guardandosi negli occhi, NNÁND A PÓRT.


Il testo di Pino Rovitto è stato presentato a Senise, lo scorso 28 aprile, nel corso di un incontro organizzato dalla Pro Loco al quale hanno preso parte, insieme all’autore, la presidente dell’associazione Angela Roseti, il sindaco Rossella Spagnuolo, e la dirigente dell’istituto scolastico superiore  “L. Sinisgalli” Rosa Schettini.

Francesco Addolorato

 

NNÁND A PÓRT È TRA LE COSE PIÙ BELLE DEL MONDO.
NNÁND A PÓRT IL TEMPO È AMICO E NON TI ASSILLA.
NNÁND A PÓRT È UNA SCUOLA DI RELAZIONI, UNA FILOSOFIA DI VITA.
NNÁND A PÓRT È IL PIACERE DI IMPARARE A STARE INSIEME CON GLI ALTRI.
NNÁND A PÓRT È L’UNIVERSITÀ DEI POVERI.
NNÁND A PÓRT È UNITÀ DI TEMPO, DI LUOGO E DI AZIONE.
NNÁND A PÓRT È L’ARTE DELLA CONVERSAZIONE.
NNÁND A PÓRT È UN’INCONSUETA INTIMITÀ MOMENTANEA, CHE, OGNI SERA D’ESTATE, SI RIPETE.
NNÁND A PÓRT È COSÌ IERI, COSÌ OGGI, COSÌ DOMANI, COSÌ OGNI GIORNO.
NNAND A PORT E HIC ET NUNC
NNÁND A PÓRT È QUI, ORA.


Pino Rovitto da “Relazioni”

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Si svolgerà dall’8 al 10 giugno 2018 la terza edizione del festival del libro Borgo d’Autore, rassegna letteraria e culturale che coinvolge le piazze e le vie del centro storico della città di Venosa, patria del poeta latino Orazio, in Basilicata. Ancora una volta saranno tantissimi gli appuntamenti in calendario, tra presentazioni di libri, incontri con gli autori e con gli editori, dibattiti, laboratori, spettacoli, performance artistiche, visite guidate e iniziative dedicate ai ragazzi e alle famiglie. Maggiori dettagli sul programma saranno disponibili nelle prossime settimane sul sito www.borgodautore.com.
La manifestazione, nata per volontà dell’associazione culturale «Il Circo dell’Arte», si prefigge di portare il mondo del libro fuori dai contesti tradizionali, per recuperare l’idea della piazza come “agorà”, luogo di incontro, di parole e di festa. Allo stesso tempo punta a rilanciare la città di Venosa come centro propulsivo di cultura, proponendosi come un’occasione di richiamo turistico per un pubblico interessato alla lettura e alla conoscenza di ampia provenienza geografica. Il borgo antico di Venosa racchiude al suo interno svariati elementi di interesse storico, artistico e architettonico e ben si presta, dunque, come scenario per iniziative di promozione della lettura ed eventi legati al libro. La sua dimensione raccolta permette di avvicinare autori e lettori, annullando le abituali distanze e recuperando il piacere del dialogo, dello scambio e della conversazione.

Tra gli ospiti intervenuti nelle prime due edizioni del festival, nomi di primo piano come Cinzia Tani, Michele Mirabella, Pino Aprile, Marco Marzocca, Emilio Targia, Raffaele Nigro, Emanuele Tonon, Chiara Marchelli, Ilaria Macchia, Gianni Mattencini, Leonardo Palmisano, Giusy La Piana, Nicola Viceconti.
Borgo d’Autore ospita narratori affermati ed esordienti, saggisti, poeti, ma anche artisti e musicisti, non negandosi all’esplorazione di territori e linguaggi espressivi diversi dalla letteratura. Gli autori dialogano con giornalisti e personalità del mondo della cultura, ma interagiscono anche con il pubblico, rispondendo alle domande degli spettatori. Le tipologie di libri e le tematiche trattate sono le più varie, per cercare di interessare tutte le fasce di lettori, non mancando di dare spazio a realtà editoriali minori e indipendenti. La manifestazione è arricchita dalla partecipazione di scuole, associazioni, enti culturali, biblioteche, circoli letterari, librai, critici, docenti di letteratura e attori coinvolti in reading teatralizzati e letture animate.

Partendo dai libri, il festival tratta di cultura a 360 gradi, dando anche visibilità e voce a quelle organizzazioni culturali e creative che si impegnano con successo nella promozione turistica del proprio territorio.
L’edizione 2018 di Borgo d’Autore vedrà la conferma della fiera dell’editoria, dopo il riuscito esperimento dello scorso anno. La partecipazione di case editrici provenienti da tutta Italia, che propongono al pubblico i libri del proprio catalogo, consente di creare un momento di incontro e di condivisione tra realtà editoriali diverse, ma accomunate dall’intenzione di fare cultura e di far conoscere autori e testi di qualità. Grande novità di quest’anno sarà la presenza di case editrici specializzate nella pubblicazione di riviste e periodici, spesso dedicati ad argomenti specifici e di settore e in quanto tali indirizzati ad un pubblico di esperti o appassionati, con lo scopo di dare vita per la prima volta in Italia ad un festival del libro e del magazine.
 

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