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Diocesi Tursi-Lagonegro, mons. Orofino apre i lavori: “serve una nuova cultura della fede”

Un cammino lungo e silenzioso in un mondo travolto dalla velocità e dalla teatralità gridata di posizioni e scontri. Il sinodo della chiesa cattolica che si è aperto nei giorni scorsi è questo, un cammino di discernimento spirituale ed ecclesiale che si fa nell’adorazione, nella preghiera e nel contatto con la Parola di Dio.
Lo ha affermato, citando le parole di Papa Francesco, mons. Vincenzo Orofino durante la celebrazione di apertura del cammino sinodale nella diocesi di Tursi-Lagonegro. L’incontro, a cui il vescovo ha voluto fosse presente l’intera rappresentanza diocesana, ha aperto la prima fase del cammino sinodale delle chiese italiane.


L’orizzonte del cammino è il grande Giubileo del 2025 al quale si arriverà attraversando tre tappe.
La prima è quella narrativa che si svilupperà nel biennio 21/23 e che riguarda l’ascolto, durante la quale si raccoglieranno “i racconti, i desideri, le sofferenze e le risorse di tutti coloro che vorranno intervenire, sulla base delle domande preparate dal Sinodo dei Vescovi”, mentre “nell’anno seguente ci si concentrerà su alcune priorità pastorali”.
La seconda tappa è quella sapienziale e si svilupperà nel biennio 23/24, “nella quale l’intero Popolo di Dio, con il supporto dei teologi e dei pastori, leggerà in profondità quanto sarà emerso nelle consultazioni capillari.”
Infine la terza tappa, quella profetica, che culminerà in un momento assembleare nel 2025, ancora da definire, da cui scaturiranno gli orientamenti profetici su cui si svilupperà il cammino delle Chiese nella seconda metà del decennio.
Tre tappe per un cammino che ha lo scopo di coinvolgere un popolo che va al di là di quello a cui solitamente si rivolgono i percorsi ecclesiali e che è destinato ad aprire un tempo nuovo della Chiesa, quello dell’apertura, per ascoltare lo spirito santo che parla attraverso i più piccoli. Per questo Papa Francesco ha sottolineato che il Sinodo non è un parlamento ma un incontro nel quale “discernere ciò che lo Spirito dice alle Chiese”. E si sa che lo Spirito Santo non parla nel vento impetuoso, nel terremoto o nel fuoco, ma nel vento leggero, appena percettibile, come il silenzio, che è lo spazio preferito delle voci dei deboli e dei piccoli.
In questo senso il Sinodo insegna innanzitutto un metodo e uno stile di vita, in cui solo l’orecchio disposto a chinarsi sul cuore del fratello riesce ad ascoltare la voce di Dio che parla in lui, e solo la comunione aiuta a discernere la Parola tra le parole, e a capire la direzione che essa indica. È questa la lettura profetica dei tempi, e non è un caso che tale lettura sia affidata, nella terza fase, alla forza del vangelo in un circuito che parte dall’annuncio del Kèrigma con la lettera apostolica Evangeli Gaudium, che apre il pontificato di Papa Francesco e ne definisce le linee e gli obiettivi.


CONTEMPLARE IL POPOLO
E proprio da questo testo, che risale al 2013, agli albori del pontificato di Francesco, apprendiamo che il metodo di ascolto che il sinodo propone non è un esercizio di democrazia diretta o mediata, ma un ascolto evangelico che è “contemplazione” dell’altro. “Il predicatore deve anche porsi in ascolto del popolo, per scoprire quello che i fedeli hanno bisogno di sentirsi dire. Un predicatore è un contemplativo della Parola ed anche un contemplativo del popolo” (EG 154). Questo atteggiamento viene da un approccio che riporta direttamente a Gesù che, difronte al giovane ricco, “fissatolo lo amò” (Mc 10, 17-22). Qui contemplare è amare. Amare prima, ancor prima di conoscere, non conoscere per amare ma amare per conoscere. È un metodo non uno slogan, è il metodo del vangelo.
Sempre nella Evangelii Gaudium Papa Francesco spiega che “La cosa indispensabile è che il predicatore abbia la certezza che Dio lo ama, che Gesù Cristo lo ha salvato, che il suo amore ha sempre l’ultima parola. Davanti a tanta bellezza, tante volte sentirà che la sua vita non le dà [alla Parola ndr] gloria pienamente e desidererà sinceramente rispondere meglio ad un amore così grande….. Il Signore vuole utilizzarci come esseri vivi, liberi e creativi, che si lasciano penetrare dalla sua Parola prima di trasmetterla” (EG 151). La contemplazione esige la bellezza, l’uomo cerca il bello, ciò che gli procura meraviglia, e la cosa più bella che un cristiano possa contemplare è che Dio lo ama. Contemplare l’altro significa dunque contemplare la bellezza che è in lui, quindi l’opera di Dio che è in ciascuno, e questo è l’ascolto a cui spinge il cammino sinodale quando invita ad ascoltare lo Spirito che geme, spera e gioisce in ogni uomo.

MONS. OROFINO: “UNA NUOVA CULTURA DELLA FEDE”
Nella relazione tenuta nell’incontro di apertura del sinodo nella diocesi di Tursi-Lagonegro, mons. Orofino ha insistito non poco sul rapporto tra fede e cultura. “Serve anche nella nostra società una nuova e incidente cultura della fede, che deve diventare modo di essere deve cambiare la struttura del nostro pensiero. Serve una nuova mentalità, non “più moderna” ma “più vera” più rispondente alla verità oggettiva, una rivoluzione culturale che ci porta dritto al cuore della verità che è Gesù Cristo.”
Il sinodo è dunque un’occasione di ripartenza anche per la Chiesa dopo il dramma della pandemia della quale il vescovo ha dato una lettura sapienziale. “Rendere di nuovo cultura la fede reincarnando i valori dell’umanesimo cristiano, evangelico. L’umanesimo di oggi è ambiguo e ridotto perché toglie all’uomo l’incontro con Dio, lo fa sentire autosufficiente: la pandemia ha dato una batosta a questo.”
Ripartire dall’inculturazione della fede vuol dire riconoscere innanzitutto, come ha fatto mons. Orofino, che l’umanesimo cristiano è oggi ai margini della cultura dominante e che occorre ripartire dall’immagine eloquente di Papa Francesco davanti al crocifisso in Piazza San Pietro, svuotata da un evento drammatico che ha svelato all’uomo la sua piccolezza.

crocifisso san pietro
È tempo di una nuova rivoluzione culturale, spiega il vescovo.
“La conversione pastorale che ci chiede Papa Francesco deve essere la conseguenza di un cambiamento di mentalità, di una nuova cultura. Ma il soggetto della rivoluzione culturale è il popolo di Dio, siamo noi, chi sta negli ambienti di vita. Se la cultura è un modo di vita la rivoluzione culturale è il cambiamento della vita.” Della nostra vita innanzitutto e poi di quella degli altri “uscendo dalle sagrestie”, rincara Orofino, calcando il “territorio, lì dove siamo, nella scuola, nel vicinato nel negozio, è lì che deve accadere il cambiamento che parte dalla fede e dal diritto naturale”.
L’orizzonte ultimo di questo grande cambiamento è l‘incontro con Gesù Cristo, e questo il vescovo lo ha spiegato chiaramente.
“Tutto il cammino ci proietta verso il Giubileo del 2025, tutto deve servire per incontrare e amare Gesù. Nella chiesa tutto quello che facciamo lo facciamo solo per aiutarci a vivere con Gesù, è il nostro unico obiettivo”.
E torna ancora la parola che distingue la vita di ogni cristiano che ha incontrato davvero Gesù Cristo: la gioia. Dall’Evangelii Gaudium, dalla Gioia del Vangelo, alla gioia della riconciliazione del Giubileo del 2025.

 

Francesco Addolorato