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Appuntamento storico –culturale a Latronico presso il cinema

Sarà presentato a Latronico, nella sede del cinema Nuova Italia, sabato 12 ottobre, il libro del professore Carmine Pinto “La guerra del Mezzogiorno”. L’appuntamento storico –culturale è organizzato dal comune di Latronico da anni impegnato in una rivisitazione di un periodo storico controverso pieno di ombre e poche luci. Dopo l’incontro di fine agosto con Pino aprile, è la volta, appunto, di Carmine Pinto professore ordinario di Storia contemporanea presso l’Università degli Studi di Salerno. Vincitore del premio Basilicata. “La guerra del Mezzogiorno”, è un lavoro storico letterario che ha l’obiettivo di evitare, nello studio di sistemi politici del Novecento e di guerre civili e movimenti, il continuo e crescente tentativo di ridurre lo spazio temporale e psicologico che ci separa dagli eventi, cercando di adattarli alle questioni del presente e finendo per distorcerne il senso, estrapolando gli attori e le azioni dal loro contesto storico. Un libro che presumibilmente vuole arricchire la conoscenza di quegli eventi e la ricerca storica sulla guerra che, dal 1860 al 1870, si combatté nelle province meridionali. La fine della guerra segnò, per coloro che combatterono o ne gestirono i processi politici, l’integrazione tra il Mezzogiorno e il resto d’Italia. Un conflitto che anticipò un problema decisivo della storia nazionale. Presentato dapprima come questione sociale, andò poi incontro a una rapida trasformazione. La presa d’atto di una distanza concreta e notevole tra le parti diverse del paese portò infatti a sostituire l’aggettivo sociale con meridionale, dando vita a uno dei più longevi dibattiti politico-culturali italiani.Ricordare per non dimenticare.Professore Pinto, quanto è importante questa frase nel nostro tempo. Il tempo passato ha valore per affrontare al meglio il futuro?“. Il passato è una rielaborazione permanente, in mille forme e tutt’altro che omogenee. Conoscere la storia è importante per la cultura civile quanto per l’identità stessa di un paese o di una società. Allo stesso tempo, il peso del passato non va enfatizzato. Se è importante la qualità dell’insegnamento o la linearità dei comportamenti delle istituzioni pubbliche, spesso l’uso pubblico della storia diventa fuorviante. Negli ultimi decenni, la progressiva scomparsa di forti culture politiche come di intense passioni ideologiche ha lasciato lo spazio, in alcuni casi, per servirsi della storia per plasmare bisogni identitari. A volte con aspetti positivi o semplicemente associativi, mentre in altri casi utilizzando o deformando i materiali storici per soddisfare le politiche del risentimento o la rivendicazione di ruoli politici del presente”.Dopo oltre un secolo di storia di Unità d’Italia, il Sud sente la necessità di avere verità. Il Sud cerca di capire cosa sia realmente successo nel periodo del regno delle Due Sicilie e a seguire. Pensa che questo stimolo sia un passo importante sulla strada di una revisione vera della storia.“Parlare di necessità di verità è improprio. Troppo spesso chi non conosce la storia, non la studia o semplicemente non è interessato a farlo, si aggrappa a facili stereotipi. Dire che la “vera storia” è stata nascosta serve solo ad ottenere l’applauso facile, a stimolare il risentimento, ma non ha nulla a che vedere con la ricerca e la divulgazione seria. Iniziamo sul tema proposta: la relazione tra il Mezzogiorno e l’Unificazione, all’interno della più ampia storia risorgimentale. Bene, si tratta di uno degli argomenti più analizzati e studiati, praticamente dalla unificazione stessa e per un secolo e mezzo. Sono stati scritti decine di migliaia di libri e articoli, per non parlare dell’arte e della letteratura, fino alla storia regionale che proprio in Basilicata ha avuto grandi maestri come Giacomo Racioppi e Tommaso Pedio. Da sempre poi si sono misurate visione critiche di ogni tipo, spesso con premesse radicali sul processo risorgimentale. Ogni generazione di storici ha rinnovato questi stimoli adeguandoli alla propria epoca. Pertanto, non bisogna parlare di revisione, ma cambiamento delle questioni storiografiche, di aggiornamento delle pratiche degli studiosi, soprattutto dei nuovi problemi che vengono posti dalla ricerca, ora particolarmente vivi sulle questioni del Mezzogiorno”. Subito dopo l’unità d’Italia esplose il fenomeno del brigantaggio. Parlando del brigantaggio si dice che fu una forma di banditismo caratterizzata spesso da azioni violente a scopo di rapina ed estorsione, assumendo in altre circostanze anche risvolti insurrezionalisti a sfondo sociale e politico. È una definizione della casta politica del vincitore o veramente i briganti furono uomini di libertà nati, come dice il professore Mario Cancro, nel suo libro Terre Lucane, da una violenta ribellione contadina e operaia. Uomini e donne che riuscirono a raccogliere i malumori che provenivano dalla maggior parte della popolazione. Briganti per difendere la libertà e la dignità e la propria identità. Insomma Il brigantaggio fu l'eroica resistenza meridionale al colonialismo sabaudo o la sfida allo Stato di bande criminali?“. Non fu né l’uno né l’altro. Il banditismo è una forma di violenza organizzata presente in tutte le società rurali del mondo, praticamente da sempre. E, in innumerevoli casi, ha assunto colori politici o bandiere sociali a seconda del contesto e del momento storico. Questa definizione vale largamente anche per il Mezzogiorno italiano. Le testimonianze di questa espressione di violenza sociale-rurale esistono sin dall’antichità. Per venire alla nostra storia, è sufficiente ricordare che il banditismo o brigantaggio è presente in tutta l’età moderna ed ha assunto caratteri di massa tanto nel Cinquecento come nel Seicento, sempre in presenza di fratture istituzionali e politico-sociali. Nell’età risorgimentale il brigantaggio era un fenomeno ereditato dall’Antico regime, ma fu ampiamente utilizzato dai borbonici nel 1799 e nel Decennio francese. Quando il regno crollò e le principali élite meridionali scelsero l’unificazione contro i Borbone, il brigantaggio fu l’unica arma a disposizione della vecchia dinastia per tentare di riprendere il potere. In realtà, a parte gli aspetti politici, emersero largamente anche i caratteri tradizionali di tipo socio-criminali che consentirono allo stato unitario una facile campagna di delegittimazione e di eliminazione”. L’appuntamento sarà coordinato dall’avvocato Antonio Boccia, Ispettore Archivista presso la soprintendenza archivi di Bari. I saluti istituzionali del sindaco di Latronico Fausto De Maria.

 

Oreste Roberto Lanza


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