Caporalato, fermato il fratello di uno dei killer del rogo di Amendolara

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Il pachistano Ali Hassan accusato di sfruttamento del lavoro ed estorsione. Sequestrati due cellulari, 5 schede telefoniche e i mazzi di chiavi di 4 auto. Inchiesta su sei versamenti ricevuti quindici giorni dopo la morte dei braccianti.

Due settimane dopo la strage di Amendolara, quattro braccianti chiusi in auto e bruciati vivi, con il fratello e l’amico in carcere accusati di quell’orrendo delitto, Ali Hassan avrebbe continuato a pretendere da altri lavoratori vessati i poveri compensi guadagnati nei campi. Avrebbe continuato come se nulla fosse, pur sapendo che le indagini lo avrebbero inevitabilmente coinvolto, a fare il caporale. È quello che emerge dal decreto di sequestro nella sua abitazione di documenti, cellulari e schede telefoniche e che ha portato venerdì al fermo del pakistano di 27 anni (lunedì è prevista l’udienza di convalida davanti al Gip). Le ipotesi di reato riguardano il concorso in intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro ed estorsione. È difeso, come gli altri due detenuti, dall’avvocato Giovanni Brandi Cordasco Salmena.

Ali Hassan è il fratello minore di Ali Raza, il 32enne che insieme al connazionale e coetaneo Safeer Ahmed, è in carcere con l’accusa di pluriomicidio aggravato. Erano loro due, come hanno mostrato anche le terribili immagini delle telecamere di un distributore, a bordo del van che sabato primo giugno si ferma sulla statale Jonica all’altezza di Amendolara di ritorno da una giornata di lavoro alla piana di Sibari. Raza e Ahmed scendono dal veicolo e danno fuoco all’interno, tra le fiamme muoiono tre afgani, Ismat Ullah Qiemi di 19 anni, Amjad Safi, 27, Fazal Amin Khogyani, 28, ed il pakistano Waseem Khan, 29. Solo uno dei braccianti riesce a uscire dal portellone posteriore e a salvarsi. È l’afghano Taj Mohammad Alamyar, la cui testimonianza è decisiva per indirizzare subito le indagini: «Avevamo un contratto ma comunque lavoravamo in nero, in quanto il salario ci veniva corrisposto in contanti — dichiara agli inquirenti —. Ci trovavamo in una condizione di schiavitù con il capo. In una casa composta da una sola stanza dormivamo in dieci persone».
Il giorno dopo la strage, un altro pachistano si presenta in caserma. Racconta che dopo il rogo aveva sentito Raza. «Ali mi ha spiegato — denuncia — di averli uccisi perché, la mattina stessa, le vittime avevano avuto una discussione con suo fratello e un suo amico, arrivando ad aggredirli fisicamente. Io gli ho risposto che ha sbagliato, e subito dopo, Ali ha chiuso la telefonata». Il nome del fratello, Ali Hassan, compare dunque subito nell’inchiesta. Le indagini successive hanno individuato almeno 4 versamenti fatti da altrettanti braccianti extracomunitari il 12 giugno e altri due il giorno dopo. Durante la perquisizione di giovedì della squadra mobile di Cosenza, su mandato della pm Roberta Bello, sono stati trovati diversi materiali ritenuti utilissimi all’inchiesta. Tra cui due telefoni e cinque schede telefoniche, di cui una greca (materiale che adesso sarà analizzato per cercare messaggi, chat e foto), mazzi di chiavi di auto che testimoniano la disponibilità di almeno tre autovetture e di un furgone, buste paga e comunicazioni di datori di lavoro ai Centri per l’impiego, riguardanti diversi soggetti. È questo il nuovo fronte dell’inchiesta della Procura di Castrovillari, guidata da Alessandro D’Alessio, che oltre all’omicidio dei quattro braccianti, sta cercando di ricostruire l’eventuale rete di sfruttamento del lavoro agricolo, anche indagando sulla complicità delle aziende locali. Un sistema all’apparenza legale, con braccianti regolarmente assunti e retribuiti (spesso le giornate sono inferiori a quelle effettivamente prestate). Un magro guadagno che poi in gran parte devono versare a caporali senza scrupoli.

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