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Sul territorio lucano possono essere ospitati un massimo di 20/25.000 capi, oggi siamo a 5/6 volte superiori

L’incremento sino a 7000 cinghiali previsto dal “Piano di abbattimento selettivo della specie cinghiale” per il 2022, è un primo passo verso la riduzione sensibile della presenza degli ungulati che producono danni sempre più ingenti ai titolari delle aziende agricole e contestualmente una prima misura per prevenire l’ infezione da parte del virus della Peste suina africana già presente in alcune regioni del Nord Italia. E’ quanto sostiene la Cia-Agricoltori di Potenza e di Matera ricordando le numerose iniziative avviate da tempo tra le quali la petizione popolare consegnata lo scorso anno all’assessore Fanelli con 10mila firme di adesione. Adesso servono altre misure: Adeguare la LR 2/95 riguardo la possibilità da parte del proprietario del fondo di poter tutelare il bene fondiario e le colture in atto; prolungare il periodo di caccia al cinghiale che ancorché di competenza nazionale possa essere introdotto d’intesa con Ministero e Governo centrale; attivare piani di smaltimento dei capi abbattuti e delle carcasse; coinvolgere le aziende agricole nell’ambito dei piani di cattura e prelievo.

Secondo la Cia sul territorio lucano possono essere ospitati senza squilibri ed effetti negativi un massimo di 20.000-25.000 (oggi siamo a 5/6 volte superiori) capi di ungulati. “Abbiamo quantizzato negli ultimi anni – sottolinea Giambattista Lorusso presidente Cia Potenza – risarcimenti fra i 3 e i 3,5 milioni di euro annui. C’è poi il problema del risarcimento dei danni che non va oltre il 20-30% del valore effettivo di quello rilevato, ancorato a stime e quotazioni in alcuni casi risibili oppure tante mancate denunce in quanto i proprietari o non sono titolari di fascicoli o perché si tratta di aziende marginali, i danni ogni anno sono almeno 10 volte le quote risarcite.Sono circa 2 milioni di euro i risarcimenti per danni alle colture agricole (in gran parte ortofrutticole, vigneti e uliveti pregiate), circa 500 mila euro per aggressione a mandrie e greggi da lupi e altri animali selvatici e mediamente intorno a 800/1 milione per risarcimento per incidenti e danni auto a mezzi e strutture varie. Con queste risorse finanziarie è possibile mettere in campo un grande progetto della filiera agro-faunistica-venatoria integrata e sostenibile che potrebbe nella nostra regione capovolgere un problema “in opportunità”, in coerenza con i processi di riqualificazione ambientale, paesaggistica dello spazio rurale, quale punto di forza e leva di sviluppo sostenibile e diffuso in Basilicata.

 

Malgrado non ci sia alcun caso di contaminazione della popolazione suina, Cia chiede alle istituzioni di mantenere alto il livello di allerta e si rammarica della scellerata gestione del problema della fauna selvatica da parte dei nostri decisori politici, all’origine di questo grave allarme sanitario. Da anni, infatti, Cia si batte per ottenere un’efficace politica di contenimento degli ungulati, che danneggiano pesantemente le coltivazioni e invoca interventi specifici a difesa dalla proliferazione dei cinghiali, principale vettore di trasmissione della peste suina. I numeri parlano chiaro: 2 milioni di ungulati in circolazione, oltre 200 milioni di danni all’agricoltura e 469 incidenti, anche mortali, in quattro anni. In particolare Cia, con il progetto “Il Paese-la Basilicata che Vogliamo”, ha lanciato la proposta di una riforma urgente della legge 157/92 per fronteggiare seriamente il problema degli ungulati in Italia. La riforma conta su alcuni punti chiave: sostituire il concetto di “protezione” con quello di “corretta gestione”, parlando finalmente di “carichi sostenibili” di specie animali nei diversi territori; non delegare all’attività venatoria le azioni di controllo della fauna selvatica, ma prevedere la possibilità di istituire personale ausiliario; rafforzare l’autotutela degli agricoltori e garantire il risarcimento integrale dei danni subiti.