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Le famiglie in cui lavora un solo genitore hanno difficoltà ad accedere ai nidi privati, troppo alte le rette

I servizi per la prima infanzia non sono solo una necessità, la loro funzione educativa concorre all'inclusione sociale e al riequilibrio delle distanze socio-economiche (come sancito dal Decreto legislativo 65 del 2017), configurando il servizio come un diritto per i bambini, motivo per cui occorre monitorare i divari di utilizzo e accessibilità in base alle condizioni socio-economiche delle famiglie di appartenenza. II Italia i bambini sotto i 3 anni che frequentano una qualsiasi struttura educativa sono il 26,3% nel 2019, valore inferiore alla media europea (35,3%). Sono dati contenuti nel report «Nidi e servizi integrativi per la prima infanzia». In altri paesi del Mediterraneo si registrano nello stesso anno tassi di frequenza ben superiori (Spagna 57,4%, Francia 50,8%). Il dato si riferisce alla frequenza di qualsiasi servizio educativo, inclusi gli “anticipatari” alla scuola d'infanzia che in Italia rappresentano il 5,1% dei bambini sotto i 3 anni. Al netto degli anticipatari e dei beneficiari dell'offerta comunale (14,7%), si stima intorno al 6,5% la quota di bambini iscritti nei nidi privati non finanziati dai Comuni. Tra i fattori che influiscono sulle scelte delle famiglie vi sono i costi del servizio, soprattutto per l'accesso ai nidi privati, e la scarsa diffusione dei servizi, che penalizza soprattutto i residenti in alcune aree del Paese. I criteri di selezione delle domande da parte dei Comuni per l'accesso ai nidi pubblici tendono inoltre a favorire le famiglie in cui entrambi i genitori lavorano, per sostenere la conciliazione degli impegni lavorativi e di cura.

 

La condizione lavorativa della madre ha un peso determinante per l'accesso ai nidi: le famiglie in cui la madre lavora usufruiscono per il 32,4% del nido, contro il 15,1% delle famiglie in cui solo il padre lavora; tale differenza non si riscontra se si considera la condizione lavorativa del padre. Le famiglie in cui lavora un solo genitore hanno difficoltà ad accedere ai nidi privati, per l'onerosità delle rette, ed ai nidi pubblici per i criteri di accesso applicati dai comuni. Le famiglie con due redditi, invece, hanno maggiore probabilità di iscrivere i bambini al nido. Infatti, il reddito netto annuo equivalente delle famiglie con bambini che usufruiscono del nido è mediamente più alto (24.213 euro) di quello delle famiglie che non ne usufruiscono (17.706 euro) e i tassi di frequenza aumentano all'aumentare della fascia di reddito delle famiglie (dal 19,3% del primo quinto di reddito si passa al 34,3% dell'ultimo quinto). Il titolo di studio dei genitori si conferma una discriminante della scelta del nido. Prendendo inconsiderazione il titolo di studio più alto in famiglia, il possesso di laurea o titolo più alto è associato al33,4% di frequenza del nido, che scende al 18,9% per i genitori con al massimo il diploma superiore. In merito al “bonus asilo nido”, dal 2017 al 2020, l'Inps ha erogato complessivamente 523 milioni di euro, con una spesa crescente fino al 2019. Nel 2020 i dati forniti dall'Inps mostrano una battuta d'arresto, probabilmente a causa delle chiusure temporanee dei servizi per la pandemia da Covid-19 e della rinuncia delle famiglie a utilizzare regolarmente il servizio nel corso dell'anno.

 

Sono 271.780 i beneficiari del bonus nel 2020 (21,2% dei bambini 0-2 anni), quasi 18mila in meno rispetto all'anno precedente (21,5%). Nelle regioni meridionali il numero di utenti del bonus raggiunge quasi sempre il livello dei posti disponibili e a volte lo supera leggermente per la possibile rotazione dei bambini nell'anno di riferimento. Nel Mezzogiorno, quindi, l'aumento ulteriore dei beneficiari dei contributi richiederebbe una maggiore capacità ricettiva del sistema di offerta. Al Nord e al Centro, invece, esiste una quota di posti disponibili per altri potenziali beneficiari del bonus. Le diseguaglianze territoriali nell'offerta di servizi possono limitare quindi la funzione di sostegno alla domanda del contributo statale, meno accessibile alle famiglie laddove i servizi sono poco diffusi. Permangono ampi divari territoriali: sia il Nord-est che il Centro Italia consolidano la copertura sopra il target europeo (rispettivamente 34,5% e 35,3%); il Nord-ovest è sotto ma non lontano dall'obiettivo (31,4%) mentre il Sud (14,5 %) e le Isole (15,7%), pur in miglioramento, risultano ancora distanti dal target. A livello regionale i livelli di copertura più alti si registrano in Valle D'Aosta (43,9%), seguita da diverse regioni del Centro-nord, tutte sopra il target europeo. Dal 2019 anche il Lazio e il Friuli-Venezia Giulia superano il 33% (rispettivamente 34,3% e 33,7%). Sul versante opposto Campania e Calabria sono ancora sotto l'11%. I capoluoghi di provincia hanno raggiunto nel loro insieme una media del 34,8% di copertura. Tutti gli altri comuni si attestano in media a 23,7 posti per 100 residenti sotto i 3 anni.

 

Nonostante lo scarto dal Centro-nord, nel Sud e nelle Isole si registra l'incremento più significativo di posti nei servizi educativi, rispettivamente +4,9% e +9,1%, contro +1,5% nazionale. I posti aumentano principalmente nel settore privato (da 9.806 a 12.031) e nelle sezioni primavera (da 2.161 a 4.606). L'incremento nel Mezzogiorno è il risultato delle misure statali adottate nel corso degli anni a sostegno del riequilibrio dei divari territoriali. I servizi educativi per la prima infanzia sono tra i settori prioritari di intervento dei Pac (Piani di azione per la coesione) avviati dal 2012 dal Ministero per lo sviluppo e la coesione, d'intesa con la Commissione europea. Il successivo Piano di azione nazionale per il Sistema integrato di educazione e istruzione da 0 a 6 anni (Dlgs 65/2017) ha stanziato ulteriori risorse a sostegno dei servizi per la prima infanzia, destinate soprattutto alle regioni del Mezzogiorno sulla base di criteri di perequazione.

 

Silvia Silvestri