8 ore al giorno ma solo fino al giovedì con la concessione di un fine settimana allungato

Dopo lo smart working, obiettivo nel mondo del lavoro per le Risorse Umane sembra essere diventato quello della “settimana corta”. È di questi giorni la notizia che la Spagna sia in procinto di avviare un progetto guida che punta alla riduzione delle giornate lavorative settimanali a livello nazionale. Una settimana di lavoro più breve per 32 ore di lavoro distribuite in quattro giorni lavorativi a stipendio invariato. Per noi sembra una utopia ma per molti spagnoli potrebbe essere presto realtà: 8 ore al giorno ma solo fino al giovedì con la concessione di un fine settimana allungato. Il governo di Madrid si è detto d’accordo con il progetto sperimentale lanciato da Mas Pais, un piccolo partito di sinistra, che ha annunciato che l’esecutivo spagnolo ha accettato di testare questa audace proposta. Essendo una sperimentazione, per ora il progetto pilota riguarderà solo un numero limitato di aziende, seppur i risultati si preannunciato promettenti anche sulla base dell’esperienza già consolidata di numerose aziende private che già attuano questa politica, in Spagna ma anche altrove. Sulla base di questo primo accordo si potrebbe realmente scardinare l’attuale sistema che anche in Italia vede ancora un massimo di 40 ore settimanali con la possibilità di riduzioni, ma non di aumenti, nelle contrattazioni delle singole categorie.

 

L’obiettivo finale non coinvolge solo la qualità della vita dei lavoratori mantenendo invariata la produttività, che anzi probabilmente aumenterebbe grazie alla migliore organizzazione dell’esistenza dei singoli, ma i benefici valutati dai promotori del progetto sono molteplici. Il vantaggio calcolato infatti sarebbe notevole anche per l’economia, se si considera l’utilità che sicuramente guadagnerebbe il giro d’affari delle attività commerciali, turistiche e del tempo libero da persone con un giorno in più da spendere fuori ufficio: stesso stipendio, più tempo per spendere, senza penalizzare chi il lavoro lo crea.
Tra i benefici si parla anche di:
- maggior benessere dei lavoratori che aumenterebbero, a fronte delle minori ore di lavoro settimanali, la produttività oraria;
- una riduzione dell’inquinamento;
- più tempo per la formazione dei lavoratori specie nel campo delle nuove tecnologie;
- mantenere alto il potere d’acquisto dei lavoratori e quindi la domanda interna permettendo così di dare una risposta al dilagare dell’intelligenza artificiale impiegandola nelle mansioni ripetitive.

 

Il progetto sperimentale della settimana lavorativa corta in Spagna durerà tre anni e riguarderà per ora solo un numero limitato di imprese. Il governo metterebbe 50 milioni di euro per le imprese disposte ad abbracciare il progetto pilota e lo stato coprirebbe i costi delle stesse: al 100% nel primo anno, al 50% nel secondo, al 33% nel terzo anno. Dopo questi tre anni si valuterà in che modo e quanto la produttività sarà aumentata e se il progetto potrà diventare definitivo. In realtà in Europa c’è già chi lavora meno di 35 ore: la Norvegia viaggia sulle 33 ore di lavoro a settimana e ci sono contratti con lo stesso orario anche in Danimarca. Microsoft ha sperimentato le 32 ore nell’estate del 2019 in Giappone e ha presentato dati di produttività in crescita del 40%. La Toyota, a Göteborg, ha turni di 6 ore, che hanno portato a un miglioramento degli utili. Quest’anno è in sperimentazione la Unilever in Nuova Zelanda. Già da un anno la spagnola Software Delsol fa lavorare quattro giorni i suoi 193 dipendenti: la produttività è aumentata del 6%, l’assenteismo sceso del 30%. In Italia Carter & Benson a Milano, ha introdotto la settimana corta a 36 ore a gennaio 2020, senza cali di produttività e con lavoratori secondo l’azienda più motivati. La realtà del marketing Awin, 1000 dipendenti a livello mondiale di cui 32 in Italia, propone dal 2021 una settimana lavorativa di quattro giorni, senza riduzioni di stipendio. I dipendenti possono scegliere quando utilizzare il nuovo giorno libero e anche continuare il lavoro a distanza.

 

Silvia Silvestri