Si dice che il parlare scorretto non solo è cosa per sé sconveniente, ma fa male anche alle anime. Pare essere uno dei tanti pensieri autorevoli dell’umanità che indicano la necessità di parlare e scrivere in modo giusto, regolare e senza difetti. Di questo proprio all’incirca un anno fa, il 13 gennaio 2017, la Camera Civile Salentina, con il patrocinio dell’Unione nazionale delle Camere Civili e l’Università del Salento ha promosso un convegno dal titolo “La Lingua, il Diritto e il Processo”, trasferendo questo pensiero letterario e filosofico al mondo forense del Salento. Tanto per dire lo stile forense si addice ad un parlare corretto oppure versa ancora in una sorta di linguaggio contorto pieno di figure retoriche? Le osservazioni, le riflessioni e le tante considerazioni di questo interessante appuntamento giuridico-culturale sono state condensate in un pamphlet di appena 60 pagine, che racchiudono in maniera semplice e lineare le analisi e le sintesi dei maggiori giuristi, non solo leccesi ma dell’intera area del Salento luogo questo storicamente dedito allo studio e all’approfondimento delle norme di diritto positivo e naturale, che intendono regolare la convivenza civile di una comunità in continuo cammino verso il rafforzamento di un principio di legalità intesa come parte fondante di una democrazia vera. Le pagine raccolgono accuratamente interventi di importanti avvocati ma anche di insigni giudici che si sforzano di spiegare qual è il rapporto tra lingua e diritto attualmente e qual è quello da perseguire nell’anni avvenire. C’è l’intervento dell’Avvocato Vincenzo De Benedittis, rappresentante della Camera civile di Lecce, che come nudo dinanzi allo specchio sollecita l’esigenza di arrivare ad una prosa non estetica ma utile. “È quasi superfluo – dice De Benedittis - soffermarsi sulla differenza esistente tra la scrittura del diritto e la scrittura della prosa letteraria. Si osserva come la prima debba rispondere ai requisiti di sobrietà, di concretezza, di massima aderenza alla realtà. La seconda si fonda sull’estro, sulla fantasia, non di rado sul falso dichiarato”. Scrivere di diritto significa non ospitare figure retoriche, come può essere la metafora, l’allegoria cui molto spesso la prosa letteraria fa uso.  Non da meno l’intervento del dottor Renato Rordorf, Presidente aggiunto della Suprema Corte di Cassazione. Nel definire il linguaggio come un modo di organizzazione del pensiero e mezzo primario ed indispensabile di comunicazione ad altri delle proprie idee, sentimenti ed emozioni, Renato Rordorf, sofferma la propria attenzione sulle motivazioni dei provvedimenti giudiziari, in particolare quelli della Corte di Cassazione che come è ben noto giudica sulla legittimità della sentenza impugnata. “Qui dice – Rordorf- vi è una sorta di metalinguaggio a dire di un linguaggio al quadrato. Un Linguaggio che spiega un altro linguaggio. Il giudice adopera parole proprie per spiegare come poter interpretare atti di parte, negoziali o processuali”. Un linguaggio utile ai soli operatori del diritto ma non a tutti. La funzione prevalente è quella di lasciar intendere a tutti o meglio in particolare a chi è diretto il provvedimento. In sintesi il giudice della Suprema Corte di Cassazione Rordorf evidenzia alla platea la consapevolezza necessaria di abbandonare stili curiali familiari al solo orecchio dello studioso di diritto ma non a quello della gran parte dei nostri concittadini. Le pagine raccontano ancora della riflessione del dottore Antonio Pasca Presidente del T.A.R. di Lecce che in una sua lucida riflessione sul linguaggio giuridico, tra forma e sostanza, alla fine sottolinea come la vera sfida per il futuro sia quella di pervenire ad una radicale modifica di abitudini linguistiche consolidate tanto da permettere un processo di integrazione del sistema dell’ordinamento unionale e sovranazionale con le pulsioni sociali verso le semplificazioni. Interessante e di rilievo le considerazioni del professore Stefano Polidori, docente di Metodologie e tecniche di scrittura giuridica dell’Università del Salento, “perlingeriano” per vocazione. A margine del suo intervento sul tema “Scrittura giuridica e insegnamento universitario del Diritto” sottolinea: “uno scritto è chiaro quando ponendo a confronto i fatti e le norme, è capace di far emergere, in forma accessibile e trasparente quali conflitti d’interessi sono stati regolati dal legislatore in un certo modo e in funzione di quale risultato”. Poi ancora il professore Rosario Coluccia, Ordinario di Linguistica Italiana all’Accademia della Crusca e infine il dottor Salvatore Cosentino, Sostituto Procuratore della Repubblica di Locri con il suo pregiato intervento sul tema “Processo come scienza, tecnica o…cabala?”. Una pubblicazione di grande valore che descrive un incontro che ha voluto e saputo raccontare una realtà forense in generale poco legata al sentire pubblico, che cammina con un solo orecchio, perché i propri provvedimenti giudiziali e giuridici sono in molti casi arricchiti di un lessico artefatto e con polisemie, con tanti significati, che poco si legano alla cosiddetta cittadinanza attiva. Ma l’appuntamento voluto dal Presidente della Camera civile salentina, Avv. Salvatore Donadei, ha saputo lasciare una concreta impronta su questo tema almeno la traccia viva sta nelle pagine di questo interessante libro, che vale la pena tenere in maniera visibile nella propria biblioteca.


Oreste Roberto Lanza
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La presentazione è prevista a Matera per il prossimo giovedì, 8 febbraio. Il libro è “Notte in bianco”, pubblicato per i tipi di Homo Scrivens. L’autrice si chiama Letizia Vicidomini. Nata a Nocera Inferiore, in provincia di Salerno, si sente cittadina “onoraria” di Napoli per motivi di lavoro, che raggiunge da vent’anni e che è diventata scenario privilegiato delle sue storie. Speaker per le maggiori emittenti nazionali e regionali da RTL 102.5, Kiss Kiss, Radio Marte a Radio Punto Nuovo. Attrice per passione e voce pubblicitaria. La prima sua pubblicazione è del 2006, il romanzo “Nella memoria del cuore” edito da Akkuaria, così come “Angel”, del 2007. Nel 2012 è la volta della storia ambientata tra la Puglia e l’Argentina, “Il segreto di Lazzaro”, edito da CentoAutori e impreziosito dalla prefazione di Maurizio de Giovanni. Nel 2014 per Homo Scrivens pubblica “La poltrona di seta rossa”, saga familiare che ripercorre cento anni di storia italiana. L’anno successivo, sempre con la stessa casa editrice, passa con successo al genere noir con “Nero. Diario di una ballerina”. Il romanzo è nella sestina dei finalisti del premio “Garfagnana in giallo 2015”. Suoi racconti sono inclusi in numerose antologie. Tra le principali “Una mano sul volto” e “Diversamente amici”, curate da Maurizio de Giovanni (Ed. A est dell’Equatore), “Napoli in cento parole” e “Napoli a tavola in cento parole” (Perrone Editore), “Free Zone” (Echos). La “trilogia dei colori” si completa con “Notte in bianco” uscito a giugno 2017.

“Andrea Martino stava piegato di fianco a un grosso vaso di terracotta che conteneva un rigoglioso esemplare di clematide dai meravigliosi fiori viola. Aveva appena terminato l’operazione di rinvaso e mentre si toccava la fronte leggermente sudata ricevette una telefonata da Michele Loffredo suo braccio destro per un decennio, che aveva preso il suo posto al commissariato”. Il libro si apre con queste righe che lasciano presagire da subito la drammatica storia che si sta per presentare agli occhi di Andrea Martino come lo chiama l’autrice il “Commissario buono” da tempo in pensione. Un condominio intero nasconde la storia della tabaccaia, ma il Commissario si lascia catturare dalla vicenda, per dare alla vittima giustizia e pace. Ma chi era davvero quella donna? Solo leggendo fino all’ultimo respiro la tela si dipanerà e la verità si colorerà di tutti i suoi contorni.

Il libro sarà presentato presso la famosa biblioteca T. Stigliani di Matera. Una scrittrice salernitana per la prima volta in Lucania. “Sinceramente – esordisce la scrittrice Vicidomini- non conosco la Lucania anche se in tanti me l’hanno raccontata come luogo bellissimo. Per tale ragione ho sempre pensato di volerla visitare. Il mio libro ha creato una doppia circostanza. Presentare il libro in questa prestigiosa biblioteca e poi visitare Matera”. Alcuni critici dicono che questo nuovo giallo pare essere un Noir che lascia il lettore senza respiro. Vi è un ingrediente importante rispetto agli altri libri pubblicati. “Sicuramente vi sono alcuni elementi – sottolinea Letizia Vicidomini – che si assimilano in particolare ad un mio libro “Nero. Diario di una ballerina”. Anche Notte in Bianco è un thriller psicologico. Gli altri ancora avevano la caratteristica di essere romanzi di formazione, di famiglia, di sentimenti.

Leggermente con qualche caratteristica di giallo. O meglio di anima indagata. In questo mio ultimo lavoro il tema è prettamente da thriller vero. Elemento predominante è l’approfondimento psicologico dei personaggi a partire dalla vittima e dell’assassino”. Protagonista principale pare essere appunto Andrea Martino, il commissario buono. Occhi verdi, capelli folti, amante delle piante. Personaggio apparentemente inusuale sulle scene poliziesche. Solitamente si incontrano poliziotti arroganti, stizziti, orgogliosi. Insomma una figura nuova. “Il commissario Martino è un poliziotto in pensione- precisa Vicidomini –questo lo rende diverso. Non è pressato dalla tempistica delle indagini che devono essere portate per forza a compimento. Ma ha il tempo che gli appartiene come carattere per poter indagare meglio, anche parlando con la gente andando in giro cercando di conoscere al meglio tutti i presunti colpevoli.

Ognuno di loro donerà all’ex Commissario un pezzettino della propria visuale sul misterioso omicidio” Qualche lettore ha manifestato sorpresa per un omicidio che si consuma in una tabaccheria. “A Napoli – aggiunge Vicidomini- in alcune zone ci sono alcuni vecchi negozi diciamo fermi dove la gente si affolla per fare acquisti. Tra questi c’è alla salita ponte corvo un tabacchino un po’ con aria dimessa, polverosa dove la gente va e compra le sigarette. Questo luogo mi ha colpito e l’ho scelto come scenario per raccontare la mia storia” Insomma un libro di ben 310 pagine che nasconde tante circostanze, ma anche tanti segreti sepolti da anni, nella dinamica del racconto vengono man mano rivelati. Una scrittrice che si avvia verso la piena maturità che vuole confermare per la sua prossima fatica letteraria. “Sto da tempo lavorando – conclude Letizia Vicidomini – sul prossimo giallo e spero che sia di piena maturità”. Fuori microfono Letizia Vicedomini ci dice che a dicembre 2018 avremo in mano una copia del suo prossimo libro. Il Titolo è da confermare ma pare già scritto.


Oreste Roberto Lanza
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La verità che è sempre difficile recensire un giallo. Ci si sente un’acrobata sul filo, eternamente in pericolo di fare un passo falso che, in questo caso, può essere o rivelare troppo o rifugiarsi nell’enigmaticità ad ogni costo. Dopo aver letto “Corpi senza Storia” del napoletano Giuseppe Petrarca la sensazione che avverti è proprio quella di rivelare un finale che non è quello che il lettore aveva intuito facendosi suggestionare da verità compromesse, da circostanze riassunte in maniera imprecise o da indizi che in fin dei conti non appaiono forti per fare una prova. Ci sono corpi senza storia che appaiono poco rilevanti, rispetto a quello di un famoso psichiatra, che risponde al nome di Walter Verratti.

Un giallo, scritto in maniera semplice e con attenzione ai particolari, da un autore non nuovo a questo mondo. Nel 2013 ha pubblicato il medical thriller ‘Inchiostro rosso”, con un buon successo da parte dei lettori e anche della critica stessa. Le pagine di “Corpi senza storia” hanno la capacità di saper ben intrecciare le vicende che si legano ad argomenti che solitamente appaiono tabù come quelle delle malattie mentali e alla giungla delle sperimentazioni farmacologiche, talvolta spregiudicate che possono portare cure salvifiche, ma anche presentare impatti catastrofici sugli esseri umani.

Lo definirei un giallo di alta quota dove l’ambientazione avviene nei O.P.G o se volete nei manicomi Giudiziari dove vivono e muoiono proprio corpi senza storia. Protagonista principale il commissario Cosimo Lombardo che rientrava anticipatamente dalla Sicilia su precise disposizioni dei superiori senza sapere precisamente il motivo del richiamo così perentorio. Un uomo lasciato dalla sua donna che amava, un professionista di grande capacità investigative. Interiormente macerato, con una capacità intuitiva sopraffina, ma anche una sensibilità interiore di prim’ordine e una “saudade” tutta siciliana. Forse tutto ciò gli dà le antenne per intercettare la malvagità e l’ambizione di animi umani decomposti dal demone di un’esistenza parossisticamente egotistica, vissuta unicamente nella prospettiva di grattare dalla Terra e dalla società il massimo di quello che si riesce a ottenere a proprio vantaggio.

Solo dopo tanto cercare e capire il Commissario Lombardo scopre la realtà del suo incarico, che resta da comprimario in una vicenda che ha il solo motivo di scoprire chi ha rapito Walter Verratti. Un medico si legge nelle pagine del libro “legato al doppio filo con il potere non poteva morire”. Qui, Lombardo scopre che l’obiettivo principale da dare in pasto ai giornali era quello della caccia a un pericoloso Killer. Non scoprire e risolvere il caso spinoso di chi muore nei manicomi giudiziari, ma salvare una potente autorità. Chiamato per la sola grande competenza nel settore medico–sanitario, Lombardo pur da comprimario sarà alla fine l’artefice della vera soluzione finale della vicenda. Una storia che in prima battuta appariva risolta da false indicazioni, donategli da dottori Dini e Astori, camuffati da grandi detective e per le quali Lombardo manifestava dentro di sé sempre dubbi, visto l’esattezza e le precisazioni di informazioni risalenti dai deliri di una donna sconosciuta malata, che nelle varie sedute aveva fornito dettagli precisi del Killer e del casolare dove teneva sequestrato il professore Verratti.

Finale di grande sorpresa che lascia il lettore senza fiato ma anche rapito di aver preso atto di quanto la logica del profitto e l'arrivismo professionale abbiano profondamente inquinato la ricerca medica. La copertina del napoletano Ugo Ciaccio, che per passione colleziona testi antichi, ha ben saputo trasporre il concetto dei corpi senza storia che, come ombre, sono gli ‘ospiti’ di questi manicomi. È il caso di dire euri spesi bene nel comprare un bel libro.

Oreste Roberto Lanza
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Sabato 20 gennaio alle ore 18 .00 a Lavello, nella Sala Verde della Parrocchia del Sacro Cuore, verrà presentata "VelEni”, l’ultima fatica del giornalista lucano, nativo di Chiaromonte, Fabio Amendolara. Un appuntamento culturale di grande rilievo, organizzato dal Centro Femminile comunale di concerto con il CIF provinciale di Potenza. “Enrico Mattei. Mauro De Mauro. Il golpe Borghese. Due omicidi e un colpo di Stato abortito che avrebbe cambiato i destini d’Italia. Sono passati quasi cinquant’anni ma i tre misteri, legati a filo doppio, restano impenetrabili. Chi e perché ha sabotato, facendolo esplodere, la sera del 27 ottobre 1962 l’aereo sul quale tornava dalla Sicilia Enrico Mattei, fondatore dell’Eni, considerato il più potente manager di stato ita¬liano? Un libro inchiesta che pone domande precise ai tanti intrecci storici, collegati a morti misteriose come anche quelle di Pasolini e De Mauro. Un libro di grande impegno nel ricercare la verità partendo appunto da un caso non facile come quello di Enrico Mattei.

“Mi sono imbattuto nel caso Mattei – spiega Fabio Amendolara raggiunto telefonicamente dalla nostra redazione - perché il collega del settimanale Gente Gennaro De Stefano (che era a Potenza all'epoca per l'arresto di Vittorio Emanuele) mi disse che nelle carte dei carabinieri di Pavia compariva il nome di Emilio Colombo. Era il 2016. Sulle tracce di Colombo trovai quello che per i carabinieri dell'inchiesta Mattei era il suo coinvolgimento nella scomparsa del giornalista Mauro De Mauro (caso collegato alla morte del manager dell'Eni). Recuperati tutti i documenti ho fatto un'inchiesta giornalistica sull'indagine giudiziaria e il risultato è “VelEni”. Il libro delinea un obiettivo preciso. “Portare alla luce – sottolinea Amendolara- un pezzo di storia che non era mai stato raccontato. Il libro contiene diversi contributi inediti, come ad esempio i verbali del regista Francesco Rosi”.
Pagine che hanno ricevuto diversi apprezzamenti con un’attenzione che nelle tante presentazioni è stata massima. Una lettura che ha consentito probabilmente ai Lucani di acquisire più consapevolezza su come questi intrecci massonici abbiano cambiato il presente di questa Terra. “Sicuramente la gente – conclude l’autore di “VelEni”, Amendolara - ha capito che oggi le strategie messe in campo dalle compagnie petrolifere sono identiche a quelle usate ai tempi di Mattei: giornalisti a libro paga, amministratori accontentati, politici proni e propaganda a go go”. Un incontro d’autore, organizzato dal CIF con l’obiettivo di promuovere un sempre maggiore confronto tra conoscenza e coscienza.
“Vero- precisa il Presidente provinciale del CIF, Antonella Viceconti – l’impegno delle donne di Lucania, in particolare della nostra associazione, mira a cercare quella verità che molte viene deliberatamente sottratta al bene comune”. Tra uomini di cultura, in particolare scrittori come Amendolara si può creare l’opportunità di conoscere verità su fatti della nostra terra da sempre nascosti. “Certamente – prosegue Viceconti- Amendolara sa molto bene cercare la verità. Lo abbiamo conosciuto attraverso precedenti volumi, ‘La colpa di Ottavia’ e ‘Gli ultimi degli alamari’. Sempre con storie coinvolgenti”. In VelEni qualcosa di sconvolgente appare, la presenza di Emilio Lucano. Su una figura politica dominante – conclude Viceconti - per il Cif come Emilio Colombo chiederò a Fabio Amendolara eventuali disegni e strategie che ha portato con sé nel oltretomba”. Dopo i saluti della presidentessa del Cif di Lavello, Anna Vilonna, insieme all’autore Fabio Amendolara saranno presenti la Presidente Provinciale CIF Antonella Viceconti, il sindaco della Città Sabino Altobello, e l'assessore alla Cultura Vanna De Luca.

Oreste Roberto Lanza
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“Angelo Di Muro è nato a Melfi il secolo scorso. Dopo aver fatto male alcune cose in politica e nel sociale, ha deciso di fare peggio in altri ambiti. Così, oltre ad esibirsi in alcune performances teatrali e cinematografiche, con pessimi risultati, si è messo a scrivere, di tutto, con incompetenza assoluta” È l’introduzione del curriculum del melfese Angelo Di Mauro che oggi alle ore 17.00 nell’aula consiliare del Comune di Melfi, presenterà, il suo Libro “Mal d’Estro”. L’incontro è organizzato dal “Rotary club” di Melfi con il patrocinio dell’Ente comunale. Un Rotariano di eccellenza con la metafora alla mano e il sorriso come arma di lotta per creare momenti di serenità e di grande spirito culturale. Ha pubblicato finora 18 libri, alternando satira, poesie, romanzo, massime, ma non si è ancora stancato, al contrario dei suoi lettori. Raggiunto telefonicamente dalla nostra redazione ci dice: “Ogni analfabeta dovrebbe scrivere almeno un libro per raccontare ai posteri tutto ciò che non sa”.È sicuramente un buon sistema per “non prendersi sul serio, ma soprattutto per vivere meglio”. Il libro nasce da un suo motto che ha ben chiaro “Far male ciò che gli altri fanno peggio è un ottimo risultato”. Dopo l’intervento istituzionale del Sindaco di Melfi Livio Valvano, sarà la volta dell’avvocato Tanino Araneo, Filomena Guidi, Dirigente scolastico dell’istituto commerciale Berardi-Nitti e della giornalista Carmen Carlucci che illustreranno il contenuto del libro. La parte finale dell’appuntamento culturale sarà tutto dell’autore, Angelo Di Mauro che si dedicherà anche alla lettura di alcune sue pagine più importanti del testo.La conclusione al Governatore Rotary del distretto 2120, Gianni Lanzillotti. Modera l’incontro Sarah Ceccio.

Oreste Roberto Lanza

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Lunedì 8 gennaio, nella Sala A del palazzo del Consiglio regionale di Basilicata, è prevista la presentazione del volume “Marino di Teana, La Pittura”, scritto da Giovanni Percoco e curato da Valentino Vitale. All’evento, oltre a diversi artisti lucani e appassionati di arte, interverranno il presidente della Commissione regionale Lucani nel Mondo, Aurelio Pace, il consigliere regionale Vincenzo Robortella, e il sindaco di Teana, Vincenzo Fiorenza.
Francesco Marino di Teana (Teana, 8 agosto 1920 – Pèrigny, Francia, 1 gennaio 2012) è annoverato tra gli artisti più creativi e di spessore del ‘900.  L’arte contemporanea lo celebra come un uomo di cultura, tra i più poliedrici, capace di esprimere originalità, ma non per questo slegata dal contingente e ambiente circostante.

La Basilicata lo annovera tra i suoi lucani illustri: partito da un piccolo paese dell’area Sud come modesto pastore e agricoltore per cercare fortuna nella lontana Argentina, diventato tra gli scultori più apprezzati al mondo.  Lavorando come manovale e muratore, riesce a garantirsi una esistenza dignitosa e con la possibilità di coltivare le sue passioni e propensioni.  Studia tanto, fino a divenire professore superiore della Scuola nazionale di Belle Arti di Buenos Aires, e successivamente ambasciatore culturale in Francia. Le sue opere sono esposte nelle principali accademie e musei del mondo. Teana e la Basilicata non lo hanno dimenticato e tanto in vita che dopo la morte avvenuta nel 2012, sono diverse le manifestazioni che hanno inteso esaltare un artista che, pur se diviso e conteso tra tre nazioni, è sempre rimasto visceralmente legato alle sue origini.

Per questo volle legare indissolubilmente il suo cognome al paese natio, attestandone la carica ispiratrice primordiale anche dopo essere stato apprezzato dalle più importanti accademie e centri culturali del mondo. La Basilicata, per Marino da Teana ha rappresentato sempre una fonte inesauribile di idee ed emozioni. Nel libro di Percoco, scritto quando l’artista era ancora in vita e con cui ha condiviso ogni parte del testo, c’è un Marino di Teana diverso, meno conosciuto: pittura e filosofia, dalle opere giovanili fino all’età matura. Un lucano illustre che, anche attraverso le sue sculture e dipinti, resta profondamento legato ai valori della terra d’origine e che nel libro vengono esaltate in un contesto internazionale.
 

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Le meravigliose fotografie sono del barese Piero Lovero, le tavole a colori di Michele Damiani, pittore di temi, memorie ed evocazioni orientali e mediterranee. L'autore è il melfitano Raffaele Nigro. Il libro edito da Progedit ha un titolo semplice, “Ritorno in Lucania”. Raffaele Nigro, lucano, giornalista, caporedattore per la sede pugliese RAI, scrittore dagli anni settanta, studioso della storia della Basilicata e dell’Italia Meridionale, con numerosi e prestigiosi  premi ricevuti, in particolare il Super Campiello, nel 1987, con il romanzo “I fuochi del Basento“, ritorna nella sua terra con un passo convinto percorrendo strade, fiumi e centri arroccati sulle colline.

Lo fa non più con le sue sporadiche visite ma con una convinta frequentazione, rivisitando quei luoghi dove tutt’ora si respira ancora aria di intensa cultura. Luoghi di memoria di storia, dove poeti, storici, letterati hanno impresso alla Lucania il sigillo autentico di terra che non fa rumore all'esterno ma suona all'interno, toccando le corde dell'anima. In otto ben definiti capitoli, Nigro racconta l’essenzialità di questo valore aggiunto che è la Lucania per il Sud Italia che vuole ritornare ad essere quello che fin da prima dell’Unità d’Italia rappresentava. Luogo incantevole di passione, bellezze ed emozioni. Un viaggio lento, attento a volte con un po’ di nostalgia comincia “per le antiche case dei poeti” ricordando il grande poeta Giovanni Pascoli che insegnò nella città di Matera al liceo classico.

Un salto a casa Sinisgalli a Montemurro nell’occasione dell’inaugurazione di una mostra di documenti per rivedere e riascoltare quelle “ voci di dentro” dell’insigne poeta, saggista e critico d'arte lucano. Da qui verso Tricarico per fotografare e riascoltare i versi del poeta –Sindaco Rocco Scotellaro sepolto in questo piccolo e silenzioso luogo sotto una lastra di marmo guardando la valle. A Tursi per non dimenticare Albino Pierro, famoso soprattutto per la sua svolta dialettale e per essere stato più volte candidato al Premio Nobel per la Letteratura. Nigro rilegge quei versi scritti sulla lapide messa sul muro di casa sua, che appaiono la sintesi del suo infinito impegno per la sua terra di Lucania. “Uera turnè cchi ssèmpe addù ci scurrete come nd’ì ddrùpe ll’acque,’a vita mèje”. Vorrei tornare per sempre dove ci scorre come fra i dirupi l’acqua, la vita mia.

Un salto a Moliterno, nell’alta Val d’Agri, per raccontare di Giacomo Raccioppi storico e patriota. Vale la pena leggere le due parti del volume “Storia dei popoli lucani e della Basilicata”. A Brienza per non dimenticare Mario Pagano un giurista, filosofo, politico e drammaturgo italiano. Fu uno dei maggiori esponenti dell'Illuminismo italiano ed un precursore del positivismo, oltre ad essere considerato l'iniziatore della scuola storica napoletana del diritto. A Venosa città cara a Quinto Orazio Flacco, poeta lucano noto più semplicemente come Orazio. Considerato uno dei maggiori poeti dell'età antica, nonché maestro di eleganza stilistica e dotato di inusuale ironia. Per non dimenticare il grande musicista Carlo Gesualdo. A Sasso di Castalda dove si ricorda Don Giuseppe De Luca.

Una figura intellettuale prestigiosa  che oltre alla sua missione pastorale di  prete, fu anche  un editore e raffinato scrittore. Ma in questo luogo, Nigro, non può non ricordare Maria Rachele Ventre, detta Mariele, fondatrice del Piccolo Coro dell'Antoniano di Bologna. I suoi genitori lucani Doc. Padre Livio originario di Marsico Nuovo, madre Maria di Sasso di Castalda. Poi con “un paese a colori” l’autore ricorda i pittori lucani dell’800 e quelli più recenti. Vincenzo Marinelli, del potentino Antonio e Vincenzo Busciolano, di Giuseppe Maria Mona di Pietrapertosa, Vincenzo la Creta di Marsiconuovo, Andrea Petroni e Giacomo Di Chirico di Venosa, Angelo Brando di Maratea, Pietro Tozzi di Ruvo del Monte, Pasquale Virgilio di Melfi e di Cesare Colasuonno di Irsina. I contemporanei hanno il nome di Ginetto Guerricchio, Maria Padula, Mauro Masi, Ninì Ranaldi, Remigio.

Da leggere il capitolo “Gli anni dell’inquietudine”. Interessante quello dei “lucani nella storia”. Pagine dove Nigro racconta di Orazio a Venosa, ma anche di un benedettino, un certo Ugone, autore di ben quattro biografie di santi. Venosa fu luogo di nascita di un certo Luigi Tansillo, poeta italiano, di ispirazione petrarchesca. Matera dei Persio, di Ascanio, Domizio con Aurelio e Antonio. Pochi chilometri da Matera e siamo a Valsinni per raccontare dei versi della grande poetessa Isabella Morra non tanto più giovane quando viene uccisa. Poi Montescaglioso con Giovanni Antonio Antodari. Miglionico luogo di nascita del musicista Marcantonio Mazzone. Un salto ad Aliano per raccontare del torinese Carlo Levi il medico, poeta e pittore che trascorse ben nove mesi con il suo Cristo si fermò a Eboli e dove attualmente è sepolto. Poi il capitolo “narratori del nuovo millennio” dove l’autore riporta in superficie i racconti di narratori come Giuseppe Lupo scrittore e saggista italiano di Atella, di Mimmo Sammartino giornalista e scrittore di Castelmezzano, del potentino Tommaso Pedio, storico, saggista e avvocato italiano, noto particolarmente per i suoi studi sul brigantaggio. Sul finale del libro un’attenzione al capitolo “viaggio nella natura lucana” un camminare dolce tra la fauna e la flora di questa terra a cui sono cantate le lodi da uccelli come il cavaliere d’Italia, la garza ciuffetta, la cutrettola, o il falco.

Una vegetazione composta da cerri, lecci, aceri, frassini o come a Trecchina di castagni. Un luogo, quello descritto da Nigro, composto da un labirinto di castelli, cattedrali, con modi di concepire la vita finora ignorati da tutti. Un cenno alla gastronomia lucana nel capitolo “fagioli in versi e in prosa”. Una cucina tradizionale che è riuscita a preservare e conservare nel tempo gusti e sapori deliziosi, basandosi sui poveri ingredienti del mondo contadino. È un libro diverso dal solito. L’autore con grandi capacità comunicative e con la giusta analisi e sintesi riesce a ben raccogliere un angolo di mondo racchiuso fra tre terre: Calabria, Campania e Puglia. Una Lucania che per Nigro appare da sempre come la terra della luce nascente tanto da chiedersi se è necessario spendere tanto danaro pubblico per ricorrere agli attrattori  quando dice: tra Melfi, Venosa, Palazzo e Acerenza c’è il 70% dei monumenti storici regionali mai valorizzati? Quanto è casuale il disinteresse dell’ente Regione?


Oreste Roberto Lanza
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“Sicché la tanto invocata Unità se ha beneficiato senz’altro l’economia settentrionale, nel contempo ha, purtroppo e conseguentemente, depresso quella meridionale, in nome di una Unità d’Italia, come ebbero a sottolineare statisti del calibro di Fortunato e Nitti”. E’ il pensiero conclusivo di uno storico lucano, di Lauria, Antonio Boccia, docente presso l’Università di Tirana, avvocato cassazionista studioso e ricercatore della storia risorgimentale, presente in uno dei suo tanti e diversi libri sulla storia del Sud. Il libro, “A Sud del Risorgimento, così nacque l’Italia Unita”, pubblicato nel 1998 è un’analisi e una sintesi di una verità ormai non più confinabile nell’archivio della dimenticanza o dell’infinito oblio.

È proprio l’autore a gridare nelle sue semplici e accurate righe che “il fatto che la storiografia ottocentesca definisca risorgimentale quest’epoca storica, perché tutto il popolo italiano, oppresso dal giogo di vari tiranni e suddiviso in più stati si sarebbe sollevato per realizzare una sola Nazione”, ha poco di critico e oggi non convince più di tanto nessuno. Da questa considerazione, lo storico Boccia, con documenti alla mano, pone all’attenzione del lettore affascinato dalla verità fatti, circostanze e avvenimenti che hanno influenzato i cambiamenti del Sud d’Italia. Un Sud, a differenza di un Nord depresso economicamente con intellettuali e politici inclini alla tutela del proprio interesse, con prospettive enormemente diverse. Con un quadro economico, sociale e civile in continuo sviluppo.

Nel libro ci sono date e circostanze che mettono in luce di come il Regno di Napoli possedesse dei primati in tutti i settori. Il varo della prima nave a vapore (1818), la creazione della prima linea ferroviaria nella penisola (1839), il mantenimento della terza flotta mercantile europea, la solidità della moneta il cui primato era incontrastato in Italia. Infatti, fino alla prima metà del 1860, i titoli di Stato delle Due Sicilie godevano ottima salute. La storia racconta di come questi titoli oltre ad avere una rendita consolidata del 5%, alla Borsa di Parigi quotavano il 20% in più rispetto al loro valore nominale. Al contrario quelli del debito pubblico piemontese quotavano il 30% in meno. Esisteva, cioè, una forbice, adesso si chiama spread, di ben 50 punti percentuali, quotando quelli delle Due Sicilie al 120% e quelli del Piemonte al 70% del loro valore nominale. Nel 1859 la situazione finanziaria vedeva il debito pubblico del Regno di Napoli pari a Lire 411.475.000 quello del regno di Piemonte a lire 1.121.430.000. La cultura era il valore aggiunto dell’intero regno. L’autore ricorda quando nel 1737, quarant’anni prima della Scala, fu costruito il teatro San Carlo. Lo scrittore francese Marie-Henri Beyle, noto come Stendhal, dichiaro per la circostanza “non vi è nulla in Europa che si avvicini a questo teatro o che ne dia la più pallida idea”. Si contavano ben ottantuno conservatori musicali. I dati sulla produzione industriale proiettavano il Regno come Terza Nazione con un commercio che si avvaleva di infrastrutture adeguate ai tempi. Nel settore agricolo il rapporto tra terre utili e terre inutili era i 4 a 1.

In Lombardia era il contrario. Il censimento del 1861 evidenziava più occupati al Sud che al Nord, nei vari settori industriali, agricoli e commerciali. I numeri non finiscono qui. Boccia come un fiume in piena non le manda a dire. Il suo animo di ricercatore racconta della circostanza dello sbarco dei mille. Uno spettacolo indegno e fasullo. Gente, scrive l’autore, che non aveva alcuna dimestichezza con le armi. Annota tra le fila dell’armata Brancaleone ben 150 avvocati, un centinaio di medici, 60 possidenti, 20 farmacisti, 50 ingegneri, 10 preti spogliati, molti intellettuali e massoni. Da leggere il racconto fatto da Boccia sulla battaglia di Calatafimi vinta dai Garibaldini che erano in un numero inferiore dei napoletani. Si scopri che il generale Landi alla guida delle truppe borboniche era stato corrotto. La corruzione è il tradimento furono le vere insidie di un esercito, quello borbonico, che era il più numeroso d’Italia. Ma lascio al lettore il desiderio di appropriarsi di questo libro per continuare a leggere le pagine di questo intenso lavoro storico del lucano Boccia. Alla fine della intensa lettura di queste pagine resta quella frase dove l’autore dice: “È necessario perciò contribuire a dileguare la favola dei fratelli piemontesi venuti a liberare il Sud dal gioco tirannico dei Borboni: si tratto di una pura e semplice conquista”. Tali considerazioni rendono il “Risorgimento” poco più che una invenzione retorica.


Oreste Roberto Lanza
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SENISE – Serata interessante quella in programma domani a Senise nell’ambito del programma dal titolo “Incontri d’autore” pianificato dal Comune di Senise. A partire dalle ore 17,00 presso l’ex sala consiliare del complesso di San Francesco, il poeta, scrittore e regista italiano, Franco Arminio, presenterà il suo libro “Cedi la strada agli alberi” e diletterà la platea con dialoghi rivenienti dai suoi scritti. Di origini avellinesi, precisamente di Bisaccia, Arminio da tempo è documentarista e animatore di battaglie civili. Ricordiamo alcune sue campagne pochi anni fa contro l'installazione delle discariche in Alta Irpinia e la chiusura dell'ospedale di Bisaccia. Nel 2009 ha vinto il premio Napoli con il libro “Vento forte tra Lacedonia e Candela. Esercizi di paesologia”. Nel luglio 2011, con “Cartoline dai morti” ha vinto il premio Stephen Dedalus per la sezione "Altre scritture". Nel 2013 è uscito il suo ultimo libro di prosa “Geografia commossa dell'Italia interna”. Dopo i saluti istituzionali del Sindaco di Senise, Rossella Spagnuolo e di Francesco Arbia, Presidente del Consiglio Comunale, Francesco Bellusci, docente di Filosofia dialogherà con Arminio sui temi rilevanti della nostra quotidianità. Nel corso della serata verrà proiettato un piccolo video fotografico sul centro storico di Senise.

Claudio Sole

 

 

 

 

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